Numero 1 si diventa


K. Anders Ericsson, Numero 1 si diventa, Sperling e Kupfer, trad. I. Katerinov

Crescita Personale, Crescita & Sviluppo

I numeri uno come Mozart o Paganini sono entrati nell’immaginario collettivo come prescelti dotati di un talento innato che possiedono per pura casualità. Per questo accade che molto spesso, nonostante un duro e costante allenamento, ci si accontenti di...




K. Anders Ericsson, Numero 1 si diventa, Sperling e Kupfer, trad. I. Katerinov

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Perchè leggere questo libro

Perché aiuta a capire che anche personaggi considerati geni assoluti come Mozart e Paganini non hanno fatto altro che applicarsi assiduamente in quello che facevano, fino a ottenere i risultati ben noti. Perché individua nella forte motivazione personale,...


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K. Anders Ericsson, Numero 1 si diventa, Sperling e Kupfer, trad. I. Katerinov

Riassunti di libri di crescita personale


K. Anders Ericsson, Numero 1 si diventa, Sperling & Kupfer, trad. I. Katerinov Chi è l’autore? K. Anders Ericsson è professore di psicologia all’Università della Florida. Studia le performance di esperti in campi quali musica, sport, medicina. Il suo lavoro rivoluzionario è stato citato da numerosi autori best seller. Qual è l’intento dell’autore? I numeri uno come Mozart o Paganini sono entrati nell’immaginario collettivo come prescelti dotati di un talento innato che possiedono per pura casualità. Per questo accade che molto spesso, nonostante un duro e costante allenamento, ci si accontenti di risultati buoni ma non eccellenti. Grazie ai suoi numerosi studi, l’autore dimostra che chiunque è in grado di raggiungere traguardi inimmaginabili in una certa disciplina, recuperando gli esempi di chi non si è arreso di fronte alle prime difficoltà ma ha continuato a perseguire il proprio obiettivo con tenacia e con il giusto metodo. Questo libro insegna: • Il caso Mozart. Mozart è stato un bambino prodigio, eppure sarebbe errato attribuirgli semplicemente un innato talento musicale. Infatti Mozart è stato stimolato all’ascolto fin da piccolo e questo ha fatto sì che le sue abilità migliorassero col passare degli anni. «È vero però» dice l’autore «che Mozart era nato con un talento […]: un cervello così flessibile e adattabile da essere in grado, con il giusto addestramento, di sviluppare abilità che appaiono quasi magiche a chi non le possiede.» • La pratica mirata. La memoria a breve termine è limitata poiché permette di ricordare al massimo una stringa di circa dieci cifre. Quella a lungo termine, invece, è illimitata, ma per utilizzarla è necessario conoscere delle strategie mnemoniche. Un assiduo allenamento può portare a risultati soddisfacenti a seconda dell’intensità della pratica, eppure, a un certo punto, si smette di imparare. Questo capita nel gioco del tennis, nella musica e persino nella guida. Infatti, una volta raggiunto un livello accettabile di prestazioni e di automatismi, si smette di imparare. Si tratta, in tal caso, di pratica mirata. • Caratteristiche e limiti della pratica mirata. La pratica mirata si distingue dalla «pratica ingenua» (rifare qualcosa sperando che la ripetizione migliori le prestazioni) poiché è «molto più circoscritta, riflessiva e focalizzata rispetto alla pratica ingenua». Le sue caratteristiche sono: 1) Obiettivi specifici e ben mirati. Si stabiliscono degli obiettivi minimi per poi puntare a raggiungere un obiettivo a lungo termine; 2) è focalizzata. La focalizzazione e la concentrazione sono due elementi fondamentali per ottenere un lento ma costante miglioramento; 3) Feedback. È un riscontro da parte di qualcuno che risponda alla domanda: «Sto facendo bene?»; 4) Aiuta a uscire dalla zona di comfort. Secondo l’autore è l’aspetto più importante, poiché permette un costante miglioramento personale e vale in ogni ambito: dunque «se non vi spingete mai oltre i limiti di ciò che già sapete fare, non migliorerete mai.» Nonostante la pratica mirata permetta di uscire dalla zona di comfort, non è sufficiente per essere eccellenti: per questo esiste la pratica intenzionale, di cui si dirà più avanti. • La plasticità. Per far comprendere cosa si intenda per plasticità, l’autore descrive quanto sia difficile diventare tassisti in una città come Londra. Infatti i tassisti londinesi devono memorizzare strade, complessi residenziali, parcheggi, centri finanziari e commerciali etc. Soltanto il raggio di sei miglia intorno a Charing Cross contiene ben venticinquemila strade e palazzi. La mole intensa di sforzo mnemonico a cui sono sottoposti i tassisti ha permesso però di sviluppare l’ippocampo, un’area del cervello che interviene nella formazione dei ricordi. La crescita dell’ippocampo è simile a quella dei bicipiti e dei dorsali di un ginnasta. Questa è dunque la plasticità cerebrale. Tutto ciò fa comprendere quanto sia possibile plasmare il cervello attraverso un addestramento non soltanto consapevole ma anche intenzionale. • L’omeostasi. Il corpo umano tende alla stabilità. Per es. riesce a mantenere costante la pressione del sangue e il ritmo cardiaco. Con l’esercizio fisico o con la dieta alimentare i valori talvolta variano ma si tratta di cambiamenti temporanei. L’omeostasi è quindi la propensione di un sistema ad agire affinché sia mantenuta la stabilità. Quando si fa attività fisica, il corpo è sottoposto a stress e quindi dovrà reagire con una trasformazione, in modo tale da alleggerire lo sforzo. Con la crescita di nuove fibre muscolari derivanti dall’allenamento, il corpo avrà creato dei meccanismi di compensazione e sarà quindi in grado di tollerare quella stessa attività che prima lo stressava. In sintesi, soltanto lo stimolo conduce il corpo a una trasformazione e quindi a un miglioramento. • Plasmare il cervello. Da uno studio neurologico dello psicologo Edward Taub della University of Alabama, in cui sono stati osservati dei musicisti (sei violinisti, due violoncellisti e un chitarrista) e dei non musicisti, è emerso che la regione del cervello che controlla la mano sinistra era molto più grande nei musicisti che nei non musicisti e che questa espansione era direttamente proporzionale all’età a cui il musicista aveva iniziato a suonare. Dunque la pratica ha permesso di imparare a suonare ma ne ha altresì incrementata l’abilità. Anche nel caso di attività fisiche (es. il nuoto) il cervello può espandersi: infatti anche in questo caso è molto importante coordinare i movimenti. Stando agli studi neurologici, il cervello più giovane è più facilmente plasmabile di quello adulto, essendo ancora in via di sviluppo. Si tratta di ciò che l’autore chiama «effetto del ramoscello piegato», per cui piegando un ramoscello dalla sua naturale direzione sarà possibile indirizzarlo altrove rispetto alla sua normale crescita, mentre piegare un ramo già sviluppato risulterà molto meno efficace. • Le rappresentazioni mentali negli scacchi. Oltre alla pratica mirata, un altro tassello verso il miglioramento personale è l’utilizzo delle rappresentazioni mentali. L’esempio proposto dall’autore riguarda Aleksandr Alechin, Grande Maestro di scacchi, capace di giocare delle partite alla cieca, senza vedere i pezzi sulla scacchiera, e di riuscire, su ventisei gare totali, a vincerne sedici. Ma qual è il segreto del Grande Maestro? Quali straordinarie capacità gli hanno permesso di vincere senza nemmeno osservare i pezzi sul tavolo da gioco? Il segreto non risiede in un oscuro talento innato ma in un allenamento iniziato a soli sette anni. L’autore racconta che Alechin, quando andava a scuola, invece di seguire le lezioni pensava alle mosse da gioco. A dieci anni già giocava a scacchi per corrispondenza. Gli scacchi erano insomma il focus costante della sua vita. Questo esempio fa capire quali siano le enormi differenze tra i maestri di scacchi e i principianti, laddove i primi sono riusciti a sviluppare «l’incredibile abilità di analizzare la posizione dei pezzi e individuare le mosse migliori.» Ma per sfruttare al meglio le rappresentazioni mentali è importante la coerenza dell’ubicazione dei pezzi. Infatti, se gli esperti di scacchi, date delle scacchiere con pezzi collocati sulla base di partite in corso, riuscivano a ricordare in quale casella si trovavano le pedine, a fronte di posizioni casuali la loro capacità è improvvisamente venuta meno (due o tre pezzi appena indovinati). I maestri di scacchi non si limitano però a visualizzare le pedine sulla scacchiera ma descrivono la partita con termini come «linee di forza» e «potere». Una peculiarità delle visualizzazioni dei maestri è prevedere quale potrebbe essere l’esito della partita, analizzando dunque i punti di forza e di debolezza delle pedine. In secondo luogo, le rappresentazioni dei maestri consentono di muovere i pezzi e di capire subito in che modo le mosse modificherebbero la gara in corso. • Vantaggio e utilizzo delle rappresentazioni mentali. Le rappresentazioni mentali aiutano a gestire le informazioni. La gestione prevede non soltanto la comprensione e l’interpretazione ma anche la conservazione nella memoria, l’organizzazione e il loro utilizzo al momento del bisogno. È quello che accade, per esempio, quando si impara a leggere: all’inizio si distinguono le lettere, una per una (G-A-T-T-O), mentre quando si diventa esperti le lettere formeranno la parola gatto. Le rappresentazioni mentali, inoltre, sono molto utili per la pianificazione, sia che si tratti di un medico in procinto di fare un intervento, sia che si tratti di uno scrittore professionista. In quest’ultimo caso, per esempio, lo scrittore non adopera l’approccio definito knowledge telling (scrivere ciò che si sa), come farebbe uno studente – che scriverebbe tutto quello che gli passa per la testa senza avere in mente una struttura – ma prima definirebbe gli obiettivi del libro, per poi individuare il programma necessario per raggiungerli. • La pratica intenzionale. In alcune attività, come suonare musica pop o fare il cruciverba, non è necessario applicarsi seguendo un metodo didattico standard. Ben diverso è il caso della musica classica. Prima di estrapolare dal caso specifico una regola generale per definire la pratica mirata, l’autore propone l’esempio di uno studio su alcuni violinisti. È molto difficile suonare il violino: infatti, a differenza della chitarra, non è provvisto di tasti e l’utilizzo dell’archetto sulle corde è molto delicato, poiché la pressione deve mantenersi entro certi limiti. Fatte queste e altre premesse che descrivono nel dettaglio quanto sia faticoso imparare a suonare il violino, l’autore commenta l’esito di uno studio a cui si erano sottoposti trenta studenti e dieci violinisti di mezza età. Stando ai risultati di questo esperimento, è stato rilevato che gli studenti eccellenti si erano esercitati mediamente per sette ore al giorno, a differenza di quelli bravissimi (cinque ore) e di quelli bravi (tre ore). In conclusione, le abilità straordinarie si possono acquisire solo a fronte di un duro allenamento. Il caso dei violinisti permette all’autore di individuare le peculiarità della pratica intenzionale: 1) Si acquisiscono abilità che altri hanno già compreso come acquisire. È però indispensabile che il regime di pratica sia supervisionato da un insegnante esperto; 2) Chi adotta la pratica intenzionale si spinge al di là della propria zona di comfort. Questo significa che al praticante è richiesto uno sforzo volto al costante miglioramento, alla continua crescita delle proprie abilità; 3) L’insegnante individua obiettivi specifici e ben definiti; 4) La partecipazione del praticante deve essere totale e attiva; 5) L’insegnante deve fornire un feedback che consenta di monitorare i progressi del praticante; 6) La pratica intenzionale produce e necessita di rappresentazioni mentali efficaci, al miglioramento delle quali si dovrà ravvisare, di conseguenza, un miglioramento anche nelle prestazioni; 7) La pratica intenzionale richiede lo sviluppo di competenze o di modificare quelle già possedute. • I principi della pratica intenzionale sul lavoro. In che modo si possono applicare i principi della pratica intenzionale su chi è stato già formato? Per rispondere a questa domanda, l’autore richiama il caso della scuola dei Top Gun, il programma della marina degli USA per l’addestramento alle tattiche di attacco aereo, nato durante la guerra in Vietnam. Il programma permetteva ai piloti di sperimentare diverse tattiche e di ricevere feedback, proprio come accade con la pratica intenzionale. I piloti migliori furono selezionati come istruttori e chiamati collettivamente Forza Rossa, mentre i piloti più bravi della marina, secondi solo agli istruttori, erano chiamati Forza Blu. Le prime esercitazioni si conclusero con una serie di vittorie da parte degli istruttori, che dopo l’atterraggio ponevano agli studenti una serie di domande che gli consentissero di riflettere sulle loro scelte e sui loro errori. Poco alla volta, gli studenti impararono da soli a farsi queste domande e i risultati si videro nel corso della guerra in Vietnam. Nel 1972, addirittura, i piloti della marina riuscirono ad abbattere in media un jet nemico ogni volta che avveniva lo scontro. Più i piloti sopravvivevano agli scontri, più c’erano probabilità che riuscissero a vincere anche quelli successivi, grazie alle abilità acquisite. In questo caso l’applicazione della pratica intenzionale è avvenuta grazie a svariati tentativi durante l’addestramento e grazie anche al feedback fornito dagli istruttori. Il coach Art Turock ha adottato in pieno in metodi della pratica intenzionale. In particolare, ha individuato tre miti diffusi da sfatare per riuscire a migliorarsi: 1) Convincersi che le proprie abilità siano limitate. «Non sono in grado di…», «Non riesco a fare questa cosa» etc. sono tutti pensieri demotivanti. Il nostro potenziale può essere plasmato; 2) Un’attività praticata abbastanza a lungo porterà inevitabilmente a un miglioramento; 3) Il miglioramento è legato all’impegno. • I principi della pratica intenzionale nella vita quotidiana. «Ogni cosa è possibile se sei disposto a dedicarle abbastanza tempo». Questa citazione appartiene a Dan McLaughlin di Portland, entrato in contatto con l’autore e disposto a una dura pratica di allenamento per diventare un golfista professionista. La determinazione di Dan è lo spunto che permette a Ericsson di individuare i principi della pratica intenzionale nella vita quotidiana: un miglioramento costante che consente a chiunque di coronare il proprio sogno, qualunque esso sia. Cosa bisogna fare esattamente per applicare la pratica intenzionale nel quotidiano? 1) Trovare un buon insegnante. Infatti un buon insegnante fornisce il feedback necessario al miglioramento e aiuta a indirizzarsi sulla via corretta nella disciplina che si sta praticando. Un bravo insegnante aiuterà a raggiungere o il suo stesso livello o quello di altri suoi allievi precedenti. Tra le peculiarità di un buon insegnante c’è sicuramente la competenza didattica: infatti, non è detto che se un insegnante è in grado di fare qualcosa la sappia anche far fare ai suoi allievi; 2) Concentrarsi sull’attività. A prescindere dal tipo di attività che si sta praticando, bisogna evitare le distrazioni e il rilassamento non appena si è raggiunto un obiettivo. Il coinvolgimento deve essere dunque totale; 3) Superare il blocco. Quando si inizia una pratica, di solito ci si aspetta dei miglioramenti, seppur lenti. Nel momento in cui ci si rende conto di non riuscire più a progredire, è possibile pensare di aver ottenuto il massimo risultato possibile, di non poter più oltrepassare quella soglia. Niente di più sbagliato: infatti, questo è il motivo principale per cui smettiamo di migliorare; 4) Mantenere la motivazione. Ericsson richiama una gara di ortografia svoltasi nel 2006 che aveva visto partecipare 274 studenti delle scuole medie. L’autore si chiede in che modo gli studenti abbiano mantenuto la concentrazione durante lo studio individuale. Che cosa li ha portati a focalizzarsi unicamente su quell’obiettivo, visto che avrebbero preferito svolgere altre attività? La differenza «era la capacità superiore di restare concentrati sullo studio malgrado la noia e l’attrattiva esercitate da attività più divertenti». La conclusione è che la pratica mirata è faticosa. Infatti è come quando notiamo che le palestre sono piene a gennaio e vuote a luglio: ovvero a un entusiasmo iniziale segue la constatazione che la richiesta di tempo e di energie è eccessiva e quindi la motivazione viene meno. Ericsson suggerisce dunque, come primo passo, di convincere se stessi che si può andare avanti, nonostante i grandi sforzi richiesti dall’attività. È quello che accade ai grandi atleti, ai grandi musicisti o ai maestri di scacchi. La loro costanza è dunque legata alla forza di volontà? Secondo l’autore si tratta più di motivazione che di forza di volontà. La motivazione può venir meno se si commettono errori come prevedere un orario fisso per la pratica o limitare le sessioni di durata della pratica. Una forte motivazione può giungere dall’ambiente sociale, un contesto ideale per mantenere alta la concentrazione, spesso con il supporto di persone in grado di incoraggiare, di sostenere e di spingere a fare meglio. • Diventare straordinari. Ericsson fornisce gli elementi necessari per raggiungere i più alti livelli di abilità in una certa disciplina ma prima richiama il caso di uno psicologo ungherese e di sua moglie, i quali si sposarono proprio con l’intento di far diventare i loro figli dei geni assoluti. E ci riuscirono: le loro tre figlie divennero addirittura delle abili scacchiste. Una sfida stravinta, insomma, considerando che nella comunità degli scacchi le donne non sono viste di buon occhio e che si preferisca evitare incontri uomo-donna poiché si considerano le femmine in svantaggio rispetto ai maschi. Ma dunque quali sono i segreti del successo? 1) Muovere i primi passi. Si inizia da piccoli, in tenera età, quando la futura abilità è ancora in fase embrionale ed è manifestata soltanto da un interesse ludico. Da non trascurare l’impatto motivazione che possono avere i fratelli, supportati dagli elogi dei genitori a cui non si vuol essere da meno; 2) Prendere le lezioni. La fase che segue all’attività ludica prevede la presa di coscienza che si vuole sviluppare sul serio quella determinata abilità, per cui è necessaria la supervisione di un insegnante. Non deve trattarsi per forza di un esperto ma è fondamentale che sappia interagire con i bambini; 3) Impegnarsi. Giunti nel pieno dell’adolescenza, verso i quindici anni i futuri esperti decidono di impegnarsi e fanno di tutto per progredire. Possono, per esempio, iscriversi alle migliori scuole della città e per questo sono disposti anche a trasferirsi. In questa fase lo studente deve mirare a perfezionarsi. La motivazione è soprattutto interiore ma la famiglia svolge ancora un ruolo fondamentale di sostegno. • Talento naturale e pratica intenzionale. Non ci sono alternative al costante impegno e alla pratica intenzionale per raggiungere i livelli più alti in una disciplina. La domanda è dunque quella iniziale: quanto davvero è determinante il talento innato affinché si ottengano certi risultati? L’autore fornisce alcuni esempi: 1) Niccolò Paganini. Il più grande violinista della propria epoca. Nel corso di un concerto, le corde del violino con cui Paganini stava suonando si spezzarono, una dopo l’altra. Ma lui non batté ciglio e ottenne comunque l’ovazione della platea. Come aveva fatto dunque? Paganini amava strabiliare il pubblico, essendo un uomo di spettacolo, oltre che un grande violinista. Ma le sue abilità sono state acquisite soltanto con la dedizione, lo scrupolo e l’impegno costante nello studio e nell’applicazione; 2) La leggenda di Mozart. Già menzionato all’inizio del volume, l’autore ripropone l’esempio di Mozart, già bambino prodigio a soli sei anni, eccezionale nel clavicembalo, nel clavicordo e nel violino. Suo padre aveva scritto un manuale per l’insegnamento della musica ai bambini e lo aveva introdotto alla musica ad appena quattro anni. E il suo talento come compositore, dunque, come si spiega? Secondo alcune leggende non confermate, il piccolo Wolfgang avrebbe scritto i primi brani a sei anni. In realtà negli spartiti si riscontra solo la grafia del padre, che si sarebbe limitato a ricopiarli in bella. L’ipotesi più plausibile è che quelle composizioni si basavano su misconosciute sonate altrui e quindi il padre avrebbe assegnato a Wolfgang quelle sonate come esercizi di composizione; 3) I savant. Si tratta di un gruppo di persone che sarebbe in grado di suonare un brano dopo averlo sentito una sola volta. Questo presunto talento naturale può non riguardare soltanto la musica ma si può applicare anche nel disegno. Esempio di savant è un ragazzo autistico in grado di memorizzare tutti i giorni sul calendario e di riconoscere il giorno della settimana corrispondente a una certa data. Secondo Ericsson, non si tratta di nessun talento innato: le capacità si sono sviluppate soltanto grazie all’assiduità nell’allenamento e al monitoraggio dei progressi. • L’Homo exercens. L’uomo è stato dapprima Homo erectus (bipede, eretto), poi Homo abilis e infine Homo sapiens. Quasi a mo’ di provocazione, l’autore aggiunge una nuova fase: è quella dell’Homo exercens, ovvero «l’uomo che si esercita». La specie umana raggiungerebbe questo livello attraverso la pratica e si trasformerebbe secondo la propria volontà, il che la condurrebbe ad assumere il pieno controllo della propria vita. La conclusione del volume è una riflessione sulla società odierna, dominata dalla tecnologia e dal continuo cambiamento delle professioni. Tutto ciò fa sì che l’uomo sarà costretto ad apprendere nuove competenze e a mettersi costantemente in gioco. Citazioni: «Il pianista dilettante che ha preso lezioni per sei anni da ragazzo, ma che da allora non ha fatto che suonare gli stessi brani allo stesso modo, avrà accumulato diecimila ore di “pratica”, ma non è diventato più bravo. Anzi, probabilmente è peggiorato.» «Se praticate il bodybuilding, o semplicemente fate sollevamento pesi per sviluppare la muscolatura, è facile tenere traccia dei risultati mentre vi allenate. […] Ma se l’attività che svolgete è mentale […] la situazione è diversa. Non c’è un’unità di misura semplice per valutare i cambiamenti che si verificano nel cervello man mano che risponde alle sfide sempre più difficili che gli proponete. […] E poiché non vedete cambiamenti nel cervello, è facile pensare che lì dentro non succeda un granché.» «Impariamo il necessario per sopravvivere nella vita quotidiana, ma una volta arrivati a quel punto di rado ci spingiamo oltre il “quanto basta”. Facciamo molto poco per sollecitare il cervello a sviluppare nuova materia grigia o sostanza bianca, o a ricablare intere sezioni, come fanno invece un aspirante tassista londinese o uno studente di violino. E per la maggior parte di noi va bene così. “Quanto basta” di solito ci basta.» «Man mano che le tecniche di apprendimento migliorano e vengono raggiunte nuove vette del successo, in ogni settore emergono continuamente persone che trovano modi per migliorare, per alzare l’asticella di ciò che si credeva possibile, e non c’è indizio che tale progresso tenda a rallentare. L’orizzonte del potenziale umano si espande con ogni nuova generazione.» Perché leggere questo libro: Perché aiuta a capire che anche personaggi considerati geni assoluti come Mozart e Paganini non hanno fatto altro che applicarsi assiduamente in quello che facevano, fino a ottenere i risultati ben noti. Perché individua nella forte motivazione personale, nella costanza e nella volontà di migliorarsi le peculiarità delle persone di grande successo. Perché attraverso svariati esempi concreti fa comprendere in che modo sono stati raggiunti obiettivi che sembravano irraggiungibili. Questa scheda è stata realizzata da Fabrizio Rigante Categoria: Crescita & Sviluppo