I miti del nostro tempo


Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli

Crescita Personale, Comunicazione & Psicologia

L’autore intende analizzare i cosiddetti miti, idee radicatesi così tanto nella nostra mente fino a non essere mai messe in discussione. Questi miti sono delle idee semplici, comode e rassicuranti. L’autore vuole però provare a risvegliare il lettore e...




Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli

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Perchè leggere questo libro

Perché racconta da un punto di vista nuovo dei luoghi comuni ormai radicati. erché affronta temi universali come l’amore, la felicità e la giovinezza. Perché tratta problemi filosofici in modo semplice con un linguaggio mai tecnico. Perché può essere...


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Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli

Riassunti di libri di crescita personale


Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli Chi è l’autore? Umberto Galimberti è filosofo, psicoanalista e docente universitario italiano. Studioso di Husserl e Heidegger, dal 1995 collabora con il quotidiano «la Repubblica». Tra le sue opere si ricordano: Gli equivoci dell’anima (1999), Orme del sacro (2000), L’ospite inquietante (2007), I miti del nostro tempo (2009), Cristianesimo (2012), La disposizione dell’amicizia e la possessione dell’amore (2016), Che tempesta! (2021 con Anna Vivarelli) e Il libro delle emozioni (2021). Qual è l’intento dell’autore? L’autore intende analizzare i cosiddetti miti, idee radicatesi così tanto nella nostra mente fino a non essere mai messe in discussione. Questi miti sono delle idee semplici, comode e rassicuranti. L’autore vuole però provare a risvegliare il lettore e aiutarlo quindi a sottoporre a critica proprio quelle idee di cui è difficile fare a meno. Questo libro insegna: Il mito dell’amore materno. L’amore materno è formato sia dall’amore per il figlio sia dal suo rifiuto. L’ambivalenza dell’amore materno è un effetto della doppia soggettività: una dice «io», mentre l’altra fa sentire la donna «depositaria della specie», ovvero legittima giudice della vita e della morte dei propri figli, come la Medea di Euripide. Il conflitto tra queste due parti è alla base sia dell’amore sia dell’odio materno: infatti la maternità comporta sacrifici (tempo, lavoro, sonno, relazioni etc.). Si tratta di un’ambivalenza che va riconosciuta e accettata come naturale. Il secondo problema riguarda la solitudine della condizione materna all’interno del nucleo familiare. Il ruolo dell’uomo è spesso ridotto a colui il quale porta i soldi a casa, mentre alla donna spetta il compito di proteggere la famiglia dall’esterno. Il mito della giovinezza. La giovinezza è quell’arco di tempo, piuttosto breve, in cui l’individuo è considerato biologicamente forte, economicamente riproduttivo e bello esteticamente. Il periodo successivo alla giovinezza costituisce la maggior parte della vita ed è volto quasi unicamente alla sopravvivenza. Eppure è la cultura occidentale a porre rilievo sui tre fattori peculiari (biologico, economico ed estetico) della giovinezza. In questo modo, di conseguenza, la vecchiaia è considerata inutile e nient’altro che una mera attesa della morte. Una condizione addirittura di cui vergognarsi, che va celata con interventi estetici e chirurgici per preservare una telegenia fittizia ma sempre più richiesta. Il mito della felicità. Per far comprendere quanto la società odierna sia infelice, l’autore fa notare che il titolo originale Lettera a Meneceo di Epicuro è stato furbescamente cambiato dall’editore in Lettere sulla felicità, proprio per attirare tutti coloro i quali desiderano cambiare la propria condizione di infelici. La felicità dunque esiste perché si conosce il suo opposto, l’infelicità, quello stato d’animo ordinario di cui la felicità non è che una parentesi. Eppure l’uomo può perdere la felicità come condizione ma non nella propria memoria, nell’esperienza. La felicità è una prospettiva di via di fuga dal dolore. Mentre chi soffre si interroga sulle ragioni della propria condizione e sul senso dell’esistenza, chi è felice ignora l’esistenza come problema perché aderisce per intero alla propria condizione e non ha motivo di rifiutarla. Nel corso dei secoli il concetto di felicità è mutato. Per gli antichi Greci la felicità era la capacità di controllare il proprio destino (eudaimonía) mentre per i Cristiani si poteva ottenere nell’oltretomba a prezzo del dolore nel mondo dei vivi. Oggi la felicità è individuale, connessa con l’affermazione di sé a scapito degli altri. Il mito dell’intelligenza. L’intelligenza non può essere misurata con un test sul quoziente intellettivo. Infatti l’intelligenza non ha una forma unica: 1) l’intelligenza flessibile è quella che i docenti attribuiscono agli studenti che non hanno un rendimento alto e che dimostrano di non possedere una particolare inclinazione; 2) l’intelligenza convergente invece non si lascia influenzare dall’immaginazione ma tende a dare un solo tipo di risposta a tutte le problematiche proposte; 3) l’intelligenza creativa è tipica di chi riesce non solo a trovare soluzioni molteplici e originali ma anche a riorganizzare gli elementi fino a dare vita a nuove ideazioni; 4) l’intelligenza musicale, che materializza la geometria del suono; 5) l’intelligenza linguistica, per cui è possibile trasporre un termine o una costruzione da una lingua all’altra; 6) l’intelligenza logico-matematica, propria di chi non vede cose ma analogie e rapporti; 7) l’intelligenza informatica, la forma più elementare, che lavora con il codice binario, capace di vedere solo zero o uno, buono o cattivo, vero o falso etc. Il mito del potere. Il potere è esistito in due forme: la tirannide (potere truculento) e lo Stato (potere legale). Queste espressioni del potere non sempre sono visibili ma spesso si celano dietro al prestigio, all’ambizione, alla reputazione, al carisma etc. Sono le cosiddette maschere del potere, tramite cui avviene il controllo delle nostre condizioni di vita. Per esercitare il proprio controllo, il potere deve conquistare le idee, che non saranno più quelle di bellezza, verità, giustizia e pace ma quelle legate al commercio, alla proprietà, al profitto e al denaro. Il potere riesce a forgiare il popolo non con costrizioni fisiche o con limitazioni delle libertà ma inculcando idee di sicurezza, di consumo, di passività davanti ai media e allo spettacolo, di narcisismo individualistico attraverso i social media. A fronte di questi attacchi da parte del potere, ci si può difendere con l’istruzione, con la lettura, con laboratori scientifici, congressi etc. Il mito della follia. La società civile accetta la ragione ma ha difficoltà ad accettare la follia, che fa parte della comune condizione umana. La psichiatria è quella scienza che trasforma la follia in malattia per eliminarla. L’autore si domanda allora se la malattia sia reale o se i cosiddetti malati non siano che le vittime di artefatti culturali, esiti tipici di una cultura che vuole medicalizzare tutti quei disturbi comportamentali che genitori, insegnanti e datori di lavoro non riescono ad arginare. La domanda è retorica, poiché egli sottolinea lo stretto legame tra le malattie dell’anima e il sistema di credenze dominanti. La malattia è attribuita a chi manifesta di essere diverso da quello che è considerato l’ordine. Per esempio, si definisce affetto da personalità multipla colui che si comporta talvolta in un modo e talvolta nell’esatto opposto. Ma questo approccio è legato essenzialmente ai pregiudizi costruiti dalla società nei confronti della malattia mentale. Il mito della guerra. Secondo Hegel, il mito della guerra è una creazione dell’uomo: l’uomo, a differenza dell’animale, non uccide per sopravvivere ma solo per ottenere il riconoscimento della propria superiorità. Secondo Baricco, la guerra omerica è un inferno da cui deriva anche una bellezza, legata per esempio alla pietà dei vincitori sui vinti o alle donne che invocano la pace. Oggi il mito della guerra affascina poiché si richiamano il coraggio e l’eroismo, opposti al terrore e alla viltà. I media sono i principali artefici di questo mito della guerra, a cui lo spettatore partecipa sentendosi al sicuro. Il mito della guerra presuppone, da un lato, l’autovenerazione collettiva attraverso il patriottismo, dall’altro la distruzione del nemico, l’indifferenza ai morti della parte avversa. L’autore paragona il patriottismo a una religione, un dogma per cui il dissenso e la critica devono essere tacitati o ignorati poiché minano le certezze. Citazioni: «Caratteristica del sentimento materno è la sua ambivalenza, che solo il nostro terrore di sfiorare qualcosa che appartiene alla sfera del sacro non ci fa riconoscere. E così finiamo con il sapere troppo poco di noi e della potenza dei nostri moti inconsci.» «Siamo soliti curare i nostri disagi psichici e non invece, come ci suggerisce Hillman, le “idee malate” con cui visualizziamo noi stessi e gli aspetti della nostra vita. Queste idee generano falsi miti, neppure avvertiti come tali, e quindi in grado di diffondere i loro effetti nefasti senza trovare la minima resistenza.» «Sappiamo davvero che cos’è la follia o ci muoviamo tra vie errabonde, dove fatichiamo a scorgere le corrispondenze tra ciò che le diagnosi psichiatriche ci dicono e le modalità con cui qualcuno di noi diventa “folle”?» «Nel silenzio della nostra interiorità, la nostra vita si affaccenda senza più rispettare il settimo giorno, che tutte le religioni precettano perché l’uomo non smarrisca se stesso e la conoscenza di sé.» Perché leggere questo libro: Perché racconta da un punto di vista nuovo dei luoghi comuni ormai radicati. Perché affronta temi universali come l’amore, la felicità e la giovinezza. Perché tratta problemi filosofici in modo semplice con un linguaggio mai tecnico. Perché può essere letto solo nelle parti ritenute fondamentali. Questa scheda è stata realizzata da Fabrizio Rigante Categoria: Comunicazione & Psicologia