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Genitorialità

Il tuo bambino e… la disciplina

di T. Berry Brazelton e Joshua D. Sparrow

Editore
Raffaello Cortina
Traduzione
C. Marchetti
Lettura
11 minuti
Scheda di
Beatrice P.
Scheda
n° 86

Non ci si comporta bene solo perché si evitano le punizioni, ci si comporta bene perché ci si sente meglio.

Foto: Nicholas Ng su Unsplash

T. Berry Brazelton e Joshua D. Sparrow, Il tuo bambino e… la disciplina, Raffaello Cortina Editore, trad. C. Marchetti

01Chi è l’autore?

T. Berry Brazelton è professore emerito di pediatria presso la Harvard Medical School. Ha ideato la scala di valutazione del comportamento del neonato che ad oggi è utilizzata in tutto il mondo. Joshua D. Sparrow è primario nel reparto di psichiatria al Children’s Hospital di Boston e direttore associato nel Brazelton Touchpoints Center di Brazelton.

02Qual è l’intento dell’autore?

L’intento degli autori è quello di mostrare una facile via per adottare la disciplina sin dai primi mesi di nascita dei nostri figli. Grazie all’introduzione della disciplina come guida naturale del neonato che sperimenta il mondo attorno a sé, la disciplina diventa uno strumento presto compreso e presto adottato dal bambino stesso.

03Conosci meglio il libro

Disciplina necessaria, dopo l’amore. Gli autori mettono subito in chiaro l’importanza della disciplina, seconda solo all’amore perché è necessaria per i bambini che ne percepiscono il valore nel senso di sicurezza che ricevono. Senza disciplina non ci sono limiti e senza disciplina non c’è autocontrollo. La disciplina subentra dopo aver protetto i nostri figli dai pericoli dell’ambiente perché iniziamo a proteggere il bambino da sé stesso generando dei limiti appunto. È importante saper dire “no” al bambino per il suo stesso bene. Con la disciplina trasferiamo al bambino le nostre convinzioni su ciò che è giusto fare, ciò che si può fare, ciò che non si deve fare. La disciplina porta con sé i nostri timori, le nostre speranze, la nostra idea sul futuro e i valori che vogliamo trasferire ai figli. Anche i valori sociali della cultura alla quale apparteniamo sono trasferiti nella disciplina: una “cattiva condotta” per un ambiente sociale non lo è necessariamente per un altro. Iniziamo sin da piccoli a trasferire il senso di disciplina e autocontrollo ai nostri bambini, così che possano capire i limiti, riconoscere i propri impulsi e imparare a trattenersi dall’agire.

I primi sei mesi di vita. Fin dai primissimi giorni di vita, un bambino appena nato deve imparare ad usare gli stati di sonno e veglia, il pianto e lo sguardo verso l’adulto che lo accudisce. Uno dei primi compiti per un bambino così piccolo è quello di imparare a calmarsi da solo: con un dito in bocca, con la voce calma della mamma o del papà, con il fatto di essere cullati. Questo, a detta degli autori, è l’antecedente della disciplina e dell’autodisciplina. Il bambino ha capito i ritmi? Ha capito che vogliamo calmarlo? Può prendere in carico la cosa e mantenere il buonumore? Oppure non riesce e sembra destinato a sprofondare nella disperazione? Un suggerimento degli autori, quando il bambino comincia a piagnucolare nella sua culla, è quello di non prenderlo subito in braccio e parlargli dolcemente. «Ce la fai. Riesci a calmarti. Stai benone.» Se il bambino si tranquillizza facciamo loro un complimento: «Ma come sei bravo!» In questo caso il bambino si rallegrerà e potremmo continuare con sorrisi, vocalizzi e lo scambio di sguardi. Per esercitare la sua capacità di controllo interno, se ci accorgiamo della stanchezza del bambino, anziché accorrere subito, proviamo a fare un passo indietro per permettere al neonato di mettere alla prova le sue capacità di controllo interno. Rendiamoci quindi disponibili ma lasciamo che sia il bambino a prendere l’iniziativa.

A tre o quattro mesi il bambino ha allungato i tempi di veglia, sa indirizzare la sua attenzione ai giochini sopra il lettino ma non li raggiunge ancora. Quando è stanco, restiamo accanto al lettino per osservare se è capace di usare i giochi per calmarsi. In caso contrario, prima di prenderlo in braccio, facciamo tintinnare i giochini e attiriamo la sua attenzione, poi stiamo vicino ad osservare. Se proprio il bambino non riesce ancora a calmarsi, sarà necessario sollevarlo e cullarlo. Ma quando si calma è utile provare a distrarlo facendogli vedere o sentire qualcosa che gli consenta di fare un’esperienza nuova. L’idea di disciplina non è ancora sviluppata ma vediamo sin da subito come gli autori ci suggeriscono di mettere in pratica piccoli gesti per allenare l’autonomia e l’autocontrollo dei nostri bambini neonati nell’imparare a calmarsi da soli.

Dai sette agli otto mesi: tempo di limiti. Il bambino comincia a muoversi carponi, è sia tempo di nuove avventure, di territori da esplorare, ma anche di limiti e di imparare a rispettare gli avvertimenti dei genitori. «No, non avvicinarti ai fornelli/televisore/soprammobile/…» è un monito che i bambini imparano presto a rispettare perché vedono che, in caso contrario, il genitore si avventa per proteggerli da ciò che è proibito. Con simulazioni ed esempi possiamo insegnare al bambino che i fornelli fanno male, che il televisore può cadere e fare male, e così via… Possiamo inscenare semplici situazioni per far capire ai nostri figli cosa potrebbe accadere. Un’altra capacità acquisita dei bambini in questi mesi è quella di indicare con il dito. Finalmente il genitore è contento perché capisce cosa vuole il bambino, ma questo porta anche alla consapevolezza di dover dire «No, non posso dartelo» per esempio. Inizia così la sperimentazione della frustrazione e superamento di essa.

Dai nove ai dodici mesi il bambino impara ad interpretare le espressioni dei genitori. I genitori diventano, come spiegano gli autori, una “referenza sociale”. Cioè, per capire una situazione e cosa sia possibile fare, il bambino si gira verso il genitore per cercare nel suo volto informazioni utili su permessi o divieti. Il linguaggio non verbale del genitore diventa una guida e una rassicurazione. La disubbidienza è un modo per imparare per tentativi ed errori, non è un attacco personale contro i genitori. È un modo per capire i limiti concessi. Ecco che i messaggi dei genitori devono essere chiari e coerenti: se la madre sorride mentre dice di “no”, il bambino potrebbe prendere questa sua indicazione come una sfida giocosa e continuare nel suo intento. L’ambiguità del messaggio, non verbale e verbale assieme, non farà comprendere il messaggio al bambino che continuerà quindi a sfidare il limite semplicemente per capire meglio. E poi c’è da aggiungere, ci ricordano gli autori, che i bambini non imparano solo perché una regola venga condivisa con loro una volta sola. I bambini hanno necessità di ripetizione perché apprendono attraverso la replica. I genitori spesso si sentono frustrati o scoraggiati da questo, invece è importante che capiscano che i bambini lo fanno per capire se è sempre “no”, oppure “no” in un caso ma non nell’altro, oppure “no” in cucina ma non in salotto, oppure “no” quando si è stanchi ma non quando si è vispi e così via… Ad esempio, a casa per mangiare non puoi sederti in braccio perché stai nel tuo seggiolone, ma al ristorante se il seggiolone non c’è puoi sederti in braccio per mangiare.

In presenza di un capriccio per stanchezza, restare a disposizione nelle vicinanze significherebbe dire al bambino «Non sei capace di controllarti». Quando, in assenza di rischi o situazioni estranee al bambino, è più utile che il genitore si allontani comunicando «Puoi calmarti da solo». Capita però a volte che la stanchezza sia tanta e che il bambino perda il controllo di sé, in questi casi è essenziale restare calmi e immobili in modo che il bambino possa prendere esempio dal nostro comportamento. Gli autori suggeriscono per esempio di cantare dolcemente o di cullarlo tenendolo in grembo insegnando quindi loro un modo per calmarsi da soli.

Durante il secondo anno di vita i bambini capiscono il rapporto di causa-effetto e imparano a controllare i propri impulsi. Se il genitore non vuole dare in mano al bambino un fermacarte di vetro, ed egli insiste fino a scoppiare in lacrime, il genitore potrà spiegare tranquillamente al bambino il perché e poi proporgli un bacino e un abbraccio, così che il bambino si concentrerà sulla coccola, imparerà a sopportare un limite e si dimenticherà presto del fermacarte. Per un bambino di due anni, il mondo ha senso solo se lo si può toccare, assaggiare oppure scalare. In questa fase della sua crescita la disciplina è insegnare gradualmente l’autocontrollo e la gestione degli impulsi. Una gestione che non s’impara una volta per tutte, ma con tanti episodi ripetuti anche più volte al giorno.

La disciplina è anche un modo di guidare lo sviluppo morale del bambino. È importante che il bambino capisca che le regole tengono conto dei bisogni di tutti e nel rispetto di tutti. Quando il bambino capirà l’importanza di trattare gli altri come egli vuole essere trattato, allora non sarà necessaria la presenza del genitore per vedere il bambino comportarsi in modo corretto. Se chiedi a un bambino di quattro o cinque anni perché non si può rubare un giocattolo ed egli risponde perché altrimenti i poliziotti mi mettono in prigione, questo bambino non ha ancora interiorizzato il comportamento in modo indipendente. Lo farà quando non ruberà il gioco agli altri bambini, semplicemente perché è giusto così.

E come si insegna questa giusta morale? Con le conseguenze che il bambino dovrà sopportare se si comporta male. Lo sai che devi restituire il giocattolo, tu non vorresti che qualcuno prendesse i tuoi giochi senza chiederlo. Lo so che può sembrare strano ma è giusto così. La prossima volta il bambino ci penserà su e probabilmente indietreggerà prima di portare via il triciclo a un altro bambino. Egli sta già imparando a pensare agli altri e a fermare i propri impulsi. L’obiettivo dei genitori è anche quello di aiutare i bambini ad usare l’empatia per comportarsi bene, per stare meglio con sé stessi e con gli altri. Non ci si comporta bene solo perché si evitano le punizioni, ci si comporta bene perché ci si sente meglio.

L’autostima. Dare amore al bambino, offrirgli opportunità di riconoscere il proprio valore, anche quando stai imparando a provare empatia e per questo a gestire i propri impulsi, è il primo passo per la coltivazione dell’autostima. Oltre a donare amore, è importante concedere ai bambini delle opportunità per sperimentare il successo nelle proprie abilità. Un bambino non si piace quando perde controllo e qui la disciplina torna utile perché dimostra che il genitore che educa con disciplina è un genitore che ci tiene, ci tiene abbastanza da affrontare la sua rabbia e la sua frustrazione. Per coltivare la giusta autostima, è necessario anche presentare il progresso gradualmente, altrimenti se le aspettative sono troppo alte e le pretese eccessive, il fallimento è dietro l’angolo. Proporre una disciplina fatta di rimproveri e di delusione minaccia l’autostima del bambino. In questi casi un comportamento sbagliato può essere proprio la manifestazione di una forma di protesta, un tentativo che il bambino ha di proteggersi dal fallimento.

Dalla disciplina all’autodisciplina. L’obiettivo del genitore non è quello di controllare, ma quello di insegnare a controllarsi. Anziché dire al bambino «Non avresti dovuto farlo», possiamo suggerire di porre attenzione a un comportamento con una domanda del tipo «Ti sei reso conto di ciò che hai fatto?» Invece di dire «Hai offeso quel bambino» possiamo dire «Sai come si sente ora quel bambino?» o ancora, invece di dire «Dovresti scusarti con Alberto» possiamo usare una domanda come «Che cosa pensi di poter fare per far sentire meglio Alberto?»

La forza delle conseguenze. La conseguenza è la possibilità che si dà al bambino di rimediare e quindi di essere perdonato. È un modo per aiutare il bambino a ricordare che cosa deve imparare dai propri errori ed è di gran lunga più efficace di una punizione. Piuttosto che infliggere dolore, far vergognare e umiliare, programmare una conseguenza proporzionata all’età, è un modo per insegnare a gestire l’errore in autonomia. «Se ti metti a correre fai cadere tutto, lo sai che mi arrabbierò così tanto da non riuscire più a giocare con te. E sai anche che se continui a fare così dovremo poi passare il tempo a mettere a posto invece di giocare.» Questo padre ha aiutato sua figlia a capire che cosa sarebbe successo se avesse continuato a comportarsi male. Si tratta in questo caso di una conseguenza proporzionata al possibile danno. Invece, una conseguenza eccessiva, sproporzionata o scollegata, confonderebbe i bambini che non apprenderebbero nessuna lezione.

Esprimere le conseguenze in positivo. È più efficace presentare le conseguenze in modo positivo, come ad esempio la madre che invita il figlio di indossare il cappotto in fretta, così avranno più tempo per andare dalla nonna. Oppure con frasi del tipo «Se mi aiuti a preparare la tavola, avrò tempo per giocare un po’ con te prima di cena.» E anche «Se chiedi educatamente che cosa vuoi, è più probabile che le persone ti ascoltino.» Non si tratta di lusinghe, ci fanno notare gli autori, ma semplici modi di prevedere le conseguenze positive di comportamenti corretti.

Metodi educativi. Un metodo educativo che funzioni deve poter fermare comportamenti scorretti e promuovere comportamenti corretti. Permettere al bambino di acquisire il controllo delle proprie emozioni, a calmarsi da solo, a riflettere sulle conseguenze e a promuovere la soluzione dei problemi. Metodi che a detta degli autori meritano un tentativo sono i seguenti: 1. I “preavvisi”, cioè avvisare i bambini ponendo i limiti chiari prima che agiscano; 2. Il silenzio, cioè il fatto di mostrare la gravità di un comportamento restando fermi in silenzio senza parlare o urlare; 3. Far prendere ai bambini una “pausa di riflessione”, quando sono troppo eccitati per pensare alle conseguenze di ciò che stanno facendo. È importante non continuare a interagire con loro, mantenere le pause brevi, senza discutere e con fermezza. Gli autori hanno spesso notato che fossero i bambini a richiederle all’occorrenza: «è meglio che mi prenda una pausa, mamma»; 4. ripetere l’azione nel modo giusto e quindi rifarla, riproporla per acquisire la convinzione di potercela fare e quindi sperimentare è successo; 5. Dare l’opportunità di rimediare al danno e accompagnarli anche se questo potrebbe essere difficile o imbarazzante; 6. far provare il perdono. Per essere motivato a fare ammenda, il bambino ha bisogno di sapere che può essere perdonato e come ci si sente quando si è perdonati; 7. La pianificazione. Molte marachelle sono prevedibili e possono per questo essere evitate. Ecco altri metodi educativi che, secondo gli autori, sono inutili: le sculacciate, non insegnano la conseguenza nel rispetto; la vergogna e l’umiliazione; negare il cibo e usarlo come una ricompensa; togliere l’affetto e minacciare l’abbandono.

04Citazioni

«Fra tutto ciò che un genitore dona al proprio figlio, la disciplina è seconda per importanza solo all’amore.»

«La disciplina è insegnamento, non punizione. Certo non si impara da un giorno all’altro: ci vogliono ripetizione e pazienza.»

«Un genitore si rende conto che la disciplina ha un’importanza decisiva quando il bambino acquisisce nuove facoltà ma non è completamente certo di come usarle senza farsi male.»

«Un genitore può calmare il figlio, ma l’orsacchiotto insegna al bambino a calmarsi da solo.»

05Perché leggere questo libro

Perché nella seconda parte sviluppa suggerimenti pratici in caso di sfide, piagnucolii, se attira spesso l’attenzione del genitore, se dice le parolacce o dice bugie, se fugge, se morde… Perché spiega molto bene nella pratica cosa sia la disciplina e la sua importanza. Perché da una marachella, gli autori trovano il modo di insegnare al genitore come cogliere ogni momento per il giusto insegnamento.

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Coaching con Debora Conti

Life coach dal 2005, trainer di PNL e autrice di libri di crescita personale: coaching individuale anche a distanza e corsi online su peso, figli, crescita personale e lavoro.

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