Andare a piedi, filosofia del camminare


Frédéric Gros, Andare a piedi – Filosofia del camminare, Garzanti, Trad. F. Bruno

Crescita Personale, Mindfulness & Felicità, Salute & Benessere

L’intento di questo libro è quello di presentare i molteplici vantaggi del camminare da un punto di vista emotivo, sociale, creativo e pratico. Partendo dalla storia di famosi camminatori come Nietzsche, Rimbaud, Rousseau e altri, il docente camminatore ci...




Frédéric Gros, Andare a piedi – Filosofia del camminare, Garzanti, Trad. F. Bruno

Frédéric Gros, Andare a piedi – Filosofia del camminare, Garzanti, Trad. F. Bruno è disponibile su Amazon Frédéric Gros, Andare a piedi – Filosofia del camminare, Garzanti, Trad. F. Bruno è disponibile su Il Giardino dei Libri

Perchè leggere questo libro

Perché è come leggere un testo poetico. Perché ci fa scoprire la camminata nel profondo. Perché è l’esaltazione della camminata nei suoi vari aspetti. Perché ci racconta di come grandi autori camminassero molto. Perché è talmente leggero e motivante...


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Frédéric Gros, Andare a piedi – Filosofia del camminare, Garzanti, Trad. F. Bruno

Riassunti di libri di crescita personale


Frédéric Gros, Andare a piedi – Filosofia del camminare, Garzanti, Trad. F. Bruno Chi è l’autore? Frédéric Gros è docente di Filosofia all’Università di Parigi, è esperto di Foucault e camminare è naturalmente una delle sua passioni. Il libro, uscito in Francia nel 2009, è divenuto un sorprendente best seller. Qual è l’intento dell’autore? L’intento di questo libro è quello di presentare i molteplici vantaggi del camminare da un punto di vista emotivo, sociale, creativo e pratico. Partendo dalla storia di famosi camminatori come Nietzsche, Rimbaud, Rousseau e altri, il docente camminatore ci delizia e ci fa decisamente venire voglia di… camminare. Questo libro insegna: Cosa non è il camminare? Lo sport è calcolo, regole e tecniche, risultati e competizione. Camminare non è uno sport. «Mettere un piede davanti all’altro» ci rammenda l’autore «è un gioco da bambini.» Non esiste nessun senso di competizione, risultato o un mercato di accessori sportivi indispensabili. Ce la rende facile l’autore: per camminare occorrono le gambe, il resto è superfluo. Camminare è libertà. La marcia ci permette di staccarci dal fardello delle preoccupazioni. Non si è solo felici nonostante i problemi, ma grazie al camminare. Durante un’escursione, che piova a catinelle o che la nebbia copra la montagna bisogna solo fare una cosa: andare avanti. Camminando, ci dice l’autore, si va incontro a sé stessi, al sé autentico. Nietzsche verrà ricordato come un grande camminatore. La marcia all’aria aperta era elemento fondamentale della sua scrittura. Ad ogni rottura o strazio, ad ogni aggravamento della solitudine si accompagnava un accrescimento della sua libertà: nessun conto da rendere, nessun compromesso, una visione chiara e sgombra. Per Nietzsche la marcia è la condizione per lavorare. In La gaia scienza, Nietzsche elogia il piede: "anche il piede vuol scrivere sempre”. In Zarathustra «Le dita dei miei piedi erano attente per udirti: perché colui che danza porta l’orecchio… in quelle dita!». Ascoltare Wagner, per Nietzsche invece deprime il piede perché è impossibile provare il desiderio di ballare. Nietzsche cammina tutto il giorno e scribacchia qui e là: «ci sono pensieri che possono venire solo a duemila metri al di sopra delle pianure e delle rive smorte». Camminare è stare fuori, all’aperto. Camminare è lentezza. Il buon camminatore fa “girare” le gambe a forma di cerchi. Il cattivo camminatore si muove a scatti, va veloce a volte ma poi rallenta per il fiato corto. Camminando le cose non si muovono veramente come in treno o in bici. Le cose da lontane premono piano piano verso di noi. Rimbaud disse di sé: «Non sono altro che un pedone» e Verlaine lo chiamava “l’uomo con le suole al vento”. Rimbaud va a piedi a Parigi e poi a Bruxelles e verso il Sud. Per Rimbaud la camminata è l’unica alternativa, è rabbia e gioia, è creazione e tutta la vita. Rimbaud muore a soli 37 anni e sul registro dell’ospedale della Conception si legge: «Nato a Cherleville, di passaggio a Marsiglia». Era lì solo per ripartire. Camminare è la solitudine. Si può camminare fino a un massimo di tre o quattro persone, ciascuno al suo ritmo e senza veramente parlare. Di più è una colonia. E poi non si è mai soli del tutto: c’è sempre un altro camminatore che si incontra, c’è la natura, gli alberi, il vento, il sole e la pioggia. Camminare è silenzio. C’è il silenzio degli spazi, quello della fatica, del gran vento, dei passi che si sentono, quello delle albe e quello della neve. Soprattutto, nel camminare si sospende quel continuo parlare di lavoro, cose da fare e produrre. Rousseau afferma che non può veramente pensare, comporre o creare se non cammina. «Non faccio mai niente se non camminando, la campagna è il mio studio; la vista di un tavolo, della carta e dei libri mi affligge», e ancora: «Non ho mai tanto pensato, non sono mai tanto esistito, non ho mai tanto vissuto e non sono mai stato tanto me stesso, se così si può dire, come nei viaggi che ho fatto da solo e a piedi.» A quarant’anni Rousseau si dirige verso i sentieri e lascia i bei salotti: è homo viator, uomo che cammina, uomo naturale tra alberi e animali. Camminare è assenza di novità. Quando ci si mette in cammino le notizie dei giornali, quelle stesse che si scacciano a vicenda di giorno in giorno, non esistono più. Esiste l’eternità, quella delle pietre, delle montagne e dei ruscelli. Un’eternità che solleva dalle preoccupazioni, dall’essere assorbiti nei nostro compiti e diventare loro prigionieri, scrive l’autore. Gros scrive: «La Natura ci desta dall’incubo dell’uomo» e il camminare entra dentro. Camminare è energia. La prima energia che si percepisce camminando è la propria, e poi c’è quella della terra che respira sotto i piedi, e dei paesaggi che “convocano” il camminatore. Thoreau nasce a Boston, frequenta l’Harvard College e insegna. Poi diventa tuttofare di Rapsh Waldo Emerson e vive da autarchico in una capanna per due anni. Venne per questo arrestato per non aver pagato certe tasse a un governo che approvava ancora la schiavitù. È autore del primo trattato filosofico sulla marcia: Camminare. Thoreau intravede il futuro, la corsa al profitto, allo sfruttamento industriale e propone una sua filosofia di vita, una nuova economia, fatta non di profitto ma di “istanti di pura vita” come costo per le attività da svolgere. Quale profitto traggo da una bella passeggiata nel bosco? «Se io non sono io, chi lo sarà al mio posto?» scrive Thoreau. Per lui camminare è andare verso il nuovo, verso l’Ovest, il selvatico oltre la cultura, il vergine, oltre l’accademico. E ancora «In una bella mattina di primavera, tutti i peccati umani sono perdonati.» Kant. La sua vita, ci racconta Gros, è tutt’altro che avventurosa. Nato e defunto nella stessa città natale che non lasciò mai perché Kant diceva di essersi tracciato una via per la vita che aveva ben l’intenzione di seguire. E così fece. Oltre alla scrittura e la lettura, Kant aveva due impegni quotidiani inderogabili: camminare e mangiare (una volta al giorno). La marcia è monotona ma distoglie dalla noia, dà un impegno quotidiano e permette di non pensare. Camminare è passeggiare, e per un bambino una passeggiata è un mondo. È fantasia e immaginazione. È distensione dello spirito, è ritmo diverso, «scioglie le membra del corpo e le facoltà mentali» ci riporta Gros. La passeggiata presuppone la sospensione del lavoro, la visita di un luogo piacevole. La camminata è a volte quella cittadina del flâneur, quella di ritmi irregolari, che scivola nella folla delle concentrazioni urbane del XIX secolo. Il flâneur ci si confonde, cerca l’anonimato nelle masse di estranei e “nessuno vede che lui guarda”. Dal camminatore nella natura, questo tipo di camminata risulta stressante e senza scopo. Camminare è anche ripetizione. Piatta e monotona, ma non noiosa. La noia è assenza di prospettive. Un corpo annoiato si sdraia. La marcia non è noiosa è monotona. Si va da qualche parte e con passo uniforme. Montaigne aveva un “camminatoio” per eccitare i pensieri. I monaci invitano alla marcia per combattere l’accidia. Camminare fa “salire alle labbra” una poesia ripetitiva, è esercizio respiratorio e concentrazione (non necessariamente intellettuale). È la totalità dell’essere di una preghiera, la ripetizione instancabile di una frase che spoglia l’uomo da ciò che è superfluo e resta la preghiera. Niente borbottio, solo battito cardiaco. Citazioni: «Camminare: non si è trovato niente di meglio per andare più lentamente.» «Nel camminare, il vero segno della sicurezza è una giusta lentezza.» «Le giornate passate a camminare lentamente sono lunghissime: fanno vivere di più.» «Non avere altro da fare che camminare permette di ritrovare il puro sentimento di essere, di riscoprire la semplice gioia di esistere, quella che domina l’infanzia.» «Quando si cammina, si va da qualche parte, si è in movimento, il passo è uniforme.» Perché leggere questo libro: Perché è come leggere un testo poetico. Perché ci fa scoprire la camminata nel profondo. Perché è l’esaltazione della camminata nei suoi vari aspetti. Perché ci racconta di come grandi autori camminassero molto. Perché è talmente leggero e motivante che non ha nulla a che fare con la “motivazione” come la si intende oggi. Questa scheda è stata realizzata da Francesca R. Categoria: Mindfulness & Felicità, Salute & Benessere