Cercare la felicità non rende felici


Emily Esfahani Smith, Cercare la felicità non rende felici, Il Punto d’incontro, F. Andreella

Crescita Personale, Crescita & Sviluppo, Mindfulness & Felicità

L’intento dell’autrice è aiutare il lettore a cercare la via per vivere una vita ricca e appagante, oltre alla felicità, effimera e superficiale. Per vivere una vita soddisfacente occorre un approccio diverso e l’autrice ce lo mostra. Grazie alle sue...




Emily Esfahani Smith, Cercare la felicità non rende felici, Il Punto d’incontro, F. Andreella

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Perchè leggere questo libro

Perché l’autrice ha racconto interviste, articoli, ricerche e meravigliose storie di vita vera in lunghi 5 anni di ricerca per realizzare il libro. Perché incanta. Perché aiuta veramente a ripensare la propria vita in meglio. Perché è appassionante,...


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Emily Esfahani Smith, Cercare la felicità non rende felici, Il Punto d’incontro, F. Andreella

Riassunti di libri di crescita personale


Emily Esfahani Smith, Cercare la felicità non rende felici, Il Punto d’incontro, F. Andreella Chi è l’autore? Emily Esfahani Smith è nata a Zurigo e cresciuta a Montreal dove i suoi genitori gestivano un centro sufi per meditare. Ora vive a Washington dove collabora come giornalista con il Wall Street Journal, New York Times, Time e altre riviste. Ha conseguito un master in psicologia positiva ed è editor presso la Stanford University. Ha tenuto un discorso per TED sull’argomento del libro. Qual è l’intento dell’autore? L’intento dell’autrice è aiutare il lettore a cercare la via per vivere una vita ricca e appagante, oltre alla felicità, effimera e superficiale. Per vivere una vita soddisfacente occorre un approccio diverso e l’autrice ce lo mostra. Grazie alle sue ricerche e interviste riportate nel libro, Emily Esfahani Smith ci presenta in dettaglio come vivere una vita piena seguendo i quattro pilastri: appartenenza, scopo, trascendenza, narrazione. Questo libro insegna: Qual è il senso della vita? Il libro esordisce con il racconto dell’infanzia e adolescenza dell’autrice, circondata da meditatori accolti nella loro casa, abituati a dormire per terra e a fare lunghe code per il bagno al mattino. Una dimora che accoglieva i bisognosi e odorava di tè al bergamotto. I rituali non facevano pesare i disagi di condividere spazi troppo angusti e aiutano i praticanti del sufismo a coltivare quella che loro chiamavano “la via dell’amore”. Il sufismo è una scuola di misticismo associata all’Islam per cui i dervisci si siedono e meditano per ore. La semplicità dei rituali avvicina i dervisci all’umiltà e all’abbandono dell’ego. Qual è il senso della vita e come dovremmo viverla, sapendo che dobbiamo morire? Questa domanda ha attraversato i secoli a partire dall’epopea di Gilgamesh, attraverso i culti religiosi, per poi arrivare all’esistenzialismo francese degli anni Sessanta. La crisi. Un’indagine della rivista The American Freshman ha monitorato i valori degli studenti dagli anni Sessanta in poi: alla fine di quel decennio la priorità degli studenti era quella di sviluppare una filosofia di vita significativa”, negli anni Duemila la priorità assoluta era quella di “fare un sacco di soldi” e il significato della vita era attraente solo per il 40%. Le università e i musei degli anni Sessanta erano fucine di dibattiti e discussioni sulla vita, la religione era accompagnata dai luoghi di cultura per dare un senso a sé. Oggi un nuovo slancio viene dato alla ricerca della risposta giusta: nelle scienze e nella psicologia positiva fondata da Martin Seligman dell’Università della Pennsylvania. Prima gli psicologi sapevano come aiutare la gente a “vincere i propri demoni” ma sapevano ben poco su come coltivare il proprio benessere. Da lì iniziò lo studio della felicità e del benessere. Dalla fine degli anni Ottanta i libri pubblicati sul tema non si contano. La ricerca della felicità. Dagli anni Duemila a oggi la ricerca della parola felicità su Google è triplicata. Rhonda Byrne scrive nel suo libro The Secret: “La via più breve per ottenere qualsiasi cosa vogliate dalla vita è essere e sentirsi felici adesso!”. C’è un problema – evidenzia Emily Esfahani Smith – che l’esaltazione della felicità non è riuscita a mantenere le sue promesse. I filosofi e gli studenti di umanistica lo sanno, tra felicità e profondità nella vita, sceglieremmo la seconda. Il filosofo Robert Nozick usava la metafora dell’acquario: è meglio vivere in un acquario perfetto da felici o vivere con una propria identità, progetti e obiettivi che diano valore alla propria vita? La feliciologia, come la battezzò Seligman stesso, non soddisfa la ricerca del senso della vita e non spiega perché le persone ricerchino appagamento dalla vita. Oltre la felicità c’è ciò che rende la vita degna di essere vissuta. C’è differenza tra una vita felice e una vita che ha un senso. Hedonia o eudomonia? Hedonia, come Freud definiva la felicità, descrivendo quegli uomini che vogliono diventare felici e continuare a esserlo. Sono spinti dal principio del piacere e decidono che questo è “lo scopo della loro vita”. Poi ci sono quelli che ne perseguono il senso: Aristotele parlava di eudemonia (spesso erroneamente tradotta in felicità – ci riprende l’autrice – ma termine più vicino alla traduzione di “benessere”). Se l’hedonia è definita come “sentirsi bene”, l’eudemonia è definita come “essere buoni e fare il bene”. Felicità e senso sono due concetti diversi: felicità e senso possono coesistere e ci si può sentire felici dando senso alla propria vita. Ma felicità senza senso contraddistingue, hanno scritto i ricercatori, “una vita superficiale assorbita in se stessa e perfino egoista”. Ma, poiché perseguire un senso nella vita significa impegnarsi in qualcosa di più grande è probabile – riporta l’autrice – che questo porti con sé maggiori livelli di preoccupazione, stress e ansia rispetto all’essere felici. Lo strano rapporto tra felicità e suicidio. Il numero di persone che soffrono di depressione cresce, il tasso di chi consuma antidepressivi è aumentato. Anche il tasso di suicidio è aumentato dalla Seconda guerra mondiale. «Ogni anno quarantamila statunitensi di tolgono la vita e nel mondo la cifra si aggira attorno al milione». Esiste una strana relazione tra felicità e suicidio. Pare che sia angosciante sentirsi depressi in un Occidente dove si debba necessariamente essere felici. Dopo la grande crisi del ’29, al filosofo Will Durant capitava spesso di incontrare persone che volevano suicidarsi, chi riusciva a salvarsi era, per lui, colui che trovava una ragione per “andare avanti” e dava così un senso alla propria vita. Se Tolstoj trovò un senso per vivere nella fede e nell’aiutare gli altri, Albert Camus – nato in ambiente ateo – lo assimilò alla soddisfazione ricavata dal compimento di ciò che riteniamo degno portare a termine. E, come disse Sartre, “la vita non ha un senso a priori […] sta a voi darglielo.” Se per Tolstoj lo scopo della vita si avvicinava all’infinito, per Camus era il compimento del finito, portare cioè a termine ciò che poi apportava soddisfazione attraverso lo sforzo. Gli psicologi lo chiamano “l’effetto ikea”: assemblare un mobile Ikea lo rende più bello agli occhi di chi lo ha montato. I quattro pilastri del senso: secondo l’autrice esistono quattro vie, dove una vale l’altra, per cui si riesce a dare un senso alla vita. Sono quattro vie spesso amalgamate tra loro e per cui una porta al compimento di un’altra e che l’autrice presenta con moltissime storie di vita nel libro. I quattro pilastri del senso della vita sono: 1. L’appartenenza, 2. Lo scopo, 3. La narrazione e 4. La trascendenza. L’appartenenza. Dalle ricerche riportate dall’autrice, la sensazione di appartenenza è il principale produttore di senso. Oggi diamo per scontato questo sentimento che porta a comprensione e condivisione ma negli anni Venti – ci ricorda l’autrice – molti psicologi come John Watson pare se ne fossero scordati. Watson arrivò perfino a parlare di “pericoli dell’amore materno esagerato”. In parallelo, guardando all’alto tasso di mortalità infantile negli orfanotrofi, i medici si erano concentrati sulla pericolosità delle infezioni. Fu sono nel 1945 con René Spitz che si capì l’importanza fondamentale dell’affetto nei primi anni. Spitz pubblicò la sua osservazione su bambini di un orfanotrofio e bambini in un asilo della prigione di New York e che ricevevano spesso le visite delle loro madri. I bimbi dell’orfanotrofio, tutti meno di tre anni, vivevano come in “celle” asettiche per prevenire la diffusione di microbi. Lenzuola appese per tenerli separati e addetti con la mascherina e i guanti. Contatti prossimi a zero. I bambini della prigione avevano giochi condivisi, erano liberi di giocare insieme e di salire nelle culle degli altri. Di 80 bambini nell’orfanotrofio ne morirono 23, all’asilo nessuno. Spitz filmò gli occhi di una neonata Jane che, appena arrivata all’orfanotrofio aveva gli occhi accesi e sorrideva; nell’arco di una sola settimana, Jane era cambiata: non sorrideva più, piangeva e sembrava inconsolabile. Jane sembrava vivere uno stato di sofferenza. Oggi gli scienziati ci dicono che la solitudine cronica compromette il sistema immunitario e conduce a una morte prematura. Appartenere a un gruppo di persone con le quali si condivide una tradizione, una cultura o una passione ci aiuta a livello psicologico e fisico. Ci dà uno scopo di appartenenza e rende significative le nostre vite. La famiglia è il primo ambiente per esprimere il senso di appartenenza e molti genitori sanno che generare figli è per loro fonte di significato nella vita. I contatti di alta qualità. Soprannominati così dalla psicologa Jane Dutton, sono contatti di qualità tra colleghi o persone che si incrociano regolarmente nella propria vita come il giornalaio. In una ricerca effettuata tra il personale delle pulizie di un ospedale, emerse che si sentivano esclusi e in difetto ogni volta che dovevano chiedere ai medici di spostarsi per pulire. Non c’era alcuno scambio e questo li faceva sentire invisibili. Poi, perché un inserviente si fece visitare per un disturbo, le cose cambiarono: da quel giorno il medico si fermava a scambiare due chiacchiere e chiedere come stava. Si salutavano e il personale si sentiva apprezzato. La bellezza dei contatti di alta qualità, ci fa notare Emily Esfahani Smith, è che non c’è bisogno di condividere una cultura per connettersi e sentirsi bene. Sia nelle relazioni profonde a lungo termine, sia nei contatti di alta qualità, l’interesse va all’altro. Lo scopo. L’autrice inizia il capitolo raccontandoci di Ashley che passa la maggior parte della sua giornata lavorativa a pulire le stalle dagli escrementi. Ashley Richmond è una zoologa e lavora allo zoo di Detroit. Ha sempre sentito una forte connessione con gli animali e benché il suo tempo di qualità allo zoo si riduca al 20%, come quando per esempio cerca di rendere interessante e stimolante la ricerca del cibo e gioca con le giraffe, Ashley compie con passione anche tutte le altre difficili attività per il restante 80% perché lei sa che un ambiente pulito aiuta gli animali a restare in salute e quindi lo fa con passione. Come guardiana dello zoo sacrifica carriera, denaro e tempo perché crede di avere il dovere di usare la sua passione al servizio di altri, le sue capacità per migliorare la vita degli animali dello zoo. Uno “scopo” è un obiettivo con due dimensioni secondo lo psicologo William Damon: 1. È stabile e lungimirante e 2. Implica un contributo al mondo. Intende, cioè, offrire un contributo a qualcosa di più grande di sé. I giovani con uno scopo sono più sereni, motivati a scuola e cadono meno nelle facili tentazioni del consumo della droga. Vivere una vita da sogno, facile e apparentemente felice non è necessariamente la stessa cosa che trovare uno scopo nella vita. La conoscenza di sé preclude allo scopo. Grazie al racconto della storia di Coss, ex spacciatore obeso e ora redento imprenditore in forma e trainer di palestra, l’autrice insiste sul concetto per cui prima di cercare il proprio scopo nella vita è importante conoscersi: «per vivere con uno scopo è necessaria la riflessione e la conoscenza di sé. Ognuno di noi ha forse, talenti, intuizioni ed esperienze di tipo diverso che danno forma a ciò che siamo. Quindi ognuno di noi avrà uno scopo diverso, uno scopo in armonia con ciò che è e con ciò che apprezza, uno scopo adeguato alla sua identità.» Trovare il proprio scopo in concordanza con la propria identità ci permette – come diceva Erik Erickson – di sentire l’integrità dell’io invece della disperazione. Inoltre, come per il senso di appartenenza, anche avere uno scopo soddisfa il contributo al mondo. Vivere il proprio scopo si concentra, ancora una volta, sugli altri. La narrazione. L’impulso a raccontare sorge da un bisogno radicato in noi che è quello di dare ordine e un senso al mondo che ci circonda. La narrazione ci permette di mettere ordine negli avvenimenti e di dare un senso a ciò che accade. Lo psicologo Dan McAdams la chiama “identità narrativa”, cioè la storia che noi creiamo e interiorizziamo su noi stessi. Anche raccontare una tragedia o una malattia ci permette di darle un senso, anche senza lieto fine. McAdams chiede da decenni ai soggetti che intervista di raccontare la propria vita come se fosse divisa in capitoli e di dare un senso alle svolte. Raccontare una storia di redenzione non significa migliorarsi la vita, semplicemente riscatta l’accaduto. Il contrario delle storie di redenzione sono le storie di contaminazione: quelle per cui la persona si racconta una vita misera e senza significato, gli eventi non hanno un senso e non si impara nulla nel percorso. In base alla storia che ci raccontiamo di noi stessi la nostra salute psicofisica cambia: siamo più o meno ansiosi e depressi. Le storie che ci raccontiamo di noi rivelano ciò che crediamo di noi e della nostra “strada”. «Siamo gli autori della nostra storia – ci dice l’autrice – e possiamo scegliere di cambiare il modo di raccontarla.». La trascendenza. Ogni civiltà ha sempre guardato alle stelle, al sole e al cielo per cercare qualcosa di più. Dall’osservatorio astronomico McDonalds in Texas, l’autrice ha ancora più coscienza della nostra esistenza insignificante rispetto all’universo conosciuto. Lo sappiamo tutti e tutti abbiamo questa sensazione di insignificanza. Ci si potrebbe aspettare che riflettendoci si abbia voglia di non fare nulla e perseguire l’effimero. E invece, accade in contrario: la lezione di umiliazione che riceviamo sentendoci puntini insignificanti nell’universo, ci rende pieni di senso. Un senso oltre noi, rivolto al mondo, questa volta all’universo. La parola “trascendente” significa sia “andare oltre” sia “scalare”. I momenti di trascendenza, dovuti a sostanze che alterano la realtà o dalla profonda meditazione sono effimeri eppure restano dentro di noi e ci migliorano la vita in generale. Le ansie sulla vita e sulla morte evaporano e viviamo quello che nel diciottesimo secolo Adam Smith chiamava “incantamento”, cioè quando qualcosa di completamente nuovo e singolare ci colpisce come nuovo e singolare. Spostare l’attenzione da sé al senso di connessione con il mondo mette in atto quello che viene chiamato il paradosso della trascendenza. Ci si sente insignificanti eppure connessi a qualcosa di enorme, e questo prende senso. Neurologicamente, osservando otto esperti di meditazione con una tomografia a emissioni di fotone singolo (SPECT), accade che l’attività nel lobulo parietale superiore diminuisca. Questa zona del cervello è deputata all’orientamento e alla distinzione tra il sé e il resto del mondo. Pare proprio che la meditazione porti a sentirsi un tutt’uno con l’universo anche perché il cervello è portato a disattivare questa zona che si interessa di distinzioni e confini. I buddisti dicono: una nuvola che scompare dal cielo è morta? Prima o poi, scrive il monaco Thich Nhat Hanh, “la nuvola diventerà pioggia, neve o ghiaccio”. Citazioni: «Anche se l’industria della felicità continua a crescere, siamo socialmente più tristi che mai.» «Più si mira direttamente a massimizzare il piacere e a evitare il dolore, più è probabile che si generi invece una vita priva di profondità.» «Il senso non è qualcosa che creiamo dentro di noi e per noi. Il senso si trova invece e in gran parte negli altri.» «Se vogliamo trovare il senso della nostra vita dobbiamo iniziare ad aprire le braccia.» «La persona che ha già sperimentato la morte dell’ego durante un’esperienza trascendente è molto meglio preparata ad affrontare e ad accettare tale perdita.» «Come ha scritto Gregg Easterbrook, la mentalità del “lavora e spenti” che caratterizza la vita attuale allontana la gente da ciò che conta davvero.» Perché leggere questo libro: Perché l’autrice ha racconto interviste, articoli, ricerche e meravigliose storie di vita vera in lunghi 5 anni di ricerca per realizzare il libro. Perché incanta. Perché aiuta veramente a ripensare la propria vita in meglio. Perché è appassionante, come se fosse un romanzo o una raccolta di storie appassionanti. Questa scheda è stata realizzata da Beatrice P. Categoria: Mindfulness & Felicità, Crescita & Sviluppo