Felici e imperfetti


Eva Millet, Felici e imperfetti – Come smettere di fare gli ipergenitori, Longanesi, C. Marseguerra

Crescita Personale, Genitorialità

L'intento dell'autrice è quello di metterci in guardia dall'ipergenitorialità, un modello nato con i millennials americani e che si sta diffondendo anche in Europa generando ragazzi insicuri, ansiosi, dipendenti e impazienti. Nella prima parte del libro...




Eva Millet, Felici e imperfetti – Come smettere di fare gli ipergenitori, Longanesi, C. Marseguerra

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Perchè leggere questo libro

Perché un libro scritto da una giornalista è sempre frizzante, pieno di spunti puntualmente supportati da studi validi e ricco di neologismi divertenti. Perché ci fornisce un quadro della realtà e ci dà anche semplici soluzioni. Perché parla anche di...


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Eva Millet, Felici e imperfetti – Come smettere di fare gli ipergenitori, Longanesi, C. Marseguerra

Riassunti di libri di crescita personale


Eva Millet, Felici e imperfetti – Come smettere di fare gli ipergenitori, Longanesi, C. Marseguerra Chi è l’autore? Eva Millet è giornalista spagnola laureata in scienze dell'informazione presso l'UAB. Ha lavorato a Londra per The Guardian e per la radio della BBC. Collabora con il magazine di La Vanguardia e altri giornali. Qual è l’intento dell’autore? L'intento dell'autrice è quello di metterci in guardia dall'ipergenitorialità, un modello nato con i millennials americani e che si sta diffondendo anche in Europa generando ragazzi insicuri, ansiosi, dipendenti e impazienti. Nella prima parte del libro l'autrice ci parla dall'ipergenitorialità, mentre nella seconda parte si dedica all'undergenitorialità. Conosci meglio il libro: • «C'era un tempo non troppo lontano in cui ai bambini non si dava molto retta» così esordisce l'autrice nell'introduzione. Ci racconta come sua nonna si raccomandasse di comportarsi con un bambino che fa i capricci: come se fosse "un pezzo d'arredamento". Insomma, bisognava ignorarlo fintanto che non gli sarebbe passato. Ai tempi di sua nonna, si ricorda l'autrice, si pensava che fossero i bambini a dover trovare il modo per divertirsi. Fino a poco tempo fa non esistevano fitti programmi organizzati per ogni pomeriggio e bastava semplicemente "andare a giocare". L'autrice non s’immagina certo sua nonna chiedere a uno dei suoi sette figli: «Vuoi andare a letto?» oppure «Cosa ti va per cena?» • Il genitore-elicottero. L'ipergenitorialità è il malessere presente nella nostra epoca e che si manifesta sotto diverse forme e gradi: dai genitori-elicottero che si librano senza sosta sull'esistenza dei pargoli, ai genitori-autisti che accompagnano i figli da un'attività all'altra in auto. In Spagna poi, e non solo, ci mette in guardia l'autrice, esistono i genitori-panino che inseguono i figli per tutto il parco con la merenda in mano. La definizione di "genitore-elicottero" risale allo psicologo e pedagogista americano Haim G. Ginott che riprese la frase di una sua paziente adolescente. Lo psicologo Giorgio Nardone, con Emanuela Giannotti e Rita Rocchi, nel libro Modelli di famiglia, parla di uno stile basato su una permissività estrema e sull'iperprotezione. Non è per ragioni economiche che i figli restano a casa fino ai trent'anni, piuttosto per "comodità e poco senso di responsabilità" sviluppato. Il cellulare poi fa parte integrante del controllo genitoriale sui figli, ma viene anche usato da questi ultimi di fronte ad ogni difficoltà per chiedere aiuto al genitore, dal quale però restano dipendenti. • Figli perfetti e insicuri. La psicologa Maribel Martinez sostiene che questo tipo di educazione fa crescere figli nella bambagia, dove si pensa a risolvere i problemi per loro e li si rende impotenti sia a livello emotivo sia nelle questioni di ordine pratico. L'ipergenitorialità è destinata a produrre bambini dipendenti perché non gli si permette di commettere errori; in più, come ricorda la psicologa americana Madeline Levine, cresciamo bambini abituati ad avere diritto a tutto anche se non hanno mosso un dito per meritarselo. La Levine si occupa da trent'anni di adolescenti benestanti di San Francisco che, pur avendo obiettivamente tutto, si sentono frustrati e infelici. Si tratta quindi di un'attenzione costante ed esagerata accompagnata da un’aspettativa enorme sui risultati dei figli nei campi più disparati. • Genitori stressati e figli stanchi. I genitori sono perennemente preoccupati per il futuro dei figli e i bambini sono perennemente stanchi di soddisfare le richieste dei genitori senza potersi permettere di sbagliare. Nel suo best seller Ragazzi, non siete speciali!, il professor David McCullough parla di ragazzi con un autostima eccessiva, dei genitori benintenzionati ma sempre presenti e che non lasciano un attimo di tregua ai figli pressandoli affinché siano eccezionali ma, al tempo stesso, spianando loro il cammino da ogni possibile ostacolo. • Figli status symbol. Secondo Carl Honoré, autore del libro Genitori Slow, siamo nel mezzo di una tempesta perfetta in cui convergono globalizzazione, aumento della concorrenza, senso d’insicurezza verso il futuro e – proprio per questo – investimento massiccio nel futuro della propria prole. Se possiamo avere denti perfetti e vacanze perfette, perché non possiamo avere figli perfetti? I figli sono diventati status symbol e i loro successi un modo per gareggiare con amici e vicini di casa. In poche parole, ci fa notare l'autrice, il ruolo del genitore si è professionalizzato. I figli cresciuti in questo clima di competizione e che si credono speciali, una volta usciti nel mondo pensano che lo scopo ultimo è quello di eccellere e non semplicemente provare piacere nel fare le cose. • La mamma tigre e il papà-manager. La docente cino-americana Amy Chua, autrice dell'autobiografia Il Ruggito della mamma tigre, racconta come – prima che sua figlia adolescente si ribellasse spaccandole il violino in piena Piazza Rossa a Mosca – fosse completamente concentrata su una disciplina rigidissima, fatta anche di urla, umiliazioni e dure punizioni. Prima che si “rilassasse”, la docente non cresceva certo le figlie nella bambagia ma si focalizzava solo sul successo scolastico e artistico boicottando l’autostima. Capì i suoi errori, si rilasso e la figlia poté sostituire il violino con la racchetta da tennis. Anche i genitori-manager, che di solito sono uomini, si prendono carico della carriera professionale dei figli, ma finiscono spesso in causa, citati dai figli in giudizio. Proprio come accadde a Jennifer Capriati, Steffi Graf o i famosissimi Jackson Five. • Genitori primi della classe e figli iper stimolati. «Non capisco come hanno fatto a bocciare mio figlio, visto che avevamo studiato tantissimo», con una frase tipica, la Millet ci presenta il genitore che si sostituisce al figlio. Vuole la miglior scuola, il miglior percorso scolastico, conosce il programma di ogni corso meglio del figlio, studia insieme a lui o per lui e si permette anche di lamentarsi con il maestro se il voto non corrisponde a ciò che il suddetto genitore si aspetta. Un'altra caratteristica dell'ipergenitorialità è quella dell'ossessione per la stimolazione precoce: il bambino deve eccellere in tutto e il prima possibile: lettura, scrittura, in ogni sport o lingua straniera possibile. • I re della casa. Si tratta di figli che se perdono il cellulare il genitore glielo rimpiazza subito senza chiedere niente, di figli preadolescenti a cui – racconta Nardone nel sopraccitato libro Modelli di famiglia – non si toglie il pannolino di notte per paura che soffrano e di figli che non vengono mai coinvolti in casa. Lo psicologo americano Jerome Kagan sostiene che proprio in queste famiglie in cui i genitori non chiedono mai niente ai propri figli, si riscontra il maggior numero di disturbi psicologici nell'adolescenza: disturbi di tipo ansioso, ossessivo e depressivo, alimentare e fobico. • Noia e “bassa tolleranza alla frustrazione”. Il mercato delle strutture ricreative, dei laboratori per neonati, e delle attività nel tempo libero spingono di continuo all'organizzazione del tempo, in modo maniacale, tanto che oggi un pomeriggio “non organizzato” porta automaticamente alla tanto temuta noia. Giustificare il figlio perché ha “bassa tolleranza alla frustrazione” sembra essere diventata oggi la scusa ufficiale che giustifica la maleducazione del figlio che tira un calcio a un altro perché questi non gli ha prestato il suo gioco. In un mondo dove la precarietà è all'ordine del giorno, nell'era della "modernità liquida", la tolleranza alla frustrazione e la resilienza dovrebbero essere capacità fondamentale da sviluppare sin da giovani. La frustrazione è fastidiosa, arriva quando ci innamoriamo di una persona che non ricambia, quando partecipiamo a una gara ma non vinciamo, quando prepariamo una torta che si sgonfia appena uscita dal forno o quando cominciamo un puzzle ma non riusciamo a finirlo. La frustrazione e ad ogni angolo e la lista è infinita, perché la vita è piena di frustrazioni – ci fa notare l’autrice. E allora, perché proteggere i nostri figli dalla frustrazione? • Che fine ha fatto la fatica? Evitare la frustrazione ai nostri figli e fare in modo che siano sempre felici, è un modo per evitare loro la fatica, un concetto apparentemente fuori moda. Piuttosto che elogiare l'intelligenza o la bellezza, perché non facciamo invece un elogio alla capacità di faticare? – ci ricorda il pedagogista Gregorio Luri. Secondo il pedagogista José Antonio Marina, «l'educazione è data dalla somma di due elementi, l'istruzione e la formazione del carattere, ossia le risorse per mettere in pratica l'istruzione, come la costanza, l'impegno e la capacità di frustrazione». • L'underparenting o semplicemente il far meno caso ai figli. Se il peso dello zaino è accettabile, lo zaino se lo porta lui. Imparerà così che "ce la fa" e si sente autonomo, e che "è suo" e ne è responsabile. Ai suoi tempi, ricorda l'autrice, quando un figlio interrompeva la conversazione tra due adulti è come se questi avessero sentito il rumore della pioggia. Oggi, per ogni cosa, si pongono troppe domande ai bambini. Troppe domande e troppe stimolazioni ai bambini piccoli li confondono. La celebre supernanny inglese Jo Frost suggerisce che domande come «Vuoi andare a letto?», oppure «Vuoi fare il bagnetto?», «Ti vuoi vestire?», «Ti vuoi mettere il pigiama?», «Vuoi prendere la medicina?» non sono appropriate. I bambini sono intelligenti, questo è chiaro, però ci sono certe cose che non sono in grado di decidere da soli. • Il genitore che osserva e il figlio che si autocontrolla. La Martinez chiama la capacità di osservare senza intervenire "la sana disattenzione", consiste cioè nel non anticipare possibili contrattempi e nel non perdere la testa di fronte a possibili disagi del bambino. Anziché fare i compiti ai figli, l'undergenitore si siede a fianco e stimola con domande, gli permette di sbagliare e aspetta. Il professore di psicologia Walter Mischel, famoso per il suo studio sui bambini capaci (o no) di attendere cinque minuti prima di mangiare dei marshmallow, ci ricorda che ogni artista sa benissimo cosa significhi essere «disciplinati, esercitarsi e rimanere concentrati». • Come si educa l'autocontrollo? La risposta è semplice: s’impongono dei limiti e si usa la parola "no". "No" è una parola che immunizza e che prepara alle delusioni. Dirla fa bene sia ai figli che ai genitori. Se un "no" sembra troppo forte, può essere sfumato con un “Mi dispiace” che lo accompagna. I limiti sono terapeutici ed educativi perché, se non esistessero, come si potrebbe trasgredire in età adolescenziale? Citazioni: «Un bambino ha bisogno di tempo per stare a casa, per giocare e per stare tranquillo.» «Il rischio è parte integrante del valore ludico.» «Vista l’alta incidenza di avversità e ostacoli nella vita, è urgente educare i nostri figli alla capacità di frustrazione, andata un po’ dimenticata in questi anni» «Avete dei figli bellissimi e li adorate, certo, ma questo non significa che vadano educati come se fossero la reincarnazione del re Sole.» «Paura di sbagliare. Di dirgli di no. Di traumatizzarli. Di non dargli tutto quello che sono convinti di meritare. Di non renderli felici. Di farli soffrire. Persino di non riuscire a ottenere quei figli perfetti che, a quanto sembra oggi, tutti dovrebbero avere. Il mio consiglio (l’unico non supportato dal giudizio di esperti) è di rilassarvi, di ammettere di avere paura.» «Ditegli che gli volete bene, e molto, ma che non per questo godono di diritti acquisiti. Né si di voi, né sul resto del mondo.» Perché leggere questo libro: Perché un libro scritto da una giornalista è sempre frizzante, pieno di spunti puntualmente supportati da studi validi e ricco di neologismi divertenti. Perché ci fornisce un quadro della realtà e ci dà anche semplici soluzioni. Perché parla anche di come coinvolgere i figli nella gestione delle incertezze e della paura. Perché le storie riportate dall’autrice pongono gli spunti riflessivi in un contesto contemporaneo e concreto. Questa scheda è stata realizzata da Paolo M. Categoria: genitorialità Acquista…