Mindful eating


Jan Chozen Bays, Mindful eating, Enrico Damiani Editore, trad. M. Petruzzi

Crescita Personale, Mindfulness & Felicità, Salute & Benessere

L’autrice aiuta i lettori a riconoscere la fame da nove punti di vista differenti. Ci rende consapevoli dell’attrazione verso il cibo a livello emotivo, biologico, storico. Il suo intento è quello di aiutarci a mangiare serenamente e coerentemente con il...




Jan Chozen Bays, Mindful eating, Enrico Damiani Editore, trad. M. Petruzzi

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Perchè leggere questo libro

Perché ci insegna passo dopo passo, e con molti esercizi di minfulness, a ritrovare il giusto modo di nutrirsi. Perché parla anche di sé e rivela come è riuscita a superare certe voglie come quella dei donuts, mai apprezzati fino al giorno in cui sono...


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Jan Chozen Bays, Mindful eating, Enrico Damiani Editore, trad. M. Petruzzi

Riassunti di libri di crescita personale


Jan Chozen Bays, Mindful eating, Enrico Damiani Editore, trad. M. Petruzzi Chi è l’autore? Jan Chozen Bays è una pediatra e maestra di meditazione insegnante di mindful eating da più di 20 anni. Vive nel monastero Zen Great Vow in Oregon, di cui è abate insieme al marito. Qual è l’intento dell’autore? L’autrice aiuta i lettori a riconoscere la fame da nove punti di vista differenti. Ci rende consapevoli dell’attrazione verso il cibo a livello emotivo, biologico, storico. Il suo intento è quello di aiutarci a mangiare serenamente e coerentemente con il suo metodo del mindful eating (mangiare con la giusta attenzione e consapevolezza). Questo libro insegna: • La via della consapevolezza. Oggi esiste una “fonte di sofferenza” assolutamente non necessaria e legata al cibo. Le battaglie con il cibo sono fonte continua di stress, sensi di colpa, vergogna e depressione. Quando si mangia – ci suggerisce l’autrice – è necessario tenere presente un ingrediente necessario: la mindfulness. Cosa significa? È il «prestare attenzione in maniera totale e priva di giudizio allo svolgersi della vita momento per momento». Le diete, la sostituzione di cibi, le operazioni chirurgiche non sono la soluzione, ci ricorda fortemente l’autrice che ci riporta alla base: il problema non è il cibo. • Cos’è il mindful eating? La mindfulness è prestare deliberatamente attenzione a ciò che succede dentro di noi, nel corpo, nel cuore e nella mente, e fuori di noi nell’ambiente in cui ci troviamo, il tutto senza giudizio o critica. All’opposto, quando facciamo senza pensare, quando vediamo, tocchiamo o mangiamo senza essere presenti, è come se quella cosa non esistesse e la perdessimo. La mindfulness trasforma un evento in curiosità e scoperta. L’autrice provoca il lettore chiedendo se non sia mai stato assetato, dopo una lunga giornata calda o attività motoria: quanto è squisita l’acqua in quei momenti? Questo è apprezzare appieno. L’autrice ci ricorda di essere presenti: per godere di sapori, odori e sensazioni nel corpo. Se mangiamo mentre parliamo, scriviamo o guardiamo, il sapore diminuirà o svanirà. • I nove tipi di fame. Il primo esercizio proposto nel libro è quello di prendere un acino di uva passa e di valutare la fame da nove punti di attenzione differente: 1. La fame degli occhi, guardandolo. Come appare? Ci attira? Ci soddisfa? 2. La fame del tatto, toccandolo. Come sembra al tatto? Interessante? Attraente? 3. La fame delle orecchie, movendolo accanto a un orecchio per sentirne il suono prodotto 4. La fame del naso, sentendone l’odore e eventuali profumi 5. La fame della bocca, mettendolo ora in bocca senza masticarlo e facendolo solo girare in bocca e poi masticandolo e sentendo cosa accade 6. La fame dello stomaco, per cui ci si chiede quanta fame si ha e quanto se ne vorrebbe ancora su una scala da 0 a 10 7. La fame cellulare, pensando all’assorbimento e chiedendosi “Come lo stanno ricevendo le cellule del corpo?” 8. La fame della mente, quando la mente s’intromette con quei “dovrei” o “non dovrei” e, ultima, 9. La fame del cuore, quando pensiamo che un cibo sia confortante e rassicurante oppure quando ci ricorda eventi legati al passato, ricordi di famiglia che siano belli o dolorosi. • Come cambia la fame? I neonati mangiano naturalmente ricercando ciò di cui hanno bisogno, gli adulti mangiano per abitudini apprese, affetti, condizionamenti mentali… Il mindful eating suggerito dall’autrice ci libera da queste “dinamiche reattive” e non spontanee. Attraverso la consapevolezza possiamo cambiare, ci sprona l’autrice, occorre coraggio, osservazione onesta e senza giudizio e costanza. Perché vogliamo mangiare? È fame fisiologica o altro? È perché siamo al ristorante e vediamo il vassoio dei dessert? È perché la pubblicità ci fa venire in mente qualcosa? Se al cinema ci venisse dato un contenitore di pop corn più grande ne mangeremmo di più senza accorgercene: l’autrice ci riporta questo ed altri esperimenti dal libro di Brian Wansink, Mindless eating: why we eat more than we think . Gli occhi possono volere di più e ingannare la fame, ma possono anche essere usati per “saziarsi” con forme e colori. La bocca si sazia di sensazioni ed è condizionata dai desideri della mente. Lo stomaco vuole nutrimento e le cellule specifici nutrienti. Se siamo consapevoli dei tipi di fame possiamo mangiare il giusto e nel modo giusto. • La fame della mente. Quando la mente interferisce e si dice “Dovrei”, “Mi merito”, “Ho letto sulla rivista che”, “Non dovrei…” e “Ho sgarrato”, la nostra mente si mette in mezzo. Ci hanno detto che le uova facevano male, il grasso faceva male, poi ci hanno detto che potevamo tornare a mangiare le uova e che l’olio d’oliva faceva bene. Gli alimenti non sono né buoni né cattivi, la via giusta sta nel non esagerare mai. La nostra mente è un giudice interiore, è un informatore di notizie insaziabile ma ci confonde e ci fa paura. La mente però non è il nemico, può salvarci ricordando quali cibi possono nuocere se soffriamo di malattie, per esempio. Acquietare la mente la sazia. • La fame del cuore. Il cibo ci può ricordare di bei momenti passati, la cucina di mamma o di nonna, momenti di condivisione e amore. Il cibo può essere confuso per una coccola, come quando da piccoli eravamo malati e la mamma ci coccolava con qualcosa. Il cibo mangiato con la fame del cuore è quel cibo che vuole riempire un vuoto nel cuore e che riempie anche lo stomaco. Come si riconosce la fame del cuore? L’autrice ci suggerisce di immaginare che ogni boccone venga inviato al cuore, come ci sentiamo? L’autrice ci presenta un esercizio per coinvolgere tutti i tipi di fame, chiedendo a ciascuna, compresa quella del cuore, quanta fame ha e di misurarla su una scala da 0 a 10, dove 0 è “niente fame” e 10 è “tantissima fame”. Esempio: un vassoio di pasticcini quanta fame procura agli occhi? Al tatto? Alle orecchie? Al naso? Alla bocca? Allo stomaco? Alle cellule? Alla mente e, infine, al cuore? • Il condizionamento nel mangiare. Il condizionamento è un fenomeno naturale e normale, associamo un «Bravissimo, hai mangiato tutto» alla soddisfazione dei genitori e al riconoscimento; oppure alla frase «Se mangi troppo diventi grassa come tua madre» associamo disagio, ansia o dolore. È importante essere consapevoli dei propri condizionamenti, proprio come quando Pavlov condizionò i suoi cani a salivare per un suono di campanella che era stato precedentemente associato alla presenza di cibo. A volte ci si sazia talmente tanto per non sentire più il dolore o il fastidio di certe situazioni famigliari. In occidente solo il 20% delle persone dichiara di fermarsi perché sazio, il resto degli intervistati dichiara di finire di mangiare perché il piatto è finalmente vuoto o perché è finita la serie in TV. Il cibo può essere un anestetizzante alla vita, ecco lo scopo nel binge eating disorder: intorpidire i sensi per non sentire la sofferenza del cuore. • Paura di morire di fame. Esistono anche dei condizionamenti primordiali e antichissimi insiti in noi, come la paura di morire di fame. Quando la carne del mammut cacciato finiva si rischiava di restare a digiuno per giorni interi. Oggi possiamo capire – ci riprende l’autrice – che la paura di morire di fame è servita a suo tempo per sopravvivere e che è e resta parte della nostra storia. Possiamo liberarci da essa con la mindfulness, cioè la consapevolezza della sua esistenza. Possiamo capire quando mangiamo per stress e quando lo facciamo per fame. Possiamo sentire l’impulso di mangiare un gelato e “non agirlo”. • Il piacere primordiale del dolce. L’autrice ci parla dell’esigenza corporea di grasso e zuccheri e di sale. Il sale serve per equilibrare le riserve di sodio e cloruro nel corpo, il grasso per le riserve e per essere assorbito più lentamente nel dispendio energetico e lo zucchero per quel dispendio immediato richiesto a volte per certi sforzi fisici. Il sapore del dolce però è anche associato alla sopravvivenza, ci indica se un cibo non è velenoso e quindi commestibile. Oggi abbiamo zucchero disponibile e in eccesso ovunque e il dispendio energetico per andare al supermercato non giustifica l’assunzione di tutto quello zucchero. • Sei linee guida per il mindful eating. L’autrice riassume le cose da fare in sei semplici linee guida: 1. Rallentare, cioè il “Fletcherizzare” che deriva dal cognome del signore americano che dimagrì 20 kg agli inizi del 1900 semplicemente rallentando mentre mangiava. L’appetitometro, una sorta di misuratore per l’appetito, ci aiuta a sentire il senso dell’appetito mentre mastichiamo e mangiamo più lentamente. 2. La giusta quantità, l’autrice ci fa scoprire l’antica cerimonia dell’oryoki che richiede l’uso di ciotole per mangiare graduate in misura (oryoki significa “appena sufficiente”). L’autrice suggerisce di seguire la seguente filosofia: se riteniamo che dopo altri cinque bocconi saremo sazi, allora fermiamoci e beviamo un bicchiere d’acqua. Un altro piccolo esercizio che l’autrice ci suggerisce di svolgere nel dubbio, è finire la seguente frase: «Sto mangiando questa porzione per________» e vedere come la mente riempie lo spazio. 3. L’equazione dell’energia. Ciò che entra e ciò che esce dovrebbero equilibrarsi. Se vogliamo perdere peso, c’è solo una cosa da fare: diminuire l’energia che entra nel nostro corpo e aumentare quella che esce. Oggi facciamo meno fatica per procurarci del cibo, abbiamo uno stile di vita sedentario e – in generale – facciamo poco movimento. 4. Sostituzioni consapevoli. Una voce infantile potrebbe dire «Voglio qualcosa di dolce» e la voce genitoriale dice «Non è ora di merenda, niente dolci ancora». Poi la voce indignata dice «Sei in sovrappeso di 10 kg. Non dovresti mangiare dolci per almeno un anno!» Come possiamo lavorare efficacemente con queste voci? Il punto è prendersi bene cura di sé stessi, come farebbe un genitore “premuroso e saggio”. 5. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. La meditazione quotidiana aiuta a regalare apertura mentale e a distaccarsi dalle voglie di cibo. Quando qualcuno dice all’autrice che vuole digiunare, lei richiede sempre la motivazione. Se le risposte provengono dal critico interiore, l’autrice sconsiglia di procedere. Se invece la motivazione è quella di andare al di là della paura di non avere sufficiente cibo, allora l’autrice segue i suoi clienti nel buon proposito. 6. La gentilezza e il critico interiore. La meditazione regola la mente, riduce le attese del perfezionista, dell’istigatore e del critico interiore. Le voci non riescono ad attaccare il “qui e ora”, si riferiscono sempre o al passato o al futuro; ma quando non c’è né passato né futuro non c’è paragone, non c’è critica, ci sono solo ascolto e consapevolezza. • Coltiviamo la gratitudine. Associamo il cibo alla salute e al piacere. Cosa ci viene in mente quando parliamo di torta al cioccolato? Per gli americani, la risposta è il senso di colpa; per i francesi, invece, la risposta è un “festeggiamento” ci dice l’autrice. Siamo ossessionati dal cibo o grati? Il pensiero è energia e se pensiamo male del cibo produrremo energia negativa. L’autrice ci sprona a essere grati per il cibo che abbiamo e per chi lo produce, ringraziare i batteri che processano il nostro cibo. • Mindful eating con i bambini. L’autrice ci suggerisce di fare un cartellone delle nove fami e prima di mangiare chiedersi tutti in famiglia quale fame sia la più forte. C’è anche un gioco che l’autrice ci consiglia di provare con i figli: quello di essere dei “detective alimentari”, cioè investigare un cibo nuovo. Portare un frutto a tavola e investigarlo significa immaginare di uscire da una navicella spaziale e scoprire: guardarlo, toccarlo, annusarlo, chiedersi se ne abbiamo voglia, tagliarlo e osservare di nuovo, e poi essere molto coraggiosi e assaggiarlo. Citazioni: «Il mindful eating non è regolato da grafici, tavole, piramidi o bilance. Non è dettato da alcun esperto. È guidato dalle nostre esperienze interne, momento per momento. Ognuno ha un’esperienza che è unica. Quindi l’esperto in questo caso, sei solo tu.» «La mindfulness è il miglior condimento.» «Tutti vogliamo essere liberi ma la libertà non si conquista in una notte.» «Quando mangiamo basandoci sulle nostre convinzioni, il nostro modo di mangiare si basa sulla preoccupazione.» «Non possiamo dipendere dal cibo per riempire gli spazi vuoti del nostro cuore.» «Il Buddha dice che non è importante se proviamo desiderio o avversione per qualcosa, in entrambi i casi siamo come cani alla catena.» Perché leggere questo libro: Perché ci insegna passo dopo passo, e con molti esercizi di minfulness, a ritrovare il giusto modo di nutrirsi. Perché parla anche di sé e rivela come è riuscita a superare certe voglie come quella dei donuts, mai apprezzati fino al giorno in cui sono entrati nella sua testa... Perché parla della consapevolezza in ogni suo aspetto e dei vantaggi del metterla in atto a tavola mangiando. Questa scheda è stata realizzata da Paolo M. Categoria: Mindfulness & Felicità e Salute & Benessere Acquista…