Impara a essere felice


Paolo Crepet, Impara a essere felice, Einaudi

Crescita Personale, Comunicazione & Psicologia

L’obiettivo dell’autore è fare chiarezza sul concetto di felicità. Partendo dal presupposto che ognuno dovrebbe interrogarsi sulla propria felicità, l’autore tende a evidenziare la perenne insoddisfazione della società, educata alla tristezza più...




Paolo Crepet, Impara a essere felice, Einaudi

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Perchè leggere questo libro

Perché è una lettura profonda che adotta un linguaggio semplice. Perché l’autore sottolinea una serie di problemi connessi con la ricerca della felicità. Perché l’autore offre parecchi spunti di riflessione attraverso la propria esperienza. Perché...


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Paolo Crepet, Impara a essere felice, Einaudi

Riassunti di libri di crescita personale


Paolo Crepet, Impara a essere felice, Einaudi Chi è l’autore? Paolo Crepet è psichiatra e sociologo. Tra i suoi libri, Sfamiglia (2009), Un’anima divisa (2010), L’autorità perduta (2011), Elogio dell’amicizia (2012), Oltre la tempesta (2021) e La fragilità del bene (2021). Qual è l’intento dell’autore? L’obiettivo dell’autore è fare chiarezza sul concetto di felicità. Partendo dal presupposto che ognuno dovrebbe interrogarsi sulla propria felicità, l’autore tende a evidenziare la perenne insoddisfazione della società, educata alla tristezza più che alla felicità. La soluzione consiste nel cambiare atteggiamento, smettendo di lamentarsi e ponendosi come obiettivo costante la felicità, diversa dalla gioia effimera, costituita da determinazione, coraggio, sogno, desiderio e positività. Questo libro insegna: La felicità regalata. Il primo metodo di acquisizione della felicità contestato dall’autore è relativo al consumismo. Molte famiglie, anche sulla base di pubblicità ingannevoli, ritengono che i figli possano essere felici in proporzione ai regali che vengono fatti loro: più il regalo è costoso, più alto è il valore attribuito dai genitori alla felicità del figlio. L’autore ritiene invece che questo sia un grave errore pedagogico, per cui si tende a barattare l’affetto con un regalo e di conseguenza il bambino darà alle emozioni una forma, un colore e un prezzo. Questo è il metodo più sbrigativo ma è anche il più diffuso. Il messaggio che si trasmette ai figli è che tutto è dovuto. Così facendo, per loro sarà molto più arduo comprendere che l’esistenza non è un ipermercato. Felicità è sporcarsi. La felicità è sporcarsi, nonostante molti genitori pretendano che l’immagine dei figli sia immacolata. Questo significa che i bambini dovrebbero andare a scuola per sbagliare e imparare attraverso i propri errori. Il grande errore pedagogico commesso da molti genitori prevede invece l’esatto opposto, ovvero che i bambini non possano essere liberi di conoscere il mondo e di farsi male. La sconfitta porta il dolore ma è bene che fin da piccoli i bambini siano abituati a conoscerla, poiché nel corso della loro esistenza avranno a che fare sia con le vittorie sia con le sconfitte. Per far comprendere meglio il concetto, l’autore racconta un episodio personale: era andato a Palermo per una conferenza ed era stato invitato da un preside a visitare la propria scuola, una scuola elementare. A differenza di quello che si aspettava, l’autore si era trovato innanzi a una classe ordinata e silenziosa, educata e diligente. Questa specie di miracolo era dovuta essenzialmente alla presenza di un insegnante inglese madrelingua. Il silenzio di quei bambini era espressione di una grande tranquillità. L’insegnante era in grado di ascoltare ogni bisogno individuale dei suoi alunni. La serenità di quei bambini non avrebbe che portato a un apprendimento felice. Felicità e autostima. La felicità non può esistere senza autostima. L’autostima cresce attraverso l’esperienza, la caparbietà, la volontà e la disciplina. Una ginnastica psichica che può contribuire al raggiungimento dei propri obiettivi con il massimo delle risorse di cui si è in possesso. L’educazione è un fattore fondamentale per ogni traguardo. Infatti molte persone crescono senza autostima a causa di una cattiva educazione famigliare: l’esempio concreto è la madre che aiuta la figlioletta a infilarsi il pigiama la sera, anziché spiegarle come si fa e lasciare che sia lei a provare ed eventualmente a sbagliare. In secondo luogo, l’educatore deve essere in grado di galvanizzare l’allievo con degli elogi. Questi non vanno espressi in modo scriteriato ma solo quando se ne sente la reale necessità. Una bassa autostima produce gente amorfa, incapace di dipendere unicamente da se stessa e di liberarsi dalle opinioni e dalle idee altrui. Infatti chi non possiede una grande autostima non si sbilancia, temendo di essere criticato, e cerca invece l’approvazione dell’altro. Così la scarsa autostima produce due fenomeni: la mimetizzazione (la capacità di nascondersi) e l’imitazione (amare ciò che amano gli altri). Il potere economico e politico ha bisogno di gente con scarsa autostima poiché chi non possiede autostima non possiede nemmeno più la propria libertà ed è più facile da manipolare. Felicità e disobbedienza. In Disobbedienza civile, Henry David Thoreau invita alla disobbedienza qualora le leggi dello Stato siano reputate ingiuste. Poiché non può esserci felicità senza libertà, non può esserci felicità nemmeno senza il contrasto all’indifferenza, che equivale a disobbedire e ad andare controcorrente. L’infelicità invece si materializza in chi rinuncia alle proprie ambizioni, in chi preferisce accontentarsi di quello che ha. La disobbedienza porta inevitabilmente al rafforzamento della propria dignità. L’autore sottolinea quanto sia errato pensare che l’obbedienza sia la strada più facile per raggiungere la felicità: infatti l’obbedienza comporta la rinuncia a una fetta della propria felicità. Felicità e desiderio. Il desiderio dovrebbe essere costante. Più alto è il desiderio, più alta è la libertà. E chi è libero è difficilmente ricattabile. Per questo un bambino dovrebbe essere educato a non accontentarsi di ciò che ha. Se il bambino dovesse invece possedere tutto quello che desidera, sarebbe un suddito, più manipolabile. La felicità dipende dunque dalla voglia di raggiungere ciò che non si ha, non di aggiungere qualcosa a ciò che si ha già. Felicità e lavoro. Una nuova forma di schiavitù è rappresentata da quei contratti di apprendistato e stage che molti giovani, dopo il diploma o la laurea, accettano pur di arricchire il proprio bagaglio di esperienze, nonostante non sia prevista alcuna remunerazione. È un modo molto errato di intendere il lavoro, poiché in questo modo i giovani, sapendo di non avere alcun tipo di valore in cambio delle loro prestazioni, opereranno controvoglia, odiando ciò che fanno. Di conseguenza, se la felicità non può essere conseguita nella vita professionale, i giovani lavoratori non potranno che cercarla nella vita privata, nel divertimento e nello svago, annichilendo tutte quelle idee utili per il futuro. Secondo Alexandre Koyré, è anzi dal tempo libero e dal gioco che nasce la civiltà. Il lavoro è infatti fondato proprio sulla schiavitù. Se così non fosse, sindacalisti e psichiatri avrebbero meno problemi di cui occuparsi. Allo stesso modo, non ci sarebbe bisogno della consolazione dei preti se la felicità risiedesse nella vita terrena. Tuttavia, a questo quadro pessimista, l’autore affianca degli elementi positivi. Si tratta in particolare della trasformazione avvenuta nel mondo del lavoro grazie alla concezione del tempo: mentre con il lavoro dipendente non si tiene conto della predisposizione del lavoratore a essere più produttivo in certe fasce orarie, il lavoro creativo presuppone una maggiore flessibilità non soltanto nel tempo ma anche nello spazio, essendo possibile lavorare anche da casa. Felicità e consumismo. Un’altra forma illusoria di raggiungimento della felicità è il consumismo. L’autore rievoca un episodio personale in cui, nella Praga comunista, una sua collega gli invidiava un paio di scarpe da tennis e anziché preoccuparsi della privazione delle proprie libertà si ritrovava in scalpitante attesa per un congresso a Berlino che le avrebbe dato l’opportunità di comprarne di nuove. L’episodio fa riflettere poiché evidenzia quanto il consumismo riesca a sottrarre energia mentale dai problemi più rilevanti. Il consumismo azzera la felicità nel momento dell’acquisto, quando il desiderio è raggiunto, ma si rinnova ogni volta all’infinito. È per questo che il consumismo produce una felicità effimera. Citazioni: «Viviamo in un’epoca in cui si sta diffondendo una sorta di “perversione cerebrale” della felicità: l’idea che debba essere prodotta solo da esercizi mentali. Non ti fidare di questa stramba illusione: cerca di essere più umile e pensa a ciò che le tue dita possono creare.» «Chi non ha stima di sé cerca l’approvazione generale, insegue nell’altro l’amore di chi l’avrebbe dovuto proteggere, aiutare, assecondare e non sempre vi è riuscito.» «La felicità esiste a prescindere dal mondo e dagli altri; si può essere felici in assoluta solitudine come nell’estasi, ma in nessun caso ci si può lasciar contaminare dall’indifferenza.» «La ricerca della felicità inizia da un atto di umiltà, dal riconosciuto bisogno di ascoltarsi e di non far sempre prevalere le necessità degli altri.» Perché leggere questo libro: Perché è una lettura profonda che adotta un linguaggio semplice. Perché l’autore sottolinea una serie di problemi connessi con la ricerca della felicità. Perché l’autore offre parecchi spunti di riflessione attraverso la propria esperienza. Perché l’autore è uno stimato psichiatra noto al grande pubblico. Questa scheda è stata realizzata da Fabrizio Rigante Categoria: Comunicazione & Psicologia