Relazioni & Coppia




  • Quando i genitori si separano di Françoise Dolto

    Quando i genitori si separano di Françoise Dolto

    L’autrice analizza il tema del rapporto tra i figli e genitori separati, suggerendo modalità comunicative e comportamentali per la gestione del delicato processo di separazione, che va affrontato nel rispetto del benessere dei bambini.... Prosegui qui

    F. Dolto, Quando i genitori si separano, Oscar Mondadori, trad. S. Benvenuto Chi è l’autore? Françoise Dolto è una pediatra e psichiatra francese, ha dedicato una vita a studi e ricerche ai problemi dell’infanzia e dell’adolescenza. Hai scritto vari manuali di successo. Qual è l’intento dell’autore? L’autrice analizza il tema del rapporto tra i figli e genitori separati, suggerendo modalità comunicative e comportamentali per la gestione del delicato processo di separazione, che va affrontato nel rispetto del benessere dei bambini. Bambini che hanno diritto di essere informati, con le giuste parole, su ciò che accade e accadrà nella loro vita. L’autrice affronta tematiche quali la gestione dei figli, scuola e rapporti con i nuovi partner. Conosci meglio il libro: • Dirlo o non dirlo? L’autrice sottolinea l’importanza di “dire il divorzio” in modo chiaro e semplice: i figli devono capire che i genitori non saranno più marito e moglie ma saranno sempre la loro mamma e il loro papà. I bambini hanno il diritto di sapere che i genitori non saranno più marito e moglie ma continueranno ad essere genitori, il cui senso di responsabilità genitoriale non verrà meno. I genitori devono informare i figli di quello che sta accadendo e di cosa accadrà, in modo da renderli capaci di affrontare al meglio la realtà e di accettare e affrontare la situazione senza rifugiarsi in inutili e dannose fantasie. I bambini devono essere preparati a quella che sarà la sua “nuova” quotidianità, senza lasciare spazio a dubbi e interpretazioni sbagliate. L’autrice sottolinea che anche se uno dei genitori non vive più con il figlio, resta sempre responsabile della sua educazione. Per i figli è utile sapere che la decisione della separazione dei genitori non è stata presa in modo impulsivo e che non è stata dettata da uno o più litigi: è stata maturata e motivata nel tempo tenendo conto delle esigenze dei figli che non cesseranno di essere tali. • L’autrice sottolinea l’importanza per i figli di continuare a vivere nella casa in cui hanno vissuto fino a quel momento, perché costituisce un “contenitore spaziale” che dà loro senso di protezione. Secondo lei l’affidamento alternato fino ai 12-13 anni non è utile, tantomeno cambiare casa e scuola. Questo perché l’aspetto sociale è determinante per lo sviluppo del bambino che ha bisogno di certezze e continuità temporale, spaziale, affettiva e sociale. Al bambino dovrà essere spiegato che la decisione del giudice non valuta un genitore come “buono” e uno come “cattivo”: le decisioni relative all’affidamento sono prese sulla base delle esigenze organizzative, educative, scolastiche. Per i bambini è importante sapere che la mamma e il papà non rimarranno soli ma che continueranno ad avere una vita sociale e relazionale: in alcuni casi i genitori ripiegano totalmente sui figli come unico fulcro della loro vita dando l’immagine di una donna/uomo vittime dell’altro coniuge e ostacolando lo sviluppo equilibrato del bambino. L’autrice descrive casi di madri che fanno percepire ai figli di aver rinunciato a tutto per loro, che a causa della separazione si stanno sacrificando e stanno rinunciando alla loro libertà. Secondo l’autrice il genitore che non vive con il figlio deve vedere suo figlio senza esserne ostacolato, perché questo sarebbe motivo di insicurezze future e lo farebbe apparire come un genitore di cui si può fare a meno perché colpevole e di poco valore. I bambini coinvolti nella separazione dei genitori hanno bisogno di una continuità affettiva e sociale senza essere indotti ad amare un genitore a discapito dell’altro. • Secondo l’autrice il termine “diritto” di visita dovrebbe essere cambiato con “dovere” e se questo dovere viene ostacolato dall’altro genitore o da motivi di salute del figlio, i giorni dovrebbero essere recuperati durante l’anno. Se un bambino non vuole vedere il padre nel giorno stabilito dovrà essere affidato, in quel giorno, ad un altro parente in modo che l’accordo venga rispettato e che il bambino “ottemperi al suo dovere di bambino di una coppia”. Nel testo viene trattato il tema delle “reazioni psicosomatiche” del bambino nel momento in cui deve vedere l’altro genitore: l’incapacità di esprimere verbalmente l’emozione di ciò che prova causa vomiti, mal di pancia, mal di testa, dolori alle ginocchia… Questi segnali non sono un brutto segno ma vanno compresi e decifrati; purtroppo spesso vengono interpretati come rifiuto del bambino di vedere l’altro genitore, definito per questo “cattivo”. Il modo in cui un genitore fa percepire e vivere al figlio la relazione con l’altro genitore può essere fonte di forti turbamenti. L’autrice consiglia ai genitori di avvalersi dell’aiuto del pediatra che in un luogo neutro faccia comprendere ai bambini che certi segnali del corpo sono un modo di dire ed esprimere emozioni. Un esempio è il bambino che vomita, come segnale dell’emozione che ha nel vedere il padre: inconsciamente rovescia la mamma per essere pronto a inglobare il papà senza farli incontrare insieme. • Ruolo dei nuovi partner. I nuovi partner dei genitori permettono ai bambini di non avere un’intimità totale con il papà o con la mamma. L’autrice consiglia ai genitori di non assecondare i figli quando chiedono loro di interrompere la frequentazione con il nuovo compagno, ma di spiegare con un linguaggio chiaro e semplice che il nuovo rapporto non metterà in secondo piano l’amore genitore/figli. La difficoltà di questi nuovi rapporti non deve mettere i genitori nelle condizioni di “obbedire” ai dettami dei figli. Anche in questo caso i bambini hanno il diritto di essere informati circa ruoli e dinamiche, in modo da essere rassicurati sul tipo di legame che il genitore sta instaurando con il nuovo compagno. • L’autrice dedica spazio e approfondisce anche il tema delle relazioni con le due famiglie dei genitori e dei matrimoni tra genitori che appartengono ad etnie diverse, entrambe rappresentano per i figli un importante senso di appartenenza. Le famiglie dei genitori, anche quando appartengono a etnie diverse, vanno rispettate e viste come grande ricchezza e potenzialità per il bambino, che si è incarnato attraverso l’incontro di culture lontane. La diversità etnica va valorizzata perché rappresenta per i figli un’opportunità di valorizzazione culturale. Quando la coppia si separa è fondamentale «salvaguardare quel soggetto in divenire che è il bambino, la sua identità e le sue radici». Talvolta dopo la separazione la madre o il padre tornano a vivere dai genitori, questa è una regressione per il bambino che si trova a vivere in un contesto in cui i genitori diventano una sorta di fratelli o sorelle maggiori, e non più quel modello di adulti per lui necessario. Un’ospitalità momentanea è ammessa ma alla lunga diventa dannoso per la crescita dei bambini che rischiano di perdere così i veri e fermi referenti educativi. Citazioni: «L’uomo è un essere di parola e il suo più vitale bisogno è quello di entrare in relazione con gli altri e di sentirsi riconosciuto da loro.» «Preparare il bambino alle difficoltà che incontrerà e permettergli di vivere, per quanto possibile, non come oggetto della vita altrui, ma come soggetto della propria.» «Credo che un bambino abbia dei doveri nei confronti dei suoi genitori come i suoi genitori ne hanno nei suoi. » «Tutti i bambini hanno l’impressione di essere la causa di qualsiasi cosa.» Perché leggere questo libro: Perché mette l’accento sulla responsabilità che i genitori hanno di “dire il divorzio” ai figli, con una comunicazione chiara e adeguata alla loro età, tale da non lasciare spazio a dubbi e incertezze. Il libro, senza mai sottovalutare il momento doloroso che la separazione rappresenta per i figli, guida i genitori verso la formula giusta per loro e per le loro esigenze tenendo sempre conto dell’interesse, dello sviluppo e della fase di crescita dei figli. Questa scheda è stata realizzata da Francesca Pitzolu Categorie: genitorialità e relazione coppia Acquista il libro nella tua libreria preferita Noi consigliamo Il Giardino dei Libri per acquistare la tua copia
  • Gli uomini vengono da marte le donne vengono da venere di John Gray

    Gli uomini vengono da marte le donne vengono da venere di John Gray

    Questo libro nasce dalla raccolta e messa in pratica degli insegnamenti di John Gray, con schede pratiche e confronti utili, il libro e l’autore vogliono aiutare sia l’uomo (con schede per lui) sia la donna (con schede per lei) a... Prosegui qui

    John Gray, Gli uomini vengono da marte le donne vengono da venere Istruzioni per l’uso, Rizzoli, trad. M.B. Piccioli e A. F. Tissoni Chi è l’autore? John Gray è psicosessuologo e terapeuta della famiglia. Dalle sue lezioni sulle differenze ancestrali tra uomo e donna nasce il metodo “Marte e Venere” e una serie di libri che hanno venduto 30 milioni di copie in quaranta lingue. Conferenziere, docente e scrittore, John Gray diffonde nel mondo il metodo da 25 anni e aiuta milioni di persone a migliorare la propria vita di coppia. Qual è l’intento dell’autore? Questo libro nasce dalla raccolta e messa in pratica degli insegnamenti di John Gray, con schede pratiche e confronti utili, il libro e l’autore vogliono aiutare sia l’uomo (con schede per lui) sia la donna (con schede per lei) a maturare in coppia, a gestire litigi e – soprattutto – incomprensioni. Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere. Conosci meglio il libro: • Una volta gli uomini abitavano su Marte e le donne su Venere. Sapevano distinguere le proprie differenze e sapevano rispettarle, poi – quando decisero di trasferirsi sulla Terra – iniziarono a dimenticare le radicali differenze e a pretendere dall’altro le stesse dinamiche. Impossibile! Uomini e donne sono intrinsecamente diversi e se non impariamo a rispettarci vivremo relazioni ricche di conflitti, litigi, rabbia e stress. I marziani definiscono il proprio senso di sé in base alla capacità di raggiungere risultati, si sentono realizzati attraverso il raggiungimento del successo. Le venusiane associano il senso di sé alla manifestazione di sentimenti, alla condivisione e a rapporti personali di qualità. Lei parla per risolvere, lui si isola per la stessa ragione. Agli obiettivi le venusiane prediligono le relazioni. Un marziano può sentirsi offeso se una venusiana gli dà un consiglio (non richiesto) perché lo interpreta come una dimostrazione di non fiducia. • I due popoli parlano lingue diverse e usano le stesse parole con significati differenti. Un marziano non capisce perché una venusiana parla dei propri sentimenti, lei non capisce perché lui invece non parla. Per la donna il silenzio è spesso fonte di equivoci. Quando lui si isola e dice «Non è niente», significa in lingua venusiana qualcosa come “Non c’è nulla che non riesca a gestire da solo. Ti ringrazio, va tutto bene, lasciami solo un po’ di tempo”. Se lei generalizza e dice «Vorrei mollare tutto» non ce l’ha specificamente con lui ma vuole condividere uno stato d’animo, lei – di fatti – intende “ Voglio che tu sappia che amo ciò che faccio, te e la nostra famiglia ma a volte mi sento sopraffatta e voglio sfogarmi. Desidero staccare un po’ e domani tornerà tutto normale”. Le donne parlano 1. per scambiare informazioni, 2. per esplorare pensieri, 3. per sentirsi meglio, 4. per creare intimità. Gli uomini parlano solo per la prima ragione. • Quando un marziano è turbato non parla, si rifugia nella sua caverna privata per riflettere sul problema. Se lo risolve esce dalla caverna, se non riesce a risolverlo cerca di distrarsi e legge il giornale, guarda la partita, fa sport, pratica un hobby. Quando una venusiana è stressata trova sollievo nel parlarne e nel rendere partecipe della cosa qualcuno di cui lei si fida. Se lui si rinchiude nella caverna, lei se ne risente. Quando un uomo entra nella sua caverna, l’autore invece suggerisce alla donna di: non criticare, non cercare di aiutare, non interrogare, non aspettare che esca, non preoccuparsi né dispiacersi ma fare qualcosa che lo renda felice. • Gli uomini sono come degli elastici, quando sentono violata la propria intimità si ritirano per riprendere un po’ di spazio e poi si allungano di nuovo verso la donna, fino a che l’intimità e lo spazio si riducono di nuovo e così via. Le donne sono come onde, il movimento ondulatorio è la norma e dimostra che si sentono amate. Ma poi, quando non si sentono più amate, le onde s’infrangono e la donna entra in un pozzo che rappresenta il vuoto interiore: un pozzo buio d’incertezza emotiva. La donna uscirà dal suo pozzo quando tornerà a sentirsi amata. • Gli ormoni che combattono lo stress. L’amore causa una caduta degli ormoni dello stress. Quando siamo innamorati siamo al settimo cielo e tutto sembra possibile. Quando l’innamoramento cala, lo stress torna alla sua normale pressione. Per questo, in generale, è importante saper imparare a gestire sé stessi e il proprio stress. Per stare bene la donna deve coltivare ossitocina, l’uomo coltiva testosterone. Lei si farà fare un massaggio, frequenterà un corso, uscirà con le amiche, andrà dal parrucchiere, curerà il giardino, coccolerà un animale domestico, si recherà in libreria a curiosare, leggerà, andrà al mercato… Per migliaia di anni la donna ha fatto affidamento sulle altre donne della comunità per gestire lo stress e non sull’uomo. Questi, infatti, riesce a contribuire solo per il 10 per cento con le sue azioni, capacità e presenza. • Come dimostriamo il nostro amore? Una donna crede di mostrare amore facendo domande. Questo è però un atteggiamento che l’uomo trova estremamente irritante, si sente sotto sorveglianza e sente il bisogno di spazio. Gray ce lo dice chiaramente: lei ha bisogno di 1. Partecipazione, 2. Comprensione, 3. Rispetto, 4. Devozione, 5. Rassicurazione; lui ha bisogno di 1. Fiducia, 2. Accettazione, 3. Apprezzamento, 4. Ammirazione, 5. Incoraggiamento. • Gli errori delle donne: cercano di migliorare, non riconoscono gli sforzi, criticano, cercano di cambiare o di tenere sotto controllo. Gli errori degli uomini: non ascoltano, si distraggono facilmente, interpretano alla lettera, si arrabbiano, minimizzano, non dicono nulla e se ne vanno. Di cosa ha bisogno l’uomo: di essere accettato, di essere apprezzato, incoraggiato e di fiducia. Di cosa ha bisogno la donna: di essere rispettata e assistita, di attenzioni, di essere rassicurata del suo amore e che non ha necessità di essere perfetta. • Litigare? L’autore suggerisce di evitare sempre i litigi. Parlare sì ma senza litigare. La coppia condivide un legame profondo e i litigi lo possono incrinare per sempre. Nei litigi si dicono cose di cui ci si potrebbe pentire. Il primo segreto è dire: “Mi dispiace”. Ecco gli errori comuni delle donne durante le liti: accusare, piagnucolare, deridere, usare il sarcasmo, ricorrere a domande retoriche, rivangare vecchie questioni, generalizzare, paragonare, usare la lite come sfogo emotivo, non lasciar parlare, vedere il partner come fonte dei propri problemi. Ecco i tipici errori degli uomini durante le liti: alzare la voce, diventare freddi e pungenti, dimostrarsi fintamente condiscendenti e darle ragione, giustificarsi, smentire, suggerire soluzioni velocemente, minimizzare il suo stato emotivo, cercare di porre fine alla discussione velocemente. • Come evitare le liti? Le donne potrebbero parlarne con un’amica prima per chiarirsi le idee. Gli uomini potrebbero prestare maggior considerazione alla questione e non minimizzare o restare indifferenti. Ecco frasi utili per evitare di litigare: «Hai ragione a sentirti agitata. Lasciami riflettere su quello che hai detto così potremo riparlarne», «Quello che dici è importante per me. Mi serve solo un po’ di tempo per schiarirmi le idee», «Voglio affrontare il discorso ma solo dopo che ci saremo calmati entrambi». Come può una donna imparare a chiedere? Restando semplici, brevi e dirette. No a frasi come: «Ho lasciato quattro borse della spesa in macchina, ne ho bisogno per la cena.» Sì a: «Porteresti dentro i sacchi della spesa rimasti in macchina?» No a: «Questa cucina è un caos: puzza. Nella pattumiera no ci sta più niente. Bisogna vuotarla, potresti farlo tu?» Sì a: «Vuoteresti la pattumiera?» • Donare amore. Ogni volta che una donna apprezza ciò che il compagno fa per lei lo fa sentire importante. L’uomo crede di “segnare punti” con lei con gesti grandiosi e regali importanti, invece per lei i parametri sono solo regolati dall’attenzione: un dono d’amore, grande o piccolo, vale gli stessi punti. Citazioni: «Quando ci ricordiamo che parliamo lingue diverse, diventa molto più facile discutere senza litigare.» «Scusarsi è una delle capacità relazionali più importanti. » «Gli uomini hanno bisogno di essere apprezzati.» «Quando una donna apprezza ciò che l’uomo fa per lei, gli dona buona parte dell’amore di cui lui ha bisogno.» Perché leggere questo libro: Perché è utile a tutte le coppie, quelle ancora innamorate e quelle che vivono delle difficoltà. Perché è divertente e mette a confronto mentalità e modalità divergenti. Perché apre gli occhi sulle priorità altrui, perché è ricco di soluzioni, frasi da usare e da non usare mai più. Categoria: relazione coppia Acquista il libro nella tua libreria preferita Noi consigliamo Il Giardino dei Libri per acquistare la tua copia
  • Intelligenza emotiva per la coppia di John Gottman

    Intelligenza emotiva per la coppia di John Gottman

    L'autore illustra i risultati della sua lunga ricerca psicologica e scientifica sul matrimonio, effettuata all’interno del suo “laboratorio dell’amore” analizzando centinaia di volontari, anche tramite la rilevazione di parametri... Prosegui qui

    John Gottman, Intelligenza emotiva per la coppia, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli Chi è l’autore? John Gottman (1942, Repubblica Dominicana) è psicologo, ricercatore, speaker, insegnante e autore di numerosi saggi; ha dedicato quarant'anni della sua vita ad analizzare i meccanismi che portano alla stabilità o alla disgregazione del matrimonio. Ha aperto un centro dedicato alla terapia di coppia, Il Gottman Institute, e nel 2007 è stato riconosciuto come uno dei 10 terapisti più influenti dell'ultimo quarto di secolo. Qual è l’intento dell’autore? L'autore illustra i risultati della sua lunga ricerca psicologica e scientifica sul matrimonio, effettuata all’interno del suo “laboratorio dell’amore” analizzando centinaia di volontari, anche tramite la rilevazione di parametri fisici quali pressione sanguigna e battito cardiaco. Gottman spiega come l'intelligenza emotiva sia un fattore fondamentale per la stabilità della coppia; in quest’ottica formula i “sette principi”, ovvero i comportamenti che rafforzano il rapporto d’amicizia tra i due coniugi e che permettono loro di attraversare indenni i momenti di crisi. Questo libro insegna: Il matrimonio. L'intelligenza emotiva è la capacità di entrare in contatto con le proprie emozioni; una coppia emotivamente intelligente è in grado di comprendere e rispettare il proprio matrimonio, e dunque di vivere la relazione con grande gioia e soddisfazione. Vari studi dimostrano che le persone felicemente sposate vivono più a lungo e godono di migliore salute rispetto a chi ha un matrimonio infelice o ha divorziato; inoltre, i bambini che vivono nelle famiglie in cui c'è ostilità tra genitori hanno maggiori livelli di ormone dello stress rispetto agli altri bambini, e più facilità di sviluppare depressione e problemi del comportamento. L'autore spiega che le terapie psicologiche basate sull'ascolto attivo e sulla risoluzione dei conflitti mediante la comunicazione comportano spesso un alto tasso di ricadute, perché richiedono uno sforzo emotivo troppo elevato, soprattutto per due coniugi che hanno già dei problemi; inoltre, ciascuno affronta le emozioni in modo differente, quindi non è detto che questo tipo di approccio funzioni per ogni coppia. Gottman precisa anche che non sono sempre le nevrosi personali o il tradimento a rovinare un rapporto, come non bastano gli interessi comuni o i favori reciproci a tenerlo assieme. Il divorzio. Segue un capitolo in cui l'autore approfondisce l'argomento divorzio, spiegando tramite esempi pratici come alcuni atteggiamenti distruttivi da parte di uno o di entrambi i coniugi possano nel tempo condurre alla separazione. I principali sono: a) Un avvio difficile, ossia la tendenza a cominciare le discussioni con critiche o sarcasmo, e con un pesante carico di negatività. Se la discussione inizia in modo difficile, finirà inevitabilmente male. Esempio: quando lui affronta l'argomento delle incombenze casalinghe e lei subito replica con sarcasmo: “O meglio, l'assenza di incombenze”. b) La critica, ovvero l’abitudine di criticare il proprio partner generalizzando, anziché esprimergli semplicemente una lamentela su una specifica situazione. Esempio di lamentela: “Avresti dovuto chiedermelo, prima di invitare della gente a cena. Volevo passare la serata sola con te”. Esempio di critica: “Perché continui a preferirmi ai tuoi amici?” c) Il disprezzo, cioè l’utilizzo di insulti, sarcasmo, umiliazione e cinismo nei confronti del proprio partner. Esempio: quando lui si è dimenticato di svolgere un compito e dice: “Scriviamo la lista di cose da fare sul calendario, così le vedrei subito”, lei risponde sprezzante: “Come quando le scrivo sulla tua agenda?” d) L'atteggiamento difensivo, quando uno dei due partner si sente attaccato dall'altro e dunque cerca di difendersi, non facendo altro che alimentare il conflitto. Esempio: lui dice: “... come quella volta che sono rimasto alzato a scrivere il tuo curriculum vitae” e lei replica, sulla difensiva: “Già, perché io per te non faccio mai cose del genere”. e) L'ostruzionismo, quando la discussione degenera tra critiche, disprezzo e atteggiamenti difensivi e uno dei due partner, sentendosi soffocato, scappa dal discorso, andandosene o chiudendosi nel mutismo. e) Il fallimento dei tentativi di riparazione, quando uno dei due coniugi nel corso di una discussione lancia all'altro un piccolo segnale di riappacificazione (ad esempio una faccia buffa, una battuta, o un semplice “Ehi smettila di strillare”) e l'altro non lo nota o decide deliberatamente di non coglierlo. Quando questi comportamenti prendono il sopravvento, i coniugi tendono anche a riscrivere il passato in negativo, finendo per dimenticarlo, distorcerlo e ricordarne solo i momenti brutti. La chiave del recupero di un matrimonio non è nel modo in cui vengono gestite le divergenze, ma nella maniera in cui i partner si comportano l'uno con l'altro quando non litigano, e in quanto è solido il loro legame di amicizia. I due tipi di conflitti coniugali. L'autore spiega che anche nei matrimoni felici periodicamente si devono affrontare dei conflitti più o meno complessi, suddivisibili in due categorie: a) Problemi permanenti, ovvero quelli che i due partner non riescono a risolvere in modo definitivo, e che tornano ciclicamente nelle loro discussioni. Esempi di problemi permanenti: lei vuole un figlio, lui no; lui non vuole occuparsi delle faccende domestiche; lei vuole che i figli vadano a messa, lui no perché è ateo. b) Problemi risolvibili, che apparentemente sono di facile risoluzione, ma che se gestiti male possono comunque causare tensione nella coppia. Esempi di problemi risolvibili: lei si lamenta perché lui guida troppo veloce; lui si dimentica di buttare la spazzatura; lei vuole passare un po' più tempo con le amiche. Il punto di partenza per affrontare efficacemente i conflitti o quanto meno imparare a conviverci, è far capire al proprio partner che lo si capisce e lo si apprezza per com'è, senza giudicarlo o rifiutarlo. In questo modo, egli/ella si sentirà accettato e sarà più disposto a cambiare o ad andare incontro all'altro. C'è un intero capitolo in cui Gottman suggerisce con numerosi esempi pratici come affrontare le possibili problematiche di coppia. I sette princìpi. Le coppie felicemente sposate litigano come tutte, c'è un unico fattore che le differenzia dalle altre: seguono inconsciamente quelli che l'autore definisce i sette princìpi, ovvero i comportamenti che rafforzano l'amicizia e il legame matrimoniale e che impediscono ai sentimenti negativi di prendere il sopravvento. A ciascuno dei sette princìpi viene dedicato un intero capitolo, e a ogni capitolo seguono un questionario e numerosi esercizi pratici da svolgere assieme al proprio partner, per verificare quanto ci si conosce e per ampliare in modo giocoso le proprie “mappe dell'amore”. Primo principio: ampliare la mappa dell'amore. Le persone emotivamente intelligenti conoscono perfettamente il mondo del proprio partner. Ricordano gli eventi più importanti della sua vita, i suoi gusti alimentari, le cose che gli piacciono, e sanno anche ciò che sta sotto la superficie; ad esempio lui sa che lei è credente ma nel profondo ha dei dubbi, e lei sa che lui teme di assomigliare al padre. Inoltre, entrambi aggiornano di continuo le proprie “mappe dell'amore”. Da questa profonda conoscenza reciproca nasce la capacità di superare qualsiasi ostacolo, comprese le crisi coniugali. Secondo principio: alimentare la tenerezza e l'ammirazione. Se in una coppia esistono ancora tenerezza e ammirazione reciproche, allora anche un matrimonio in bilico ha speranza di essere salvato. Quando questi due sentimenti resistono nel tempo, infatti, il valore dell'unione e il rispetto tra i due coniugi rimangono intatti. Per capire se tenerezza e ammirazione sono ancora presenti, basta far riferimento al passato: se marito e moglie stanno attraversando un brutto momento, ma quando parlano del passato lo ricordano ancora con affetto e positività, significa che la scintilla è ancora lì, pronta ad essere riaccesa. Avere una buona opinione del proprio partner è una potente difesa quando le cose si fanno difficili; per mantenerla nel tempo, occorre ricordare le qualità dell'altro e coltivare costantemente il rispetto reciproco. Terzo principio: avvicinarsi, non allontanarsi. Il romanticismo, nella vita reale, è alimentato dai piccoli gesti e apprezzamenti fatti al proprio partner quotidianamente. Ad esempio, la moglie che manda una mail al marito sapendo che ha avuto una pessima giornata al lavoro, o lui che le chiede di raccontargli l'incubo avuto durante la notte anche se è di corsa. In un buon matrimonio, i due coniugi si danno reciprocamente attenzione e affetto, fanno delle sane risate assieme, si appoggiano a vicenda, e questo fa sì che ci sia uno scambio emotivo continuo. Si potrà poi attingere a questa sorta di “riserva emotiva” quando ce ne sarà bisogno. Quarto principio: lasciare che il vostro partner vi influenzi. Le coppie che prendono decisioni assieme in genere durano più a lungo e sono più felici di quelle che non lo fanno. Prendere decisioni assieme vuol dire che ciascun coniuge ascolta i consigli dell'altro, senza pensare che ciò significhi rinunciare alla propria libertà o al proprio potere. I due partner semplicemente si considerano alla pari, e proprio per questo motivo danno la giusta importanza al parere reciproco, soprattutto sulle questioni importanti. In questo modo, si apre la possibilità al compromesso e alla condivisione, e si rafforza il legame di amicizia tra i due. Entrambi si sentono apprezzati e possono imparare l'uno dall'altro. Quinto principio: risolvere i problemi risolvibili. L'autore propone cinque fasi di approccio per risolvere i conflitti: a) Addolcire il preambolo, con un inizio morbido: esprimere una lamentela, ma senza rimproverare il partner; usare la forma “io” piuttosto che “tu” (ad esempio “io mi sento solo”, al posto di “tu mi fai sentire solo”); non dare giudizi ma limitarsi a esporre i fatti; essere chiari e gentili; concentrarsi su un argomento per volta. b) Imparare a fare tentativi di riappacificazione e ad accogliere quelli dell'altro, per far calare la tensione nel corso di una discussione. Nel libro vengono elencate alcune frasi che potrebbero tornare utili in questo caso, ad esempio “per piacere dillo più gentilmente”, “perché non facciamo una pausa” oppure “scusa, le mie reazioni sono state eccessive”. c) Calmare sé stessi e l'altro, smettendo di discutere per almeno 20 minuti (tempo che il corpo impiega a calmarsi), cercando di allentare la tensione ed evitando pensieri di indignazione o vittimismo. Si può anche rilassarsi a vicenda, ad esempio facendosi un piccolo massaggio o meditando assieme. d) Raggiungere un compromesso, l'unica soluzione possibile in un rapporto di coppia laddove ci siano delle opinioni discordanti in merito a qualcosa. Il negoziato sarà possibile solo dopo aver eseguito le fasi a-b-c, che avranno permesso ai due coniugi di acquisire uno stato d'animo positivo. e) Essere tolleranti nei confronti dei reciproci difetti. Fin quando non si impara ad accettare i difetti e le debolezze del proprio partner e si insiste nel volerlo cambiare, non sarà facile arrivare a un compromesso. Negoziare significa cercare un terreno comune su cui incontrarsi a metà strada, adattandosi l'uno all'altro. Sesto principio: superare il blocco. Ci sono alcune questioni su cui la discussione a volte si arena, poiché le divergenze appaiono inconciliabili. Ad esempio: lei vuole un figlio, lui no. Lei vuole uscire ogni sera, lui preferisce stare in casa. Lei vuole andare a messa, lui è ateo. Per sbloccare situazioni come queste bisogna passare dal blocco al dialogo, imparando ad affrontare l'argomento con calma e, se necessario, a convivere con il problema senza soffrirne troppo. Occorre ricordarsi che ogni blocco simboleggia un sogno intimo non avverato; ad esempio, lei potrebbe voler uscire la domenica perché la sua famiglia lo faceva sempre, mentre lui era abituato a mangiare in casa perché era l'unico giorno in cui sua madre aveva tempo di cucinare per tutti. Se si arriva a un blocco, il primo passo è identificare quali sogni alimentano il conflitto e parlarne assieme, sospendendo il giudizio e ascoltandosi come si farebbe tra amici. Dopo di che, ci sono tre possibili modi di aiutare il coniuge: a) Esprimere comprensione e interesse genuino per il sogno dell'altro, anche se non lo si condivide; b) Appoggiare il partner finanziariamente o moralmente nella realizzazione del sogno; c) Diventare parte di quel sogno, cosa che gioverebbe moltissimo al rapporto. Qualsiasi cosa si scelga di fare, il punto non è sempre risolvere il blocco, ma quanto meno accettare le divergenze reciproche e ammorbidire il problema, concedendosi di parlarne in modo più tranquillo. Settimo principio: creare significati condivisi. Un matrimonio necessita di un profondo senso di significato condiviso. Ogni famiglia crea una propria microcultura, con relative usanze, rituali, ruoli, storie e valori, che tengono conto dei sogni di ciascuno dei suoi componenti. Più due coniugi sono d'accordo sui fondamentali della vita e aperti alle reciproche prospettive, più è probabile che il matrimonio sia fruttuoso e appagante. In questo modo si rafforza anche il rapporto di amicizia tra i due, e si facilita la risoluzione di eventuali conflitti. Le cinque ore magiche. L'autore conclude dicendo che l'immissione dei sette princìpi nel proprio matrimonio può davvero cambiare il corso del rapporto, ma anche introdurre un singolo cambiamento può avere un effetto positivo nel tempo. Occorre essere indulgenti con sé stessi, concentrarsi sulle qualità del proprio partner anziché sui suoi difetti, imparare a provare gratitudine e a chiedere scusa. Per concludere, lo psicologo e il suo team hanno notato alcune abitudini comuni nelle coppie durature, da loro denominati “Le cinque ore magiche”: a) Due minuti per cinque giorni lavorativi: parlare di almeno un evento che si verificherà nella giornata di entrambi; b) Venti minuti per cinque giorni lavorativi: fare una conversazione rilassante alla fine della giornata di lavoro; c) Cinque minuti al giorno per sette giorni: comunicare al proprio partner sincero affetto o ammirazione; d) Cinque minuti al giorno per sette giorni: baciarsi, abbracciarsi, toccarsi; e) Due ore alla settimana: aggiornare le proprie mappe dell'amore, parlare dei problemi e progettare assieme. Citazioni: «Le coppie felicemente sposate non sono più intelligenti, più ricche o più psicologicamente astute delle altre, ma nelle loro vite quotidiane hanno messo in moto una dinamica che impedisce ai loro pensieri e sentimenti negativi (che tutte le coppie hanno) di avere la meglio su quelli positivi.» «Nei matrimoni più solidi, marito e moglie condividono un profondo senso di uno scopo in comune. Non si limitano a “stare insieme”, ma appoggiano a vicenda le proprie aspirazioni e le proprie speranze e danno significato al loro vivere insieme.» «Dalla conoscenza nasce non solo l'amore, ma anche la capacità di superare le tempeste coniugali. Le coppie che godono di mappe dell'amore particolareggiate del mondo dell'altro sono molto meglio preparate ad affrontare eventi e conflitti stressanti.» «È come se i partner che si rivolgono a sé stessi invece di allontanarsi mettano dei soldi in banca. Quel che mettono da parte è un risparmio emotivo che può tornare utile quando i tempi diventano difficili, quando devono affrontare uno stress impegnativo o un conflitto.» «I problemi sono come un'infiammazione del menisco, un mal di schiena, una colite spastica o un'artrosi. Non li amiamo, questi problemi, ma siamo in grado di affrontarli, di evitare situazioni che li facciano precipitare e di sviluppare strategie e abitudini che contribuiscano alla convivenza pacifica.» «Il matrimonio non è solo allevare i figli, occuparsi della casa e fare l'amore. Può avere anche una dimensione spirituale in cui vi sia la ricerca di una vita interiore da condividere, una cultura ricca di simboli e rituali, una valutazione dei ruoli e degli scopi che vi connettono, che vi aiutano a capire cosa significhi far parte della famiglia che siete diventati.» Perché leggere questo libro: Perché l'autore utilizza un approccio diverso da quello convenzionale, spesso poco efficace. Perché affronta in modo pratico e scientifico i problemi del matrimonio. Perché è ricchissimo di esercizi e questionari che marito e moglie possono svolgere assieme. Perché permette di guardare il proprio rapporto di coppia da un’altra angolazione. Perché un matrimonio felice appaga l'anima e riempie la vita di gioia. Questa scheda è stata realizzata da Giuliana Mosetti Categoria: Relazioni & Coppia
  • Amore e Legge dell’Attrazione di Carolyn Boyes

    Amore e Legge dell’Attrazione di Carolyn Boyes

    L’intento dell’autrice è quello di aiutare il lettore a sfruttare la Legge dell’Attrazione e alcune delle più antiche disipline spirituali per attrarre l’amore, per guarire dalle ferite del passato e per vivere serenamente.Prosegui qui

    Carolyn Boyes, Amore e Legge dell’Attrazione, Edizioni DeA, Trad. A. Pau, M. Micheletti. Chi è l’autore? Carolyn Boyes è scrittrice, terapeuta, consulente motivazionale e Life Coach. Ha studiato in Giappone, Hong Kong e Taiwan diventando esperta nell’uso delle tradizioni della spiritualità orientale ai fini dello sviluppo del sé. Ha ispirato moltissime persone nell’esprimere il proprio potenziale. Qual è l’intento dell’autore? L’intento dell’autrice è quello di aiutare il lettore a sfruttare la Legge dell’Attrazione e alcune delle più antiche disipline spirituali per attrarre l’amore, per guarire dalle ferite del passato e per vivere serenamente. Conosci meglio il libro La Legge dell’attrazione. Secondo questa legge attiriamo nelle nostre vite ciò a cui diamo attenzione. È una legge molto antica, che rimanda all’esistenza di un universo che va oltre quello fisico: l’universo spirituale. Esso è un “luogo” in cui dimora la forza vitale e creativa, è il luogo in cui coesistono energia e pensiero. Ogni pensiero che formuliamo abita nell’universo spirituale e, solo dopo, diviene realtà: l’universo è stato creato per rispecchiare quello in cui crediamo, sia che esso sia positivo sia che sia negativo. La Legge dell’attrazione funziona a livello del pensiero, nel senso che attiriamo realmente quello che crediamo di meritare. Quindi, non è sufficiente sperare o desiderare che succeda qualcosa, per far sì che ci sia un reale cambiamento, è necessario credere veramente che questo possa accadere. «Se non provi amore per te stesso a un livello profondo, allora inconsciamente darai vita a esperienze che riflettono la tua convinzione di non essere degno d’amore» ci suggerisce l’autrice. Modificare i pensieri è il modo più potente per comunicare con l’universo spirituale. L’autrice propone le seguenti domande a cui rispondere per iniziare ad immaginare un futuro diverso in amore: «Riesci a immaginare di essere amato? Riesci a immaginarti come persona che ama se stessa? Riesci a immaginarti come persona che ama gli altri? Come sarebbe la tua vita? Che cosa accadrebbe di diverso nella tua vita?». Identifica i ruoli che interpreti. Partendo dal presupposto che l’amore è incondizionato, l’autrice propone due ruoli che sono dannosi in una relazione d’amore. Il primo è il giudice, ovvero quella parte di noi che condanna. Esso è caratterizzato dal giudizio, dall’intransigenza e dalla mancanza di clemenza verso sé stessi e verso gli altri. Secondo un vecchio proverbio: «Per ogni dito puntato, tre dita sono puntate all’indietro». E quindi, in base alla Legge dell’Attrazione, giudicando le altre persone attrarremo giudizi verso noi stessi. Il secondo ruolo è quello della vittima, ovvero la parte di noi che dà la responasbilità di quello che ci accade sempre agli altri. La vittima vive in una posizione d’impotenza, in cui pensa di non poter far nulla per cambiare la propria situazione. Essa attrae relazioni amorose caratterizzate dall’abbandono o dai maltrattamenti. Secondo l’autrice, si “recita” il ruolo della vittima quando non ci si sente degni di ricevere amore e quando si sta manifestando la mancanza di speranza di poterlo ricevere. In questo ruolo, la Legge dell’Attrazione agisce per “mancanza di amore” e attrarrà relazioni in cui ci possono essere tanti sentimenti, ma non quello di amore. Comincia ad amare la tua vita. Il ripetersi incessante della routine quotidiana può essere motivo di stati d’animo negativi. L’autrice invita il lettore a pensare alla propria giornata attuale e a cambiare qualche abitudine. Per far questo, suggerisce il metodo 80/20, per cui si preparare una lista delle cose che si ama fare e, ogni giorno, si cerca di svolgerne almeno il 20 per cento, ovvero quelle ritenute più importanti. Così facendo, si sposterà «l’ago della bilancia della felicità» in proprio favore dell’80 per cento. Il senso dell’esercizio è di trascurare ciò che non è necessario e di concentrarsi solo sulle cose importanti in modo che lo stato d’animo rimanga positivamente alto: «Ogni volta che scopri di amare la vita significa che ti stai trasformando in un catalizzatore d’amore». L’amore, quindi, è un’abitudine che nasce dall’amore verso sé stessi attraverso il pensiero e l’azione. Se ti comporti in modo amorevole con te stesso e con gli altri, riuscirai a stabilire un collegamento con l’amore duraturo. Apri il tuo cuore. Le pene d’amore potrebbero influenzare non solo lo stato d’animo, ma anche l’equilibrio tra i chakra. Con il termine chakra ci si riferisce ai sette centri che regolano il flusso energetico all’interno del corpo. L’equilibrio tra i chakra è direttamente proporzionale al benessere fisico ed emotivo dell’individuo. Il chakra legato all’amore è il quarto, ovvero quello del cuore. Quando ci risulta difficile dare o ricevere amore, è utile concentrarsi sul quarto chakra, in modo da agevolare la sua funzione. A tal proposito, nel libro c’è una meditazione che aiuta a riattivare questo chakra. Crea una visione del tuo futuro. Per avere dei cambiamenti nella propria vita e per “attivare” la Legge dell’Attrazione, è necessario visualizzare per immagini il futuro che si vuole avere immergendosi totalmente in questa visualizzazione. Questo vuol dire, cercare di sentire le sensazioni che questo futuro potrebbe portare. In questo modo, l’universo spirituale farà di tutto per darci quello che abbiamo desiderato, immaginato e vissuto durante la visualizzazione. Allo stesso tempo, compiremo delle azioni concrete che ci avvicineranno all’obiettivo desiderato. Per far sì che questo accada, l’autrice fa notare che è molto utile creare delle immagini concrete di ciò che si desidera: tenendo queste immagini a portata di mano, l’inconscio sarà sempre stimolato a sviluppare l’energia che attrarrà il nuovo futuro. Fare la “lista dell’amore” è un altro modo per guidare efficacemente i propri desideri verso l’universo spirituale. Nel primo punto della lista si deve spiegare chiaramente quello che si vuole lasciando la mente libera di vagare. L’autrice consiglia di prestare attenzione ai propri sentimenti e, se si ha la sensazione di non essere sicuri che ciò che si scrive è quello che si vuole veramente, si deve cancellare per poi ricominciare. Altro consiglio è quello di non imporsi tempi e modi, trovando da soli la propria via, in modo che le idee arrivino nel modo più naturale possibile. Una volta stilata la lista, si deve iniziare a sognare: immaginare situazioni con il nuovo amore, pensare a cosa direbbero amici e familiari, immaginare il primo appuntamento, i viaggi fatti insieme ecc., cercando di provare più emozioni e sensazioni possibili. Questo renderà più efficace la Legge dell’Attrazione. Rituali d’amore. Creare una casa accogliente rientra nei rituali che attirano l’amore. La geomanzia e il feng shui, ormai noti anche in Occidente, si basano sull’idea che «il modo in cui è disposto lo spazio intorno a noi può influire sulle nostre vite». La casa, infatti, rispecchia chi vi abita. Creare un ambiente curato, confortevole e stimolante è un passo verso l’amore per sé stessi. Non è un caso, se coloro che amano e attraggono amore creano ambienti accoglienti. L’autrice suggerisce di seguire il consiglio dell’artista e designer inglese William Morris: «Cerca di avere nella tua casa solo ciò che ritieni utile o consideri bello». Così, per eliminare dalla propria casa la vecchia energia e attrarre amore, è necessario liberarsi dagli oggetti che ci risultano ingombranti e inutili, così come è utile eliminare le cose legate a periodi o relazioni infelici, oppure oggetti che non ci fanno sentire bene. Inoltre, l’autrice suggerisce di creare un altare dell’amore, ovvero un piccolo spazio di cui prendersi cura quotidianamente. Sull’altare vanno messe foto o oggetti che siano legati a ciò che si vuole per il futuro. Si possono disporre anche dei cristalli, i quali hanno la capacità di emettere potenti vibrazioni. Ogni giorno si deve indirizzare energia «verso l’altare tenedo la mano sinistra (quella che riceve) rivolta verso l’alto, verso l’universo, per accogliere la luce divina, e la destra (quella che dà) rivolta in basso, verso l’altare». Contemporaneamente, si deve liberare la mente e ci si deve concentrare su ciò che si desidera portare nella propria vita. È molto importante tenere in ordine l’altare e non trascurarlo. Infatti, se non si riesce a curarlo, è preferibile smantellarlo non prima di averlo ringraziato per il bene che ha portato nella nostra vita. Citazioni «Puoi raggiungere solo ciò che sei in grado di concepire e di credere.» «L’amore è attratto verso di te quando tu sei veramente te stesso, cioè una persona forse vulnerabile, ma certamente degna d’amore.» «Tutte le grandi tradizioni spirituali affermano che non siamo separati dagli altri, bensì collegati ad essi. Quando distribuisci amore al prossimo, ti torna indietro.» «La tua casa è la rappresentazione esteriore di quello che accade dentro di te.» «I sogni sono anche un canale diretto, a disposizione dell’universo spirituale, per comunicare con noi.» «Un vero compagno d’anima è una persona molto speciale. Si tratta di qualcuno con cui dividi un profondo vincolo spirituale connesso al karma. Ciò significa che quando lo incontri provi una profonda sensazione di unione e vicinanza, ma non trascorrerrai necessariamente con lui il resto della vita. È anche possibile che molti dei sentimenti che provi per lui non siano d’amore.» Perché leggere questo libro Perché è ricco di esercizi pratici. Perchè è un valido aiuto nella conscenza di sé stessi. Perché fornisce un punto di vista interessante sull’amore. Perché le tecniche spiegate possono essere applicare anche in altri ambiti oltre a quello dell’amore. Perché è scritto in modo fluido e scorrevole. Perché può essere letto pagina dopo pagina oppure scegliendo gli argomenti che più interessano. Questa scheda è stata relizzata da: Tatiana Zucconi Categoria: Relazione di Coppia Acquista il libro nella tua libreria preferita Noi consigliamo Il Giardino dei Libri per acquistare la tua copia
  • Fate Famiglia! di Lucia Rizzi

    Fate Famiglia! di Lucia Rizzi

    L’intento di questo libro è quello di aiutare i genitori nella gestione delle dinamiche familiari attraverso una serie di regole, consigli ed esercizi pratici, che trasformino «la vita domestica in una palestra dove allenare una... Prosegui qui

    Lucia Rizzi, Fate Famiglia! - Dalla tata più famosa d'Italia, regole e consigli per prevenire i conflitti, sciogliere tensioni e vivere felici insieme, Bur Chi è l’autore? Lucia Rizzi è specializzata in psicologia e pedagogia infantile. Si è trasferita da adolescente negli Stati Uniti, dove si è prima diplomata al liceo magistrale e poi si è laureata. Successivamente, è diventata ricercatrice di pedagogia presso il Child Development Center (Università della California) specializzandosi nella sindrome da deficit di attenzione ed iperattività. Ha alle spalle molti anni d’insegnamento sia negli USA che in Italia. È diventata nota al grande pubblico a partire dal 2005, quando è stata chiamata a partecipare al programma cult SOS Tata. Qual è l’intento dell’autore? L’intento è quello di aiutare i genitori nella gestione delle dinamiche familiari attraverso una serie di regole, consigli ed esercizi pratici, che trasformino «la vita domestica in una palestra dove allenare una squadra vincente». Curve di apprendimento • L'autrice si propone di ripercorrere con il lettore un cammino personale che porta dall'io al noi. In questo libro esamina le problematiche della convivenza con l'obiettivo di offrire delle indicazioni concrete per favorire una vita familiare serena e soddisfacente. Il perno di ogni famiglia risiede nel «bisogno di "far parte di", di essere riconosciuto ed amato da almeno un'altra persona della propria specie con la quale si sente di avere un’affinità». Per spiegare questo concetto, l'autrice riporta le parole della ex first lady Laura Bush nel suo discorso ai neolaureati al Wellesley College: «Per quanto importanti saranno le vostre professioni come medici, avvocati, dirigenti…, ricordatevi sempre che siete – prima di tutto – esseri umani e che i vostri rapporti con le mogli, i mariti, i figli, i genitori, gli amici sono e saranno sempre gli investimenti più importanti che farete. Alla fine della vostra vita, aldilà dei successi che avrete ottenuto nella carriera lavorativa, quello che rimpiangerete sarà il tempo che non avrete speso con i vostri cari. Il successo della società non dipende da ciò che succede alla Casa Bianca, ma da ciò che succede nelle vostre case!». Lasciando da parte ogni giudizio politico, religioso ed economico, l'autrice sottolinea come queste affermazioni siano profondamente vere. • Siete coppia o famiglia? Molte coppie di oggi hanno perso il senso del noi, e sono rappresentate da due singoli individui ben distinti. Per poter passare dall'io al noi, è indispensabile che ogni membro della coppia abbia ben chiaro e scelga in «maniera pienamente responsabile gli obiettivi che vuole raggiungere e, allo stesso tempo, gli spazi e i momenti da condividere nel rispetto di sé e dell'altro». Fare coppia e fare famiglia, quindi, sono due situazioni completamente diverse. Alla base di una buona famiglia c’è una coppia che ha lavorato su se stessa e sul proprio senso di responsabilità. Con il termine essere responsabili, l’autrice si riferisce al percorso che ogni individuo deve fare su se stesso per mettere le fondamenta su cui costruire la propria vita, fondamenta quali: o una corretta autostima che ci rende in grado di guardare al futuro con serenità d'intenti o un bagaglio dei valori fondamentali in cui credere fermamente che non ci lasci in balia di ciò che ci accade intorno o la capacità di badare a sé stessi in modo autonomo e costruttivo, provvedendo al proprio benessere esistenziale e concreto o la piena fiducia nelle proprie capacità e volontà di creare il buono e il bene e di volerlo condividere con altri anche tramite il sacrificio o capire che il figlio è una persona diversa da noi e che va accettato e aiutato ad esprimere il suo potenziale. Per passare da coppia a famiglia, quindi, non è sufficiente avere un debole per i bambini oppure sentirsi annoiati. Si può passare al fare famiglia quando si vuol amplificare la felicità che già si prova in coppia, quando si desidera qualcosa in più, quando si ha voglia di creare gioia e benessere per se stessi e per le persone care. • Valori e stile familiare. «Fare famiglia è una libera decisione che deve basarsi sui valori di ciascuno dei due adulti che vanno a costituirla nel pieno rispetto di entrambi». Lo stile familiare, quindi, si basa sui valori che sono «il famoso imprinting che ognuno di noi si porta con sé per tutta la vita». È importante che la scelta dei valori sia il più possibile condivisa tra la coppia. L'autrice suggerisce di cominciare quando si sceglie e si arreda la propria casa. Queste sembrano delle decisioni superficiali ma dietro la scelta della disposizione e dell'arredamento di casa, invece, c’è la scelta del proprio stile di vita. A volte può anche accedere che sia veramente difficile mettersi d'accordo sulle scelte da fare. In questi casi, è importante che la coppia impari fin da subito a risolvere i propri problemi in maniera costruttiva. L'autrice consiglia di farlo mettendosi seduti attorno a un tavolo e parlandone insieme. Questa abitudine potrà aiutare la coppia molti anni dopo quando, per esempio, dovrà affrontare le difficoltà con un figlio adolescente. Un altro consiglio è quello di fare delle “riunioni familiari”, ovvero una serie di incontri a scadenza regolare in cui potersi confrontare e durante le quali poter prendere delle decisioni tutti insieme. In queste riunioni, tutti devono poter parlare e nessuno può interrompere. • Forte o debole: che tipo di amore è il vostro? Per amore debole si intende l'amore in cui ci si annulla per il partner; per amore forte, invece, si intende il saper ascoltare l'altro senza perdere sé stessi. L’amore forte si può esprimere così: «Io ti amo ma non sono come te: non sono meglio di te, né peggio di te. Ti amo per quello che sei!». All’interno della famiglia è questo il tipo di amore che deve persistere. L'amore forte è quello che ci consente di dare ad ogni componente la stessa importanza rispettandone le diversità. A tal proposito l'autrice propone un esercizio: si sceglie un'immagine e poi, a turno, ognuno dà la sua interpretazione. L'obiettivo è quello di sperimentare come le differenze non siano una debolezza, bensì un arricchimento. • Autorevolezza e coerenza. L'autrice ha un approccio molto pratico riguardo questo tema e invita il lettore a porsi le seguenti tre domande ogni volta che chiede qualcosa al proprio figlio: 1. Vale la pena che mio figlio/mia figlia faccia... che gli/le chieda di...? 2. Mio figlio/mia figlia è veramente capace di…? Gli/le ho insegnato a...? 3. È emozionalmente pronto/a per farlo o per volerlo? Questo schema insegna a tutti i genitori ed educatori ad essere autorevoli e coerenti. Queste tre domande sono le stesse che ognuno di noi dovrebbe porsi ogni volta che ha qualche perplessità sulle proprie azioni. L'autorevolezza e la coerenza sono elementi fondamentali che possono aiutare i genitori ad agire nel rispetto di se stessi e dei figli. • Regole per una buona comunicazione. Con una corretta comunicazione si possono formulare delle richieste senza creare problemi inutili. Secondo l'attrice, ci sono due regole fondamentali: secondo la prima «Sulle decisioni che riguardano aspetti importanti della vita del figlio non ci devono essere MAI discussioni fra madre​ e padre né tentennamenti di fronte al bambino/ragazzo», e la seconda recita: «Sulle piccole cose si possono ammettere diversità di opinione fra madre e padre, ma le scelte devono essere comunque concordate e accettate dall'altro genitore “in disaccordo” in modo che in seguito non ci siano discussioni ne recriminazioni di sorta». I genitori che sono autorevoli riescono ad avere un buon stile comunicativo e ad accrescere la sicurezza dei propri figli. Il concetto di buona comunicazione è ampiamente approfondito nel testo con una serie di “regole” che l’autrice consiglia. Estratti e citazioni dal libro per vantarsi con gli amici «La felicità è l’obiettivo finale della famiglia, ma non ci si deve spaventare se lungo il percorso si incontrano ostacoli.» «I valori che caratterizzano lo stile familiare sono un imprinting che ognuno di noi si porta con sé per tutta la vita.» «Se vuoi che una persona agisca correttamente, trattala il più correttamente possibile.» «Bambini e ragazzi hanno bisogno di diventare persone capaci di amore forte, verso se stessi e verso gli altri. In quale altro ambiente, se non in famiglia, possono impararlo?» «Così sono gli umani: hanno bisogno di essere riconosciuti, accettati e amati.» «Una buona comunicazione non deve allontanare né demonizzare, ma far star accanto con gentilezza. Del resto, la pazienza è la virtù dei forti.» Perché leggere questo libro: Perché parla di coppia e di come nasce una famiglia. Perché ci sono molti esempi pratici. Perché spiega in maniera molto chiara alcune dinamiche familiari. Perché fornisce ai lettori degli strumenti pratici da poter mettere subito in atto. Questa scheda è stata realizzata da Tatiana Zucconi Categoria: genitorialità Acquista il libro nella tua libreria preferita Noi consigliamo Il Giardino dei Libri per acquistare la tua copia
  • Lo zen e l’arte di innamorarsi di Brenda Shoshanna

    Lo zen e l’arte di innamorarsi di Brenda Shoshanna

    L’autrice vuole avvicinare il lettore all’amore, in sé e per sé e quanto la riscoperta dell’essere innamorati ci aiuti in tutto, anche nell’innamorarci del partner nel modo giusto. Seguendo dei semplici precetti Zen, l’autrice... Prosegui qui

    Brenda Shoshanna, Lo zen e l’arte di innamorarsi, Il punto d’incontro, trad. G. Fiorentini Chi è l’autore? Brenda Shoshanna è psicologa e terapeuta di Manhattan, è un’affermata autrice e è stata vincitrice del Premio NABE per il miglior libro dell'anno nella categoria "Salute". Insegna presso la Barnes and Nobles University ed è tra i conferenzieri più richiesti da associazioni, programmi radiofonici e televisivi. Qual è l’intento dell’autore? L’autrice vuole avvicinare il lettore all’amore, in sé e per sé e quanto la riscoperta dell’essere innamorati ci aiuti in tutto, anche nell’innamorarci del partner nel modo giusto. Seguendo dei semplici precetti Zen, l’autrice ci guida a riscoprire la nostra forza interiore per poi rivolgerci al mondo ripuliti e pronti a ricevere e dare. Conosci meglio il libro: • Siamo fatti per vivere una vita d'amore. Quando siamo innamorati della vita, il corpo e il cuore sono felici. È il nostro stato naturale, e la domanda che l'autrice si pone è: perché non siamo sempre innamorati? Il vero amore non fa mai male, sono solo le idee confuse e associate all'amore che ci fanno soffrire. Un detto buddista dice "Se ti offrono cibo avvelenato, non lo mangiare". Se ci offrono l'amore, ma sappiamo o sentiamo che è malsano, non accettiamolo. Lo Zen e l'amore sono compatibili e lo Zen nel libro ci insegna come ritornare ad amare veramente noi e gli altri. Per cominciare l'autrice crea un parallelo tra tre semplici azioni che si praticano nello zendo, lo spazio per meditare e la riscoperta del vero amore. Le tre azioni sono: togliersi le scarpe per diventare disponibili, sedersi sul cuscino per incontrare se stessi nella posizione ferma della meditazione, il non fare per allentare il controllo. • Togliersi le scarpe: quando si pratica ogni azione, piccola o grande, è eseguita con consapevolezza e volontà al 100%. Quando uno studente si toglie le scarpe prima di entrare nello zendo è come se diventasse "esposto", iniziando il processo di lasciare andare le normali "difese" e simboli del proprio valore esteriore. Le scarpe vengono riposte ordinatamente e silenziosamente, con cura e scrupolo, proprio come dovremmo vivere le nostre giornate nei piccoli gesti. Il novizio è invitato a porre attenzione al piede appoggiato al pavimento e a eseguire ogni passo consapevolmente. Il nostro karma segue la logica di causa e effetto, se piantiamo semi avvelenati nascerà un albero malato, se non ci prendiamo cura di noi non possiamo aspettarci niente dal mondo. Lo Zen insegna a essere presenti in ogni momento. Togliersi le scarpe ci insegna anche a diventare pazienti, pazienti per imparare ad aspettare e di sentirci proprio a nostro agio in questa nuova condizione, così che possiamo imparare a discernere tra cibo e nutriente o che non vale nulla. Sviluppare la pazienza significa anche aspettare che le acque agitate si calmino, e questo è un suggerimento molto utile nella relazione amorosa, per poter vedere con chiarezza cosa sta succedendo quando il fango si deposita sul fondo. • Sedersi sul cuscino per prendersi il tempo di incontrare noi stessi e gli altri, oltre la fretta, il brivido, l'attrazione o il falso benessere iniziale. La psicologa ci ricorda il mito di Sisifo che era stato condannato a spingere un pesante macigno in cima a una montagna senza mai raggiungere la vetta perché il macigno poi rotolava in basso. Sisifo cominciava daccapo ogni volta e questo era lo scopo della sua vita, piena di sforzi e priva di soddisfazioni. Finché siamo dipendenti dagli altri, dal mondo esterno per la nostra felicità, prima o poi il macigno rotolerà in basso. Lo Zen suggerisce semplicemente di smettere di spingere un macigno. Sedersi sul cuscino in posizione eretta e fare attenzione solo al respiro, ci dà il tempo di non agire e di non reagire ciecamente alla vita. Lo zazen, la meditazione Zen, ferma la nostra frenetica attività e i nostri pensieri, tranquillizza la mente scimmia nel dialogo interiore. Henry, uno studente dello zendo, racconta di essersi stupito dai suoi violenti commenti competitivi su tutto. Henry non aveva mai capito i suoi fallimenti in amore prima, ma rimanendo seduto sul cuscino iniziò a capire che, se dentro di lui c'era davvero una simile furia, come avrebbe potuto dare o ispirare fiducia nella coppia? "Semplicemente sedendo", Henry riuscì a calmarsi e a capire di essere in grado di liberarsi. Un consiglio che viene spesso dato al nuovo studente è quello di "fare comunque", l'istruttore spesso suggerisce di continuare senza necessariamente dover capire a priori: prima si fa e poi si capisce. Anche Nancy trovò equilibrio e forza interiore restando seduta in silenzio. Continuando a sedersi, concentrata e consapevole, Nancy capì che l'approvazione esterna non era indispensabile e che poteva iniziare a dare compassione a se stessa per ricominciare. • 3. Non fare per allentare il controllo. Come un neonato, noi non siamo veramente consapevoli di ciò che ci circonda e usiamo gli altri come oggetti per il soddisfacimento del nostro bisogno. Non sempre capiamo che anche gli altri hanno vita propria, sogni e desideri che potrebbero essere diversi dai nostri. Spesso, ciò che chiamiamo amore non è altro che volere una persona che agisce esattamente come noi vogliamo e che ci faccia stare bene. È per questo che a volte ricorriamo ad ogni mezzo per cercare di controllarla e cambiarne il comportamento. Per liberarci dal frenetico desiderio di controllare gli altri e noi stessi, lo Zen suggerisce semplicemente di "non muoversi" e questo ci permetterà di lasciare andare il bisogno del controllo. Non muoversi in zazen, significa osservare e lasciare andare. Rena arrivò allo zendo devastata dopo la fine di due rapporti molto importanti; interpellata dal Maestro, lei disse che non avrebbe potuto sopportare di perdere un'altra persona. «Ne perderai molte» le rispose il maestro. Rena era sconvolta e chiese come avrebbe potuto evitarlo. La risposta del maestro fu: «Non fare». Le nostre azioni spesso sono reazioni dettate dai condizionamenti mentali, dalle compulsioni di controllare o di ottenere un risultato imminente, queste reazioni alla vita creano il nostro karma. La vera azione è molto diversa: è spontanea, diretta e risolutiva. La vera azione segue la "non azione" perché, mantenendo la metafora di cui sopra, prima dobbiamo aspettare che il fango si depositi. Il fango è fatto di convinzioni e interpretazioni che ci forniscono solo una interpretazione della vita. Lo Zen suggerisce di considerare il fango come qualsiasi altra parte dell'universo: il fango è solo fango e l'erba è solo erba, ogni tanto si cammina nel fango e poi si continua di nuovo a camminare sull'erba. L'erba non è il paradiso, è solo erba. Chi vuole che il prato resti verde anche in inverno non sa accettare, attendere e "non agire". Il "non agire" quindi non significa rassegnarsi ma è il preludio per l'azione Zen (nel punto successivo). • La meditazione camminata per agire con consapevolezza. La meditazione da seduti è interrotta dal suono di una campana, questo indica che comincia il rituale della meditazione camminata kinhin. Si tratta di una camminata concentrata nella quale l’applicazione della meditazione da seduti viene trasferita all'azione. Nella vita arriva il momento di agire e la meditazione da seduti ci ha preparati per agire con consapevolezza. Nel kinhin si mantiene l'attenzione vigile e si è concentrati verso l'interno per fare la cosa giusta, che ci piaccia o no. Nelle relazioni di coppia spesso molti rapporti si trascinano perché nessuno dei due fa la cosa giusta al momento giusto: terminare la relazione, dire "ti amo" e impegnarsi, non ascoltare e non rispondere ai bisogni dell'altro; molti fanno finta di “non udire la campana che suona” e quindi non alzarsi per camminare. Andare avanti significa vivere nel presente e liberarsi dalla procrastinazione e dall'ossessione, cogliere il momento giusto è importante nelle relazioni come in tutti gli aspetti della vita. Nel kinhin si cammina concentrati e non ci si fa distrarre dai mille stimoli attorno a noi. • Pulire la casa per svuotare se stessi. Periodicamente noi puliamo casa per fare spazio e accogliere nuove esperienze e nuovi doni. Con questo gesto importante impariamo a non attaccarci a ciò che abbiamo accumulato. L'autrice suggerisce di fare lo stesso con i rapporti, e iniziare tutto di nuovo senza portarsi dietro ricordi, paure, idee, aspettative e preconcetti. Nello zendo a turno ci si prende cura del luogo, tra pulizia e mantenimento. C'è spazio perché esiste solo l'indispensabile e ciò che è in uso nel momento presente. Niente viene lasciato in giro e non ci sono cose in più. La pulizia è fatta a turno, senza eccezioni, con attenzione e precisione, in silenzio e in piena consapevolezza. Pulendo il luogo in cui viviamo, puliamo la mente e il cuore. Più teniamo pulito il nostro spazio e togliamo il superfluo, più il nostro cuore si apre all'esperienza del nuovo. Una studentessa un giorno chiese: "In che modo fare pulizia mi può aiutare a dimenticare il tradimento del mio ragazzo?" Fu invitata solo a pulire, pulire a fondo, per scoprirlo. Con riluttanza la studentessa iniziò a pulire senza metterci l'impegno, non capiva quale fosse il suo vantaggio. Con la coda dell'occhio vide un'altra studentessa che puliva concentrata e con vigore. Allora si vergognò e premette lo straccio con forza: ora era il pavimento che puliva lei. I nuovi rapporti non devono essere causa d’incertezza o dolore, possono essere l'invito a vedere il mondo in un nuovo modo e imparare nuove lezioni. • Fare il portinaio significa essere lì per gli altri. Spesso nelle relazioni non ci importa l'altra persona, bramiamo più la soddisfazione che l'altro ci procura e la momentanea sensazione di essere importanti. Non amiamo davvero – ci ricorda l'autrice – ma ci innamoriamo di quanto la relazione ci faccia sentire speciali. Molti di noi dipendono dal senso di benessere derivato dall'approvazione altrui, ci comportiamo per essere degni di ricevere amore e attenzione. Per questo alcuni di noi affidano all'opinione altrui il proprio valore, perdendo a priori. Amare qualcuno perché si adora non è amore, adorare qualcuno perché ci ami non è amore. Fare il portinaio è un compito a rotazione: il portinaio non interferisce, è presente. Il portinaio non deve necessariamente soddisfare i bisogni dell'altro o anticiparne i desideri. Il dono più grande e più difficile del portinaio è la presenza senza chiedere niente. Chi entra non deve piacergli, dargli attenzione o salutarlo, di contro il portinaio non è tenuto a fare nulla, solo essere presente. Bob andava fuori di matto a fare il portinaio, confessò di impazzire a ignorare gli altri e "obbligarli" ad arrangiarsi da soli. Per lui era come abbandonarli. Presto Bob capì che era è sufficiente essere se stesso e questo non significava abbandonare gli altri. • Cucinare per nutrire. Sin dalla nascita colleghiamo al nutrimento l'amore, alcuni da grandi trattengono amore per spingere il partner a fare ciò che vogliono, altri utilizzano il sesso come merce di scambio e nutrimento nella coppia. Nella vita dobbiamo imparare a riconoscere e a gustare il cibo che riceviamo. L'autrice ci suggerisce di imparare a distinguere il fast food, che può sembrare buono sul momento ma che può portare effetti collaterali e sgradevoli più in là, dal cibo di qualità e giusto per noi. Distinguere il cibo significa anche poter scegliere la persona giusta per noi: se Arnold fosse un melo che offrisse solo mele non andrebbe bene per Clea che invece preferisce chiaramente le pere. Alcuni hanno sviluppato una dipendenza dalle proprie insoddisfazioni: non sanno né cambiare né accettare ciò che viene loro dato e dire grazie. La metafora del cucinare ci ricorda che dobbiamo nutrire il nostro rapporto e soddisfare i bisogni del partner come fa il tenzo, il cuoco Zen, durante i ritiri. Erano due anni che Samantha stava con Rick ma il rapporto non la saziava. Rick non la incoraggiava e non faceva niente per anticipare i suoi bisogni. Samantha capì che si era sempre concentrata su se stessa e su ciò che avrebbe potuto ricevere lei. La soddisfazione dei bisogni di Rick non le era neanche passata per la testa. Samantha imparò che nutrendo gli altri, nutriamo noi stessi. Cucinare significa, infatti, soddisfare i bisogni degli altri e desiderare di sfamarli proprio quando è il momento di farlo. Invece di concentrarci solamente sulla nostra fame, cucinando, impariamo a essere consapevoli di quella degli altri. Più diamo e più siamo pieni, felici e autosufficienti. Cucinare è dare e lo Zen ci assicura che se diamo otterremo sicuramente più cose in cambio, ma senza necessariamente esigerle dalla stessa persona a cui le abbiamo date. • Ricevere il bastone per gestire i colpi. Durante una seduta zazen, uno studente incaricato cammina tra le persone sedute con in mano un bastone. Alla richiesta di chi è seduto, il supervisore si ferma, si inchina allo studente e lo colpisce su entrambe le spalle. Qual è il significato di questo gesto? Durante la pratica il gesto allevia la tensione delle spalle e vivacizza l'atmosfera dello zendo. Metaforicamente ci aiuta a imparare a gestire i colpi. I colpi in un rapporto possono essere scatti di rabbia, critiche, tradimenti, gelosie, abbandono... se etichettiamo qualcuno nel problema non usciamo dal problema. Ricevere il bastone ci insegna ad accogliere le sofferenze, a comprendere gli eventi e a rispondere nel modo e nel tempo più giusti. Nello zendo il suono della campana è solo il suono della campana e una sensazione dolorosa è semplicemente una sensazione dolorosa. Se viviamo ciò che accade momento per momento sappiamo che il prossimo respiro ci porterà a qualcosa di nuovo, ci ricorda l'autrice. Citazioni: «Essere innamorati è la cosa più matura e più realistica che possiate fare.» «Secondo lo Zen, se non sappiamo che cos'è il vero amore non possiamo gustare il prezioso sapore della vita.» Come dice un famoso maestro Zen: "Lo Zen è semplicemente raccogliere il cappotto dal pavimento e metterlo dove deve stare."» «Le erbacce mentali sono i nodi e i grovigli che crescono nella nostra mente.» «L'unica vera solitudine proviene dall’abbandonare noi stessi, dal non essere ciò che siamo.» «La maggior parte dei problemi con cui lottiamo è creata dalla nostra mente.» «Il più delle volte, quando crediamo di lavorare a un problema ci stiamo soltanto facendo ossessionare.» «È credere alla paura che le dà potere su di noi, invece di credere nel potere della paura, perché non credere in quello dell'amore?» Perché leggere questo libro: Perché crea un parallelo interessante tra la vita, le relazioni e lo Zen. Perché oltre alle storie riportate sopra, il libro narra di Sara che aveva perso la bussola, di Diana che era diventata ossessiva tanto da perdere il sonno e di tante altre persone che l'autrice ha visto cambiare proprio grazie alla pratica dello Zen. Perché l'autrice ci mostra il mistero dei koan (enigmi impossibili da risolvere a livello razionale). Perché l'autrice ci guida a innamorarci prima di noi, della vita e dell'unicità del tutto. Categoria: Relazione di Coppia Acquista il libro nella tua libreria preferita Noi consigliamo Il Giardino dei Libri per acquistare la tua copia

Salute & Benessere




  • Mindful eating di Jan Chozen Bays

    Mindful eating di Jan Chozen Bays

    L’autrice aiuta i lettori a riconoscere la fame da nove punti di vista differenti. Ci rende consapevoli dell’attrazione verso il cibo a livello emotivo, biologico, storico. Il suo intento è quello di aiutarci a mangiare serenamente e... Prosegui qui

    Jan Chozen Bays, Mindful eating, Enrico Damiani Editore, trad. M. Petruzzi Chi è l’autore? Jan Chozen Bays è una pediatra e maestra di meditazione insegnante di mindful eating da più di 20 anni. Vive nel monastero Zen Great Vow in Oregon, di cui è abate insieme al marito. Qual è l’intento dell’autore? L’autrice aiuta i lettori a riconoscere la fame da nove punti di vista differenti. Ci rende consapevoli dell’attrazione verso il cibo a livello emotivo, biologico, storico. Il suo intento è quello di aiutarci a mangiare serenamente e coerentemente con il suo metodo del mindful eating (mangiare con la giusta attenzione e consapevolezza). Questo libro insegna: • La via della consapevolezza. Oggi esiste una “fonte di sofferenza” assolutamente non necessaria e legata al cibo. Le battaglie con il cibo sono fonte continua di stress, sensi di colpa, vergogna e depressione. Quando si mangia – ci suggerisce l’autrice – è necessario tenere presente un ingrediente necessario: la mindfulness. Cosa significa? È il «prestare attenzione in maniera totale e priva di giudizio allo svolgersi della vita momento per momento». Le diete, la sostituzione di cibi, le operazioni chirurgiche non sono la soluzione, ci ricorda fortemente l’autrice che ci riporta alla base: il problema non è il cibo. • Cos’è il mindful eating? La mindfulness è prestare deliberatamente attenzione a ciò che succede dentro di noi, nel corpo, nel cuore e nella mente, e fuori di noi nell’ambiente in cui ci troviamo, il tutto senza giudizio o critica. All’opposto, quando facciamo senza pensare, quando vediamo, tocchiamo o mangiamo senza essere presenti, è come se quella cosa non esistesse e la perdessimo. La mindfulness trasforma un evento in curiosità e scoperta. L’autrice provoca il lettore chiedendo se non sia mai stato assetato, dopo una lunga giornata calda o attività motoria: quanto è squisita l’acqua in quei momenti? Questo è apprezzare appieno. L’autrice ci ricorda di essere presenti: per godere di sapori, odori e sensazioni nel corpo. Se mangiamo mentre parliamo, scriviamo o guardiamo, il sapore diminuirà o svanirà. • I nove tipi di fame. Il primo esercizio proposto nel libro è quello di prendere un acino di uva passa e di valutare la fame da nove punti di attenzione differente: 1. La fame degli occhi, guardandolo. Come appare? Ci attira? Ci soddisfa? 2. La fame del tatto, toccandolo. Come sembra al tatto? Interessante? Attraente? 3. La fame delle orecchie, movendolo accanto a un orecchio per sentirne il suono prodotto 4. La fame del naso, sentendone l’odore e eventuali profumi 5. La fame della bocca, mettendolo ora in bocca senza masticarlo e facendolo solo girare in bocca e poi masticandolo e sentendo cosa accade 6. La fame dello stomaco, per cui ci si chiede quanta fame si ha e quanto se ne vorrebbe ancora su una scala da 0 a 10 7. La fame cellulare, pensando all’assorbimento e chiedendosi “Come lo stanno ricevendo le cellule del corpo?” 8. La fame della mente, quando la mente s’intromette con quei “dovrei” o “non dovrei” e, ultima, 9. La fame del cuore, quando pensiamo che un cibo sia confortante e rassicurante oppure quando ci ricorda eventi legati al passato, ricordi di famiglia che siano belli o dolorosi. • Come cambia la fame? I neonati mangiano naturalmente ricercando ciò di cui hanno bisogno, gli adulti mangiano per abitudini apprese, affetti, condizionamenti mentali… Il mindful eating suggerito dall’autrice ci libera da queste “dinamiche reattive” e non spontanee. Attraverso la consapevolezza possiamo cambiare, ci sprona l’autrice, occorre coraggio, osservazione onesta e senza giudizio e costanza. Perché vogliamo mangiare? È fame fisiologica o altro? È perché siamo al ristorante e vediamo il vassoio dei dessert? È perché la pubblicità ci fa venire in mente qualcosa? Se al cinema ci venisse dato un contenitore di pop corn più grande ne mangeremmo di più senza accorgercene: l’autrice ci riporta questo ed altri esperimenti dal libro di Brian Wansink, Mindless eating: why we eat more than we think . Gli occhi possono volere di più e ingannare la fame, ma possono anche essere usati per “saziarsi” con forme e colori. La bocca si sazia di sensazioni ed è condizionata dai desideri della mente. Lo stomaco vuole nutrimento e le cellule specifici nutrienti. Se siamo consapevoli dei tipi di fame possiamo mangiare il giusto e nel modo giusto. • La fame della mente. Quando la mente interferisce e si dice “Dovrei”, “Mi merito”, “Ho letto sulla rivista che”, “Non dovrei…” e “Ho sgarrato”, la nostra mente si mette in mezzo. Ci hanno detto che le uova facevano male, il grasso faceva male, poi ci hanno detto che potevamo tornare a mangiare le uova e che l’olio d’oliva faceva bene. Gli alimenti non sono né buoni né cattivi, la via giusta sta nel non esagerare mai. La nostra mente è un giudice interiore, è un informatore di notizie insaziabile ma ci confonde e ci fa paura. La mente però non è il nemico, può salvarci ricordando quali cibi possono nuocere se soffriamo di malattie, per esempio. Acquietare la mente la sazia. • La fame del cuore. Il cibo ci può ricordare di bei momenti passati, la cucina di mamma o di nonna, momenti di condivisione e amore. Il cibo può essere confuso per una coccola, come quando da piccoli eravamo malati e la mamma ci coccolava con qualcosa. Il cibo mangiato con la fame del cuore è quel cibo che vuole riempire un vuoto nel cuore e che riempie anche lo stomaco. Come si riconosce la fame del cuore? L’autrice ci suggerisce di immaginare che ogni boccone venga inviato al cuore, come ci sentiamo? L’autrice ci presenta un esercizio per coinvolgere tutti i tipi di fame, chiedendo a ciascuna, compresa quella del cuore, quanta fame ha e di misurarla su una scala da 0 a 10, dove 0 è “niente fame” e 10 è “tantissima fame”. Esempio: un vassoio di pasticcini quanta fame procura agli occhi? Al tatto? Alle orecchie? Al naso? Alla bocca? Allo stomaco? Alle cellule? Alla mente e, infine, al cuore? • Il condizionamento nel mangiare. Il condizionamento è un fenomeno naturale e normale, associamo un «Bravissimo, hai mangiato tutto» alla soddisfazione dei genitori e al riconoscimento; oppure alla frase «Se mangi troppo diventi grassa come tua madre» associamo disagio, ansia o dolore. È importante essere consapevoli dei propri condizionamenti, proprio come quando Pavlov condizionò i suoi cani a salivare per un suono di campanella che era stato precedentemente associato alla presenza di cibo. A volte ci si sazia talmente tanto per non sentire più il dolore o il fastidio di certe situazioni famigliari. In occidente solo il 20% delle persone dichiara di fermarsi perché sazio, il resto degli intervistati dichiara di finire di mangiare perché il piatto è finalmente vuoto o perché è finita la serie in TV. Il cibo può essere un anestetizzante alla vita, ecco lo scopo nel binge eating disorder: intorpidire i sensi per non sentire la sofferenza del cuore. • Paura di morire di fame. Esistono anche dei condizionamenti primordiali e antichissimi insiti in noi, come la paura di morire di fame. Quando la carne del mammut cacciato finiva si rischiava di restare a digiuno per giorni interi. Oggi possiamo capire – ci riprende l’autrice – che la paura di morire di fame è servita a suo tempo per sopravvivere e che è e resta parte della nostra storia. Possiamo liberarci da essa con la mindfulness, cioè la consapevolezza della sua esistenza. Possiamo capire quando mangiamo per stress e quando lo facciamo per fame. Possiamo sentire l’impulso di mangiare un gelato e “non agirlo”. • Il piacere primordiale del dolce. L’autrice ci parla dell’esigenza corporea di grasso e zuccheri e di sale. Il sale serve per equilibrare le riserve di sodio e cloruro nel corpo, il grasso per le riserve e per essere assorbito più lentamente nel dispendio energetico e lo zucchero per quel dispendio immediato richiesto a volte per certi sforzi fisici. Il sapore del dolce però è anche associato alla sopravvivenza, ci indica se un cibo non è velenoso e quindi commestibile. Oggi abbiamo zucchero disponibile e in eccesso ovunque e il dispendio energetico per andare al supermercato non giustifica l’assunzione di tutto quello zucchero. • Sei linee guida per il mindful eating. L’autrice riassume le cose da fare in sei semplici linee guida: 1. Rallentare, cioè il “Fletcherizzare” che deriva dal cognome del signore americano che dimagrì 20 kg agli inizi del 1900 semplicemente rallentando mentre mangiava. L’appetitometro, una sorta di misuratore per l’appetito, ci aiuta a sentire il senso dell’appetito mentre mastichiamo e mangiamo più lentamente. 2. La giusta quantità, l’autrice ci fa scoprire l’antica cerimonia dell’oryoki che richiede l’uso di ciotole per mangiare graduate in misura (oryoki significa “appena sufficiente”). L’autrice suggerisce di seguire la seguente filosofia: se riteniamo che dopo altri cinque bocconi saremo sazi, allora fermiamoci e beviamo un bicchiere d’acqua. Un altro piccolo esercizio che l’autrice ci suggerisce di svolgere nel dubbio, è finire la seguente frase: «Sto mangiando questa porzione per________» e vedere come la mente riempie lo spazio. 3. L’equazione dell’energia. Ciò che entra e ciò che esce dovrebbero equilibrarsi. Se vogliamo perdere peso, c’è solo una cosa da fare: diminuire l’energia che entra nel nostro corpo e aumentare quella che esce. Oggi facciamo meno fatica per procurarci del cibo, abbiamo uno stile di vita sedentario e – in generale – facciamo poco movimento. 4. Sostituzioni consapevoli. Una voce infantile potrebbe dire «Voglio qualcosa di dolce» e la voce genitoriale dice «Non è ora di merenda, niente dolci ancora». Poi la voce indignata dice «Sei in sovrappeso di 10 kg. Non dovresti mangiare dolci per almeno un anno!» Come possiamo lavorare efficacemente con queste voci? Il punto è prendersi bene cura di sé stessi, come farebbe un genitore “premuroso e saggio”. 5. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. La meditazione quotidiana aiuta a regalare apertura mentale e a distaccarsi dalle voglie di cibo. Quando qualcuno dice all’autrice che vuole digiunare, lei richiede sempre la motivazione. Se le risposte provengono dal critico interiore, l’autrice sconsiglia di procedere. Se invece la motivazione è quella di andare al di là della paura di non avere sufficiente cibo, allora l’autrice segue i suoi clienti nel buon proposito. 6. La gentilezza e il critico interiore. La meditazione regola la mente, riduce le attese del perfezionista, dell’istigatore e del critico interiore. Le voci non riescono ad attaccare il “qui e ora”, si riferiscono sempre o al passato o al futuro; ma quando non c’è né passato né futuro non c’è paragone, non c’è critica, ci sono solo ascolto e consapevolezza. • Coltiviamo la gratitudine. Associamo il cibo alla salute e al piacere. Cosa ci viene in mente quando parliamo di torta al cioccolato? Per gli americani, la risposta è il senso di colpa; per i francesi, invece, la risposta è un “festeggiamento” ci dice l’autrice. Siamo ossessionati dal cibo o grati? Il pensiero è energia e se pensiamo male del cibo produrremo energia negativa. L’autrice ci sprona a essere grati per il cibo che abbiamo e per chi lo produce, ringraziare i batteri che processano il nostro cibo. • Mindful eating con i bambini. L’autrice ci suggerisce di fare un cartellone delle nove fami e prima di mangiare chiedersi tutti in famiglia quale fame sia la più forte. C’è anche un gioco che l’autrice ci consiglia di provare con i figli: quello di essere dei “detective alimentari”, cioè investigare un cibo nuovo. Portare un frutto a tavola e investigarlo significa immaginare di uscire da una navicella spaziale e scoprire: guardarlo, toccarlo, annusarlo, chiedersi se ne abbiamo voglia, tagliarlo e osservare di nuovo, e poi essere molto coraggiosi e assaggiarlo. Citazioni: «Il mindful eating non è regolato da grafici, tavole, piramidi o bilance. Non è dettato da alcun esperto. È guidato dalle nostre esperienze interne, momento per momento. Ognuno ha un’esperienza che è unica. Quindi l’esperto in questo caso, sei solo tu.» «La mindfulness è il miglior condimento.» «Tutti vogliamo essere liberi ma la libertà non si conquista in una notte.» «Quando mangiamo basandoci sulle nostre convinzioni, il nostro modo di mangiare si basa sulla preoccupazione.» «Non possiamo dipendere dal cibo per riempire gli spazi vuoti del nostro cuore.» «Il Buddha dice che non è importante se proviamo desiderio o avversione per qualcosa, in entrambi i casi siamo come cani alla catena.» Perché leggere questo libro: Perché ci insegna passo dopo passo, e con molti esercizi di minfulness, a ritrovare il giusto modo di nutrirsi. Perché parla anche di sé e rivela come è riuscita a superare certe voglie come quella dei donuts, mai apprezzati fino al giorno in cui sono entrati nella sua testa... Perché parla della consapevolezza in ogni suo aspetto e dei vantaggi del metterla in atto a tavola mangiando. Questa scheda è stata realizzata da Paolo M. Categoria: Mindfulness & Felicità e Salute & Benessere Acquista…
  • Ventuno giorni per rinascere di Franco Berrino e Daniel Lumera

    Ventuno giorni per rinascere di Franco Berrino e Daniel Lumera

    Offrire al lettore un cammino di tre settimane che porti salute e longevità attraverso un’alimentazione consapevole, l'esercizio fisico e la pratica spirituale. Risvegliare in chi legge la consapevolezza dell'unicità di questa... Prosegui qui

    Franco Berrino, Daniel Lumera, David Mariani, Ventuno giorni per rinascere, Mondadori Chi sono gli autori Franco Berrino è medico epidemiologo da sempre impegnato nello studio delle neoplasie. Ha lavorato all'Istituto Nazionale dei tumori di Milano come Direttore del Dipartimento di Medicina preventiva e predittiva. Attualmente è Presidente dell'Associazione "La Grande Via" che promuove la longevità in salute attraverso il cibo, la vita spirituale e l'esercizio fisico. Daniel Lumera è specialista in Sociologia della Comunicazione, è considerato un riferimento internazionale nella pratica della meditazione. Docente, scrittore, conferenziere internazionale si occupa principalmente delle scienze del benessere, della qualità della vita e dell'educazione alla consapevolezza. David Mariani è allenatore, formatore e imprenditore. Da quarant’anni si interessa di fitness e dell'attività fisica collegata alla salute e alla longevità efficiente. Fondatore e direttore di vari centri fitness, è ideatore dell’Healthy Habits, primo metodo per un cambiamento sostenibile dello stile di vita. Qual è l’intento degli autori? Offrire al lettore un cammino di tre settimane che porti salute e longevità attraverso un’alimentazione consapevole, l'esercizio fisico e la pratica spirituale. Risvegliare in chi legge la consapevolezza dell'unicità di questa esperienza di vita della quale dobbiamo essere protagonisti e non semplici spettatori.   Conosci meglio il libro: • Le spinte verso il cambiamento possono avvenire sostanzialmente per due motivi: 1. Come risposta a un evento traumatico (ad esempio una malattia), 2. Oppure per il desiderio di una maggior consapevolezza nelle nostre scelte. L'essere umano è spesso schiavo di un vivere inconsapevole, senza attenzione verso il cibo che mangia, verso il proprio mondo interiore o il benessere fisico. È possibile aumentare questa consapevolezza di sé grazie ad uno stile alimentare semplice e sano, all'esercizio fisico inteso come “movimento naturale e gradevole” e alla ricerca di un dialogo interno attraverso tecniche di meditazione e di respirazione. • 21 giorni sono il tempo necessario perché un'attività ripetuta si trasformi in abitudine. Durante questo periodo i nuovi compiti appresi creeranno differenti percorsi neuronali, le nostre cellule nervose lavoreranno in connessione stabilizzando le reti che si sono dimostrate efficienti ed efficaci, e tagliando quelle che non lo sono. • Prima di concentrarsi su nuove abitudini e sulle strategie per renderle realizzabili, gli autori analizzano gli errori più comuni di chi intraprende un viaggio verso il cambiamento. Elementi come la mancanza di sonno, la fretta, il perfezionismo e la mancanza di un po’ di allenamento costante sono nemici di questa trasformazione. Vengono definiti "sabotatori interni" a cui opporre la "sostenibilità" dei cambiamenti verso i quali dobbiamo orientarci, domandando sempre a noi stessi cosa sia possibile, fattibile, sostenibile e cosa non lo sia. • I primi 7 giorni sono dedicati alla Purificazione attraverso un sano stile alimentare, pratiche di respirazione consapevole e movimento aerobico. La filosofia millenaria a cui si ispira la macrobiotica individua sette diversi livelli di consapevolezza alimentare: 1. Livello materiale, «quello del neonato e del lattante in cui l'unico interesse è quello di riempire il pancino» così per alcuni di noi, fondamentale è voler riempire la pancia ingoiando di tutto e meccanicamente 2. Il livello sensoriale, dove i sensi sono stimolati attraverso grande uso di condimenti (sale, spezie, panna, aromi spesso artificiali e di cui sono testimonial alcuni grandi chef del momento) 3. Il livello sentimentale, dove si associa il cibo all'amore, alle coccole o al ricordo di una persona amata 4. Il livello intellettuale, quando il cibo viene pensato e vissuto in base all'apporto di calorie, grassi, carboidrati proteine o antiossidanti 5. Il livello ideologico, quello dell'adolescente che diventa vegano per non nuocere agli animali 6. Il livello sociale relativo a un'età "adulta" quando mangiamo con consapevolezza e siamo consci che i nostri comportamenti alimentari abbiano un impatto sull'ambiente e sul destino del nostro pianeta (gli onnivori contribuiscono all'emissione di gas serra sette volte di più dei vegani) 7. Il livello supremo, per cui il cibo è gratitudine verso la natura e l'universo, nutrirsi rispetta il senso di sazietà del nostro corpo. Qui la scelta di cibo giusto e sano è volersi mantenere in salute per sé e non voler condannare i propri figli ad anni di infelicità «costringendoli a curare la nostra invalidità o demenza senile». • Nel testo ci si domanda se il cibo sia solo chimica e calorie, come sostiene la nutrizione accademica, oppure sia capace di trasmettere informazioni, influenzare la mente e conferire energie diverse, come invece sostengono le filosofie orientali. Esiste una forza vitale, un campo energetico, di cui esso è veicolo o portatore? Gli autori ne sono quanto mai convinti. La scienza accademica non fornisce risposte a queste domande. Le indicazioni che abbiamo riguardano un’alimentazione che varia il più possibile, che contiene una colazione abbondante, una cena leggera, che invita a mangiare poco e magari a intervallare con un digiuno, a prediligere cibi naturali a quelli processati e ad evitare gli zuccheri e le carni rosse. Secondo la medicina Ayurvedica e la Macrobiotica invece il concetto di energia vitale permea il cibo di cui ci nutriamo. Esistono cibi "puri" in Ayurveda che portano all'armonia e all'equilibrio (cereali integrali, legumi, semi, noci, frutta, verdura, yogurt) e cibi per così dire pesanti al livello energetico (carni e cibi di derivazione animale) ed eccitanti (caffè, tè, alcool). • La pratica del digiuno è un «momento di purificazione». Si può cominciare da un "time restricted feeding", si mangia in un intervallo di tempo di 6 o 8 ore, per arrivare ad un digiuno di 24 o 36 ore, può essere condiviso con altri e comportare l'assunzione solo di tè, tisane o acqua. Il potere del digiuno non è scientificamente dimostrato ma si è osservato che nell'organismo umano attiva reazioni biochimiche che possono migliorare le nostre condizioni di salute. Nei malati neoplastici, ad esempio, il digiuno riduce la glicemia e le cellule tumorali, che sono avide di glucosio e hanno difficoltà a proliferare. • Esiste inoltre un digiuno emozionale poiché il nostro corpo non si nutre esclusivamente di alimenti. Il digiuno della nostra anima è il momento di silenzio che ci allontana dalle emozioni negative (rabbia, aggressività, arroganza) da ricercare attraverso la pratica della meditazione e la "respirazione consapevole". L'atto del respirare è un po’ come mangiare: immaginiamo un pasto frettoloso e paragoniamolo a un pasto tranquillo durante il quale assaporiamo ogni boccone. Nella respirazione consapevole ci fermiamo ad ascoltare e ad accogliere l'aria che entra in noi, nelle nostre narici e nei polmoni. «Se vogliamo migliorare la qualità della nostra vita, prevenire l'insorgere di squilibri e malattie e potenziare la nostra energia vitale è necessario prestare attenzione anche al modo in cui respiriamo» ci ricordano gli autori. Nel testo troviamo indicazioni e pratiche da poter seguire. • L'esercizio fisico che dovremmo praticare in questo percorso di purificazione è l'attività aerobica. Per beneficiare di positivi cambiamenti sono sufficienti circa 12 – 15 minuti di attività aerobica giornaliera. Procediamo gradualmente ricordando che solo piccoli cambiamenti portati avanti giorno dopo giorno, ci consentono un inesorabile progresso e creano i presupposti per la "sostenibilità" dei nostri obiettivi. Gli autori ci invitano a passeggiare, andare in bicicletta, in palestra o nuotare, e suggeriscono esercizi per sostenere la colonna vertebrale o per chi è in sovrappeso. • Dall'ottavo al quattordicesimo giorno, dopo un periodo di purificazione, può aver inizio un percorso verso la giovinezza. Il testo approfondisce i fattori dell'invecchiamento come l'eccesso di radicali liberi, degli AGE (Advanced Glycation End-products), sostanze tossiche e infiammatorie, descrive il ruolo dell'insulina e i conseguenti rimedi attraverso uno stile di vita corretto e scelte alimentari appropriate. • La giovinezza tuttavia è anche una giovinezza dell'anima che comporta entusiasmo, meraviglia, gratitudine, gioia, ispirazione, capacità intuitiva, amore. È «un'attitudine interiore» a cui la mente può essere educata. La mente funziona seguendo o uno stato inconsapevole o consapevole. 1. Nel primo, è dominata da pensieri, impulsi, riflessioni e influenzata da stimoli esterni, focalizzata sul passato e sul futuro, a essa appartengono gli schemi ciclici, i pensieri ricorrenti e ossessivi. 2. Nello stato della consapevolezza, essa è silenziosa trova la sua ragion d'essere nel "qui e ora" non è condizionata dal passato o dal futuro, è una mente aperta e non rigida, giovane come quella dei bambini. Attraverso la pratica meditativa costante possiamo cambiare la struttura del nostro cervello e conservare sempre «una condizione di freschezza, chiarezza e giovinezza mentale». • Per recapitare alle nostre cellule il messaggio "ringiovanisci" è necessario dedicarsi, in questa seconda settimana, ad esercizi per svegliare la massa muscolare. Il lavoro è particolarmente indicato dopo i cinquant’anni quando si va incontro a un lento declino della muscolatura. Nel libro sono riportati numerosi esercizi di potenziamento con specifica indicazione delle sequenze, della velocità e dei tempi di recupero, mai troppo lunghi né troppo brevi. • La terza settimana è dedicata ad ottimizzare quanto appreso in precedenza e evidenziare le strategie per mantenere la nostra piena funzionalità il più a lungo possibile. Ne fa parte secondo gli autori la restrizione calorica. Testata fino ad ora soprattutto sugli animali, essa «riduce la produzione di radicali liberi, degli stati infiammatori e dell'insulina, potenzia la rigenerazione delle cellule staminali». Gran parte dei suoi effetti positivi è stata studiata anche sull'uomo. L’attivazione del gene AMPK (proteina chinasi attivata da AMP) legato alla longevità, ad esempio, è strettamente connesso proprio ad un regime di restrizione calorica. Si tratta di un gene che ha la peculiarità di rendere inattivi i "processi vitali non indispensabili", che consumano energia. In particolare, mette in azione il gene che gli scienziati ritengono prevenga l'invecchiamento cellulare, e che stimola a sua volta quei geni che rendono nulla l'azione dei radicali liberi. Il lavoro di attivazione sopra descritto può avvenire anche grazie alla produzione di alcune proteine, le “sirtuine", favorite dalla dieta mediterranea, dall'attività fisica, e dal digiuno. Il concetto importante è che il nostro stile alimentare influenza pesantemente il nostro benessere e la nostra longevità. Il testo esamina a questo proposito anche la dieta chetogenica, il digiuno intermittente e la restrizione proteica. • La sarcopenia è una graduale diminuzione della massa muscolare durante il processo d’invecchiamento quando le cellule adipose prendono il posto della muscolatura. Ciò porta a una ridotta funzionalità motoria, all'aumento della massa grassa, specie al livello viscerale, riduce le aspettative di vita e aumenta il rischio di morte per tutte le cause. Esistono programmi di attività fisica che possono seguire anche persone in età avanzata e che non hanno praticato sport durante la loro vita. L'allenamento deve essere mirato, specifico e personalizzato. «L'equilibrio nelle attività è una virtù», esercizi spinti oltre il limite possono portare a risultati opposti a quelli a cui aspiriamo. • Altro strumento terapeutico è il perdono con la sua capacità di riequilibrare due degli aspetti peculiari dell'individuo: 1. Quello interno, emozionale ed emotivo, 2. Quello esterno, legato alle situazioni interpersonali e ai rapporti sociali. Molteplici sono i benefici del perdono, poiché risposta allo stress prodotto dalle emozioni negative scaturite da un’offesa, esso influenza il sistema immunitario e quello vascolare, agendo sulle citochine (sostanze prodotte da stress o infezioni) e sulla produzione di cortisolo. «Nella saliva di persone predisposte al rancore, è stato notato ad esempio un indice di cortisolo elevato». Le emozioni negative come rancore, rabbia e odio portano, secondo alcuni studi, alla soppressione d’immunoglobulina A, coinvolta nella risposta immunitaria del corpo umano; mentre il perdono, stimolando impulsi positivi, favorisce la produzione di anticorpi. Nel testo vengono illustrati gli esperimenti condotti su individui con i quali è stata sperimentata la terapia del perdono e che alla fine mostravano un miglioramento importante nel loro stato di salute fisica e mentale. • Le attività bio energetiche, la pratica del perdono, la meditazione, gli esercizi di consapevolezza o la pratica del silenzio e del sorriso interiore, illustrate e descritte dettagliatamente nel testo, sono "stati" che rendono l'essere umano capace di vivere a pieno il qui e ora, senza giudizio verso il passato, senza aspettative verso il futuro in una condizione di libertà e di purezza mentale che migliora la salute fisica e ci predispone alla longevità. Alcune citazioni: «Il nostro cuore, le ossa, i muscoli dialogano continuamente con noi, mandandoci informazioni costanti sullo stato di efficienza di tutti gli organi interni e periferici.» «Le persone che alzano la voce e gridano solitamente hanno bisogno di comportarsi in questo modo perché sono così distanti da loro stesse che non riescono più a sentirsi se parlano piano.» «Non ci sono geni dell'invecchiamento ma ci sono geni della longevità e geni che influenzano la comparsa delle malattie croniche che influenzano la longevità.» «Le emozioni sono cariche emotive che producono movimento in vari piani di azione.» Perché leggere questo libro: Perché il testo nasce dalla collaborazione di tre stimati professionisti ed esperti in settori diversi con un intento e una visione comune circa il concetto di longevità e salute. Perché mantenersi sani è, e deve essere, una scelta e arrivare in età avanzata in buone condizioni fisiche una responsabilità personale. Gli autori ce ne indicano la via attraverso ricette, esercizi fisici e spirituali da applicare con costanza e semplicità alla vita di ogni giorno. Categoria: salute e benessere Questa scheda è stata realizzata da E. Carrabba Acquista…
  • Il libro del Giusto Peso Per Sempre di Debora Conti

    Il libro del Giusto Peso Per Sempre di Debora Conti

    L’intento dell'autrice è di aiutare le persone a dimagrire con la mente e senza necessariamente seguire una dieta. La Conti vuole andare oltre le indicazioni alimentari e parlare di motivazioni, tentazioni e gli svariati motivi per cui... Prosegui qui

    Debora Conti, Il libro del giusto peso per sempre, Sperling & Kupfer Chi è l’autore? Debora Conti è autrice, formatrice, Trainer di PNL a livello internazionale e Coach professionista. È dottoressa in lingue e in psicologia e ha ideato specifici metodi di auto-aiuto da applicare nelle situazioni del quotidiano. Qual è l’intento dell’autore? L’intento del libro è di aiutare le persone a dimagrire con la mente e senza necessariamente seguire una dieta. Tutti sappiamo più o meno bene cosa sia giusto mangiare e cosa no ma, tra motivazione altalenante e tentazioni, non riusciamo a seguire le indicazioni del nutrizionista come vorremmo. Il libro svela come funziona la mente per aiutare il lettore a dimagrire una volta per tutte. Conosci meglio il libro: • Il primo suggerimento dato dall’autrice per dimagrire bene è quello di partire da sé, dall’amarsi come persona indipendentemente dai chili in eccesso. Una sfida proposta è quella di esercitarsi a guardarsi allo specchio con amore e consapevolezza: amore per se stessi a prescindere, consapevoli che “i chili sono solo chili”. L’autrice guida il lettore in un mini percorso di consapevolezza sulle proprie forze e fortune: la fortuna di avere molti strumenti fisici e mentali per poter scegliere. • Non è colpa tua. L'autrice motiva il lettore verso la giusta responsabilizzazione, eliminando i sensi di colpa inutili e perseguendo il risultato per ciò che è in suo potere. Ricorda le quattro fasi dell'apprendimento: 1.incompetenza inconscia, 2.incompetenza conscia, 3.competenza conscia, 4.competenza inconscia. Nella fase della lettura, il lettore si sente consciamente incompetente e lavorerà con gli esercizi proposti nella terza fase della competenza conscia per poi diventare una persona Magra Naturalmente nella quarta fase. • Oltre la forza di volontà, Conti invita il lettore a pensare al dimagrimento come un cambio di atteggiamento, oltre la forza di volontà. Infatti, insiste sul concetto che la forza di volontà non sia sufficiente per ottenere risultati a lungo termine. È quindi necessario imparare a lavorare con la mente inconscia per dimagrire senza sforzo. L'ambiente attorno a sé, i comportamenti e le capacità giuste da risvegliare, diventano tutti alleati per adottare le giuste convinzioni e quindi costruire la nuova identità di persona Magra Naturalmente. Cos'è quindi ciò che farà la differenza nel dimagrimento? Il coinvolgimento della mente inconscia utilizzando gli strumenti giusti. • Inizia dalla tua identità. Per ritornare naturalmente al corpo tonico e magro che desideri, prima di tutto lavora sulla tua identità. L'autrice invita il lettore a focalizzarsi su ciò che fanno le persone Magre Naturalmente attorno a sé e ad imitare ciò che si trova utile. I Magri Naturalmente sono persone che mangiano per piacere e per gusto, per fame e nient'altro. I Magri Naturalmente non vanno necessariamente in palestra e si muovono per piacere. I Magri Naturalmente restano tali anche quando il tempo passa e le stagioni scorrono. Un cambiamento a livello identitario aiuta a comportarsi come la persona che si diventerà presto. • Ecco due strumenti concreti: le sette mosse furbe e la scala di sazietà. Si tratta di sette mosse suggerimenti pratici da seguire a tavola e nell'approccio con il cibo: 1. mangia appena (e quando) senti fame, 2. mangia ciò che vuoi, spesso e in dosi moderate, 3. avanza qualcosa nel piatto , 4. posa la forchetta dopo ogni boccone , 5. Ascolta il tuo corpo ogni giorno di più, 6. assapora ogni boccone al 100% , 7. se hai il dubbio di essere sazio, fermati. La scala di sazietà è una scala da 0 a 10 che aiuta la percezione della sazietà durante i pasti. Chi la utilizza è tenuto a chiedersi: quanta fame ho adesso? Per ogni boccone. Raggiunta la sazietà (alla sufficienza del 6) la persona può scegliere se smettere perché sazia o continuare per soddisfare il gusto con un piccolo sfizio. • Adotta le giuste convenzioni. Ciò che crediamo non sempre corrisponde alla realtà, altrimenti tiferemmo tutti per la stessa squadra o voteremo tutti per lo stesso partito politico. Le convinzioni non sono vere e quindi si possono cambiare. Le convinzioni sono una interpretazione della realtà in base alle esperienze personali. Le convinzioni dovrebbero essere funzionali al raggiungimento degli obiettivi, l'autrice invita il lettore a smontare le convinzioni dannose semplicemente ricercando degli esempi contrari, e a scegliere le proprie convinzioni utili, da adottare nel presente e nel futuro. Alcune convinzioni utili che l'autrice suggerisce sono le seguenti: «L'ha fatto quella persona, posso farlo anch'io», «Ho fatto tante cose nella mia vita, posso fare benissimo anche questo», «Dimagrire è facile perché adesso so come coinvolgere la mia mente inconscia», «Se ascolto il mio stomaco tutto va di conseguenza». • Si tratta di un tuffo in una nuova realtà. Conti invita a vivere gli obiettivi come se fossero già realizzati suggerendo di visualizzare il proprio futuro passo dopo passo, giorno dopo giorno, nel progresso e nel dimagrimento. Le visualizzazione sono un altro strumento proposto per anticipare esattamente ciò che si vorrà ottenere, fare, credere e dire per riconoscere la giusta sazietà del proprio stomaco. L'autrice invita a visualizzare in funzione dei propri obiettivi: in modo coerente, sereno, superando gli ostacoli (come nel viaggio dell'eroe in ogni storia di successo che si rispetti) e arrivando a un lieto fine. • Ma perché si mangia? Si mangia per tre motivi: nutrimento, piacere e- per alcuni - associazione emotiva. Ecco perché è molto facile imparare a mangiare per fame se si ritorna a delegare allo stomaco il suo giusto potere: quello di dirigere la fame e la sazietà. Inoltre è importante insegnare alla mente come poter mangiare solo per fame vera e allontanare il cibo da tutto ciò che è soddisfazione emotiva. Ma come si fa? Uno degli esercizi proposti è quello di cambiare le abitudini non utili: l'autrice invita a scoprire cosa succede prima di andare ad aprire il frigo o la credenza, cosa ti dici? Cosa immagini? Se ciò che ti passa per la mente coinvolge il cibo, cambialo. Se ciò che ti passa per la mente non c'entra niente con l’esigenza dello stomaco, proponi di fare altro. È così che si coinvolge la mente inconscia. • Un aspetto fondamentale del dimagrimento con la mente è quello di imparare a parlare in modo corretto per guidare la mente stessa a pensare già da persona Magra Naturalmente. Uno dei suggerimenti proposti dall'autrice è quello di iniziare a parlare al passato di ciò che non si vuole più: fare, credere, pensare. Ad esempio, anziché dire «Io mangio in fretta», l'autrice suggerisci di trasformare la frase in «Io mangiavo in fretta». Un'altro suggerimento proposto dall'autrice è quello di sostituire i "devo" con i "voglio". Ad esempio, anziché dire «Quest'anno devo dimagrire», io posso dire «Quest'anno voglio dimagrire, per me e per il mio benessere». • Il dialogo interiore è paragonabile a una radio: che tipo di radio vuoi ascoltare nelle tue orecchie, radio borbottona o radio chill out? L'importante è conoscere per cambiare il proprio dialogo interno. L’autrice suggerisce di costruire domande ben formulate così che le risposte della mente siano comunque utili al dimagrimento. Le chiama "domande utili" e devono essere espresse in positivo, ben dettagliate e invitanti. Ad esempio, una domanda come «Come posso dimagrire di 20 kg?» risveglierebbe sicuramente i vecchi meccanismi della dieta. Quindi, è importante arricchire la domanda come la seguente: «Come posso fare per liberarmi definitivamente di questi 20 kg di troppo e sentirmi quindi leggero, forte e tonico?» • Il movimento non porta al dimagrimento. Non si fa esercizio fisico per dimagrire, lo si fa per vivere meglio. Se l'esercizio fisico non serve direttamente a perdere peso, è utile però per riattivare il metabolismo del corpo. Il metabolismo è quel meraviglioso insieme di processi chimici che ci permettono di bruciare gli alimenti corretti per dare energia al corpo. Paradossalmente, un metabolismo rallentato brucia gli alimenti assunti e disdegna i grassi accumulati. Ai giorni nostri, con tutta la disponibilità di cibo presente, un metabolismo lento, causato da troppe diete mai mantenute, rischia di arrecare più problemi che vantaggi. L'autrice ricorda che la parola dieta deriva dal greco "diaita" il cui significato è semplicemente "stile di vita". Citazioni: «Anche amarsi è una buona abitudine e come tutte le buone abitudini si può coltivare.» «Tu non sei costante perché ti sforzi di esserlo, lo sei perché ti interessa il risultato.» «Tu sei già una persona Magra Naturalmente in progress e ti eserciti a tavola in modo concreto.» «Fai godere il tuo sistema nervoso dei benefici sensoriali ancor prima di aver fatto attività fisica.» «Una volta iniziato il tuo percorso per diventare una persona magra naturalmente, quali altre aree della tua vita ne beneficeranno?» Perché leggere questo libro: Perché è stato il primo libro in Italia a presentare un approccio mentale ed emotivo al dimagrimento. Perché il metodo ha appassionato tantissimi nutrizionisti che hanno arricchito il loro approccio in studio includendo l’utilizzo della comunicazione consapevole. Salute & Benessere Acquista il libro nella tua libreria preferita Noi consigliamo Il Giardino dei Libri per acquistare la tua copia
  • Oltre le diete di Gabriele Savino

    Oltre le diete di Gabriele Savino

    L'intento dell'autore è quello di aiutare le persone a liberarsi per sempre dalle diete e mantenere in serenità il proprio peso forma, senza essere schiave della bilancia e delle calorie da calcolare nel piatto. Nel libro promuove... Prosegui qui

    Gabriele Savino, Oltre le diete, Uno Editori Chi è l’autore? Gabriele Savino è laureato in scienze e tecnologie alimentari, studioso di educazione alimentare, nutrizione consapevole (mindful eating), fitness e diet coaching. È titolare di un centro di educazione alimentare e tiene corsi nell’ambito della salute e del benessere. Qual è l’intento dell’autore? L'intento dell'autore è quello di aiutare le persone a liberarsi per sempre dalle diete e mantenere in serenità il proprio peso forma, senza essere schiave della bilancia e delle calorie da calcolare nel piatto. Nel libro promuove l’idea di accettarsi e amarsi per chi si è, mantenendo la volontà di migliorare costantemente la qualità della propria vita. Questo libro insegna: ● Esiste la corretta informazione? I concetti riportati nel libro sono basati su studi scientifici, e l’autore ci tiene a precisare un concetto: «diversi esponenti del mondo scientifico hanno affermato che gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, potrebbe essere falsa.» L’affermazione è giustificata dal fatto, reale, che alcuni studi sono fatti su campioni di piccole dimensioni e altri subiscono pressioni per interessi commerciali. Gli studi scientifici possono essere mantenuti come ottima base di partenza, ci suggerisce l’autore, ma non ci si deve fermare a essi. L’autore consiglia di conservare sempre la propria capacità critica e di valutare quanto viene riferito in base ai risultati che si hanno nella propria vita e in base alla propria esperienza diretta e indiretta. Bisogna sempre partire da sé stessi e dalla propria vita, quindi provare e sperimentare, ciò che funziona per sé oppure cambiare approccio. ● Perchè le diete falliscono? L’autore rammenta che il termine dieta significa “stile di vita”, qualcosa che coinvolge tutti gli aspetti dell’essere, quindi il suo significato dovrebbe essere positivo. Ma nella realtà questo termine di solito viene associato a qualcosa di negativo: rinuncia, sacrificio, stress. Diversi studi indicano chiaramente che di tutti coloro che iniziano una dieta per perdere peso, solo una minima parte (circa il 10%) continua a mantenere il proprio peso forma nel tempo. Addirittura, dopo circa 3 anni dalla dieta, si riscontra un aumento medio di peso di circa il 10% rispetto a quello di partenza. Questo succede per vari motivi: 1) Le diete sono poco sostenibili nel tempo: la maggior parte delle persone trova frustrante dover calcolare le calorie e pesare gli alimenti. 2) Ci si affida solo al peso corporeo come risultato e non si tiene conto di altri indicatori del benessere (taglia, energia, umore, autostima, miglior rapporto con sé stessi e con gli altri). 3) Si pensa che non si può mai “sgarrare”. 4) Si pensa che sia sufficiente mangiare di meno e muoversi di più per raggiungere e mantenere risultati stabili, quando invece ci sono altri fattori chiave da tenere in considerazione per avere successo. ● Dieta o educazione alimentare? L’autore ne sottolinea le differenze. La dieta ha finalità terapeutiche e prescrive delle regole da parte di un professionista (che può essere un dietologo, un biologo nutrizionista o un dietista). Queste regole vengono tradotte in uno schema nutrizionale. Il punto critico della dieta è l’adesione del paziente alle prescrizioni del metodo. Questo è uno dei motivi per cui si verifica l'effetto yo-yo tanto deleterio per la salute. L’obiettivo della dieta di solito è quantificabile: misure come girovita, peso corporeo, pressione, glicemia, colesterolo. Un’educazione alimentare, invece, ha finalità formative. Si tratta del trasferimento di conoscenze e di abilità che mirano a rendere la persona autonoma e consapevole delle proprie scelte alimentari. L’obiettivo dell'educazione alimentare è per l’autore come "rendere la persona consulente di sé stessa": obiettivo non facilmente misurabile ma tangibile, come conseguenza del miglioramento delle proprie abitudini alimentari, un aumento del benessere psicofisico e il raggiungimento del proprio “peso benessere”. ● Pesi diversi, obiettivi diversi. Esistono diversi tipi di peso, che corrispondono a diversi obiettivi. Principalmente sono: il peso ideale, il peso estetico e il peso benessere. Prima di voler perdere peso, bisognerebbe capire a quale tipo di peso ci si riferisce. Il peso ideale è quello che, associato ad una determinata altezza, dovrebbe calcolare la massima aspettativa di vita. È basato su tabelle stilate negli anni ‘60. Si utilizza anche per classificare il grado di obesità. È stato dimostrato scientificamente che non è possibile far raggiungere il peso ideale alla maggior parte dei soggetti obesi. Negli anni ‘70 la magrezza divenne simbolo di successo, bellezza e autocontrollo. In questo caso si parla di peso estetico, che rispetto al peso ideale può essere anche inferiore del 15%, per cui diventa improponibile come obiettivo, anzi il suo raggiungimento può portare allo sviluppo di gravi disturbi del comportamento alimentare (come anoressia e bulimia). Ricerche scientifiche hanno evidenziato che i primi benefici, sia fisici che mentali, si noterebbero già con un calo di peso del 10%. Questo peso ridotto del 10%, che può essere ragionevolmente raggiunto e mantenuto e che permette buone condizioni di salute, fisiche, mentali e sociali, si può definire: Peso Benessere. Non è un numero fisso impostato da tabelle vecchie e rigide, ma un range di peso che permette di stare bene con sé stessi e con gli altri, e di sviluppare un buon rapporto con il cibo. ● Come dimagrire senza dieta. Come è possibile liberarsi per sempre dalle diete? Salute, benessere, dimagrimento, performance, dipendono da tanti fattori chiave; chi vuole mettersi in forma di solito pensa subito alla dieta, eventualmente anche all’attività fisica: questi sono solo due fattori. Prendendo spunto dalla letteratura scientifica, l’autore ha inquadrato i seguenti nove fattori chiave come i principali elementi per raggiungere il benessere psicofisico. ) Prima chiave: atteggiamento mentale (mindset) - L’atteggiamento mentale positivo, da non confondere con il pensiero positivo, è il primo passo verso il cambiamento/miglioramento, indispensabile per orientare le proprie azioni nella giusta direzione. Comprende: gestione degli stati d’animo, sistema delle credenze (o convinzioni) limitanti e potenzianti. Seconda chiave: educazione alimentare - Ogni attività che miri allo sviluppo di comportamenti alimentari corretti e consapevoli del consumatore e all’autonoma capacità di gestione corretta della propria alimentazione. Comprende: come, cosa, quando e quanto mangiare. - Come mangiare: Lentamente, consapevolmente, ascoltando i segnali inviati dal corpo in modo da mangiare solo per fame vera e non per nutrire carenze emotive. - Cosa mangiare: Linee guida per una corretta alimentazione, principi di spesa consapevole per imparare a scegliere gli alimenti in base alla loro qualità, assunzione adeguata di integratori alimentari. - Quando mangiare: Distribuzione dei pasti nella giornata. - Quanto mangiare: Quantità di cibo adatta alle esigenze e allo stile di vita della persona. Terza chiave: libertà di scelta - Comprende: uso e abuso di sostanze (alcolici, fumo, caffè, altre sostanze) e comportamenti che generano cattive abitudini e/o dipendenze, come l’utilizzo smodato della tecnologia. Quarta chiave: farmaci - Comprende: uso e abuso dei farmaci. In questa chiave viene data particolare enfasi ai farmaci che in qualche modo sono correlati all’aumento del peso corporeo e al peggioramento dello stato di benessere psicofisico. Quinta chiave: attività fisica - Comprende: svolgere con regolarità un’attività fisica piacevole, divertente e funzionale al proprio obiettivo. Basta concentrarsi su pochi esercizi, scelti in base all’impatto metabolico che forniscono all’unisono al corpo, per ottenere risultati della massima efficienza. Sesta chiave: rilassamento - Comprende: gestione dello stress; capacità di staccare e lasciar andare; essere concentrati su ciò che si sta facendo, essere presenti, senza distrazioni. Settima chiave: sonno - Dormire bene significa andare a letto con il bisogno (e la voglia) di dormire, e svegliarsi attivi ed energici perché questo bisogno si è esaurito, cioè il sonno è stato ristoratore. Il fattore chiave per quanto riguarda il sonno prende in esame la difficoltà ad addormentarsi e/o la difficoltà a svegliarsi. Ottava chiave: gestione del tempo - Capacità di gestire il tempo, organizzandolo senza sprechi per raggiungere obiettivi prefissati. Comprende: utilizzo della tecnologia in relazione alla gestione del tempo; gestione di sé stessi all’interno del tempo. Nona chiave: relazioni - Comprende: comunicazione efficace con sé stessi e con gli altri, empatia, assertività, responsabilità, lamentela, win win, desiderio, libido. L’essere umano rappresenta un sistema integrato. I nove fattori non sono a sé stanti, ma interagiscono tra loro. Piuttosto che cercare di raggiungere il massimo su un singolo fattore chiave, è preferibile apportare piccoli miglioramenti su ognuno di essi, scegliendo poche semplici azioni, per ottenere un risultato più efficace. Questo modo di agire rispecchia alla perfezione il principio di Pareto, o Regola 80/20, secondo il quale: “Il 20% delle azioni produce l’80% dei risultati”. Il miglioramento continuo, per piccoli passi, si ritrova anche nella filosofia giapponese: “Kaizen”, modello applicato con successo in svariati ambiti (è stato reso celebre dalla Toyota...) e nell'ambito del miglioramento del proprio stato di Fitness. Per applicare con successo questi modelli, l’autore suggerisce di porsi alcune Domande Chiave, per esempio: “Qual è il primo passo che posso fare che sia abbastanza grande da mostrarmi dei risultati tangibili nel giro di qualche tempo, ma non così grande da rendere tutto molto difficile?”. Nell'ultimo capitolo del libro l’autore riporta la “Ruota del Benessere”, un semplice strumento che permette di comprendere qual è la situazione attuale e individuare i fattori chiave sui quali è prioritario agire per arrivare alla situazione desiderata in minor tempo e serenamente. Citazioni: «Prima di pensare a cosa devi fare per dimagrire, pensa a chi vuoi diventare.» «Avere tra le mani una buona dieta non basta, se prima non hai la testa per seguirla.» «Prima di nutrire il tuo corpo, nutri la tua mente.» «Tutti che pensano a cambiare dieta. Pochi che pensano a cambiare sé stessi.» «Lascia andare ciò che non sei e diventa chi sei.» Perché leggere questo libro: Perché nel libro si ritrova la sua ricerca sul campo in anni di aplicazione e miglioramento del metodo. Perché non prevede una dieta ma fa leva sulla mente. Perché programma il benessere e la vitalità e non solo il dimagrimento. Perché lo stile del libro è leggero, scorrevole e pratico. Perché è ricco di esempi utili tratti dai suoi studi e esperienze pluriennali nell'ambito dell'educazione alimentare e dello sviluppo personale. Questa scheda è stata realizzata da Barbara C. Categoria: Salute & Benessere

Scrittura & Scrittura Creativa




Scrivere Narrativa, volumi 1-2-3-4 della collana di Marco P. Massai

Scrivere Narrativa, volumi 1-2-3-4 della collana di Marco P. Massai

L'autore ha scritto questi libri a scopo didattico, per illustrare all'aspirante scrittore tutte le tecniche utilizzate in campo narrativo. In questa scheda vengono riassunti i primi 4 volumi della collana, nello specifico: Show, don't tell, in cui si parla della necessità di mostrare anziché raccontare; Il punto di vista, dove Massai... Prosegui qui

Marco P. Massai, Scrivere Narrativa, volumi 1-2-3-4 della collana, Delos Digital edizioni Chi è l’autore? Marco Phillip Massai (Missisipi, 1983) è autore di libri e testi teatrali, lavora per l'editoria e dal 2012 è anche selezionatore per alcuni concorsi letterari nazionali. Ha pubblicato numerosi racconti con diverse case editrici, tra cui Giallo Mondadori; per la Delos Digital ha creato una collana di manuali di scrittura, composta da 8 volumi e intitolata “Scrivere narrativa”. Qual è l’intento dell’autore? L'autore ha scritto questi libri a scopo didattico, per illustrare all'aspirante scrittore tutte le tecniche utilizzate in campo narrativo. In questa scheda vengono riassunti i primi 4 volumi della collana, nello specifico: Show, don't tell, in cui si parla della necessità di mostrare anziché raccontare; Il punto di vista, dove Massai spiega le possibili angolazioni da cui narrare la storia; Il dialogo, nel quale vengono analizzati i fondamentali per scrivere dei buoni dialoghi; e I personaggi, in cui l’autore mostra come creare dei personaggi tridimensionali e realistici. Questa collana insegna: Libro 1 – Show, don't tell. Ovvero, “Mostra, non raccontare”. Ed è proprio di questo che parla l'autore nel primo libro della collana, iniziando con lo spiegare il significato delle 4 parole che racchiudono tutto il mestiere dello scrivere: raccontare, mostrare, descrivere e narrare. Raccontare significa imporre a chi legge fatti generici; mostrare è calare il lettore nella storia con dettagli concreti e dinamici; descrivere è rappresentare con parole i particolari che contraddistinguono un oggetto, avvenimento o persona; narrare è una fusione ben riuscita e dosata delle diverse tecniche narrative, è un mostrare finalizzato in grado di creare la magia della scrittura. Perché mostrare? Perché cattura l'interesse del lettore e lo trasporta nel mondo del libro, rendendolo verosimile e coinvolgente. Un esempio dell'autore: non serve scrivere e ribadire che Mario è vecchio; meglio invece mostrare le sue rughe, la barba impigliata nella lampo della giacca, le mani che tremano mentre afferra un oggetto. Il lettore a quel punto capirà da solo che Mario è vecchio, e ne avrà un'immagine molto più vivida a duratura. Il mostrato rende credibile il narrato, permette di selezionare i dettagli funzionali alla storia e mette al riparo dall'infodumping (eccesso di informazioni). Come mostrare? 1) Limitando i termini generici e astratti, oltre che l'utilizzo di aggettivi e avverbi. 2) Riducendo lo scorrere artificiale del tempo, reso da parole quali poi, prima, dopo. 3) Eliminando le forme che esprimono insicurezza, come provò a, tentò di, riuscì a. 4) Evitando di raccontare e subito dopo mostrare la stessa immagine, per non appesantire la lettura. 5) Prestando attenzione ai tempi verbali, riducendo al minimo i verbi statici (come essere) e privilegiando le forme attive, più coinvolgenti. 6) Sfruttando tutti e cinque i sensi per stimolare la fantasia del lettore. 7) Creando descrizioni dinamiche, soprattutto grazie alle scene in movimento. 8) Usando il dialogo, che rende le vicende più vivide e trasmette il carattere dei personaggi. 9) Scegliendo un narratore e un punto di vista funzionali; ad esempio, l'io narrante tende a mostrare, il narratore onnisciente a raccontare. 10) Usando la tecnica narrativa del RUE = Resist the Urge to Explain, ovvero resistere all'impulso di spiegare, costruendo l'ambientazione poco a poco. Quando mostrare? Occore dosare le diverse tecniche narrative e utilizzarle nei punti giusti. Meglio mostrare: 1) Nelle prime battute del libro, poiché un incipit raccontato non conquista il lettore. 2) Negli scambi di battute, dato che un dialogo per risultare efficace deve essere diretto. 3) Nelle scene d'azione, perché il mostrato le rende molto più potenti. 4) Quando occorre fornire dettagli importanti per la trama, visto che le scene mostrate rimangono più a lungo nella memoria. 5) Nei testi brevi, per catturare subito l'attenzione di chi legge. Quando raccontare? Raccontare serve: 1) Quando si devono riassumere fatti, specialmente lunghi o noiosi. 2) Quando si deve risparmiare spazio all'interno del libro, poiché il raccontato è più breve del mostrato. 3) Quando si deve evitare la censura, ad esempio nelle favole un po' cruente che spaventerebbero i bambini se mostrate. 4) Per mettere in risalto parti di mostrato, proprio per contrasto. Libro 2 – Il punto di vista. Il punto di vista è il modo in cui decidiamo di presentare la nostra storia a chi legge, dandogli una visuale da cui la seguirà. Questa scelta influenza tutta la struttura del testo, e determina se il nostro lettore saprà e vedrà tutto ciò che accade da una posizione privilegiata (narratore onnisciente), se vivrà gli avvenimenti accanto a uno dei nostri personaggi, o se addirittura si troverà dentro la sua testa (narratore in prima persona). Ciascuno dei possibili punti di vista (PdV) presenta dei pro e dei contro, quindi è importante scegliere con cura quello più funzionale alla storia che ci apprestiamo a raccontare. Ecco le possibilità: 1) PdV del narratore onnisciente, esterno alla storia e perciò meno coinvolgente; basato sul raccontare, può portare all'infodumping. 2) PdV dell'io narrante, il più interno alla storia, dunque il più coinvolgente; ha una visuale ristretta, ovvero quella del personaggio scelto. 3) PdV accanto al personaggio, il più utilizzato, anche perché può passare da un personaggio all'altro e permette di descriverne sia azioni che pensieri. Concetti chiave. L'autore chiarisce anche alcuni concetti di base: 1) Il narratore è chi racconta la storia al lettore, e può coincidere o meno con l'autore. 2) La storia può avere più livelli narrativi, viene citato l'esempio de “Le mille e una notte”, dove il primo livello è rappresentato dalla storia dello scrittore, mentre il secondo è rappresentato dai racconti di Sharazad. 3) Il narratore può essere assente dalla storia oppure può trovarsi al suo interno; inoltre, il narratore interno alla storia può raccontarla in quanto protagonista o in quanto testimone dei fatti. 4) La focalizzazione è l'angolo visuale che il narratore assegna al lettore. Può essere focalizzazione zero, con narratore onnisciente che permette al lettore di vedere e sapere tutto; focalizzazione interna, con narrazione dal punto di vista di un personaggio; o focalizzazione esterna, ovvero un racconto oggettivo nel quale si presentano i fatti al lettore, senza però commentare o conoscere i pensieri dei personaggi. 5) La focalizzazione interna può essere fissa, ovvero seguire un unico personaggio; variabile, quando si alternano i punti di vista; multipla, quando si alternano più PdV, ma riferiti ad uno stesso evento. La voce narrante. È lo strumento utilizzato dall'autore per raccontare; ci comunica le informazioni e i dati oggettivi. È tutto ciò che non è dialogo diretto, ed è quella che crea lo stile narrativo. Può coincidere con la voce dell'autore o con quella di un personaggio, ed essere palese o nascosta. Può essere di diversi tipi: 1) In prima persona: il cosiddetto io narrante, la voce di uno dei personaggi. Il vantaggio di questo tipo di narrazione è il coinvolgimento del lettore, gli svantaggi sono che è un PdV difficile da gestire senza cadere in qualche sbaglio, e che limita le informazioni fornite. 2) In seconda persona: è un narratore che si rivolge direttamente al lettore, costringendolo in qualche modo a credere di vivere dei fatti. Viene usato nei libri interattivi e nei manuali, meno spesso nella narrativa. 3) In terza persona: il più utilizzato e versatile. Può appartenere a un personaggio, a un PdV esterno e impersonale o al PdV onnisciente, che tutto vede e tutto sa. I vantaggi sono che permette al lettore di immedesimarsi più facilmente e di passare da un punto di vista all'altro. Errori nel punto di vista. Alcuni degli errori più comuni nell'utilizzo del punto di vista sono: 1) Mancanza di chiarezza: causata ad esempio dal passaggio del PdV da un personaggio all'altro, se effettuato male 2) Ingerenza del narratore onnisciente: quando l'autore fa erroneamente capolino nel testo, commentando o contraddicendo i suoi personaggi. 3) Sbalzi di PdV: quando l'autore esce dal PdV scelto per rivelare qualcosa che da quel PdV non avrebbe potuto sapere. 4) Cambi di PdV all'interno di un paragrafo: confondono il lettore, che non capisce più quale personaggio stia seguendo in quel momento, o chi stia compiendo una determinata azione. Libro 3 – I dialoghi. Il dialogo è lo strumento con cui si caratterizzano i personaggi. Occorre avere un certo orecchio per scrivere dei buoni dialoghi, nel senso che si deve essere in grado di cogliere la musicalità del linguaggio parlato. I due esercizi fondamentali per migliorare la propria abilità di dialoghista sono: leggere con occhio critico, analizzando i meccanismi all'interno dei testi, e praticare la scrittura con costanza. Oltre che a definire i personaggi e a donare loro spessore, i dialoghi servono anche ad arricchire le descrizioni, dare una direzione alla storia e variare il ritmo narrativo, accrescendo o smorzando la tensione. L’autore nel libro illustra in dettaglio anche le regole di base del dialogo, ovvero i trattini e le virgolette, la punteggiatura, i corsivi e i virgolettati. Scansioni del dialogo. Ci sono tre tipi di scansione, nel dialogo: 1) Scansione diretta: dove lo scambio di battute è rapido e non viene specificato chi parla; bisogna quindi mettere il lettore in condizione di capirlo da solo, anche inserendo qualche nome all'interno delle battute. Esempio: “Sei già al quinto hamburger, Mario”. 2) Scansione doppia: dove lo scambio di battute è più lento, in quanto accompagnato da dettagli su chi parla e altro genere di commenti. Esempio: “Sei già al quinto”. Luca si voltò, disgustato. “Ti farai scoppiare il fegato!” 3) Scansione multipla: è un dialogo tra tre o più personaggi, dunque necessita di qualche riferimento che faccia capire al lettore chi sta parlando (come nel primo esempio). I dialogue-tag. Ovvero, le locuzioni usate per indicare quale personaggio sta pronunciando la battuta. I più utilizzati sono disse, chiese e rispose, poiché gli scrittori tendono a semplificare la “cornice” per accentrare l'attenzione sulle battute di dialogo. Quindi, al di là dei tre sopra citati, si consiglia sempre l'utilizzo di termini semplici e corti. I dialogue-tag possono essere inseriti subito dopo la battuta oppure prima ancora che venga pronunciata, ma questa seconda opzione va usata con moderazione, per non appesantire troppo il testo. Possono anche essere inseriti in mezzo, soprattutto nel caso di battute molto lunghe; questo rallenta un po' il ritmo. Per un buon dialogo. Ecco alcuni elementi che contribuiscono a creare un dialogo accattivante ed efficace. 1) Quando due personaggi interagiscono, ci dev'essere uno scontro di motivazioni. Da questo scontro nasce la tensione che tiene il lettore incollato alle pagine del libro. 2) Si devono distinguere le varie voci: ogni personaggio ha una personalità differente, unica, e questo deve trasparire nelle battute di dialogo. Vanno banditi dialoghi banali e frasi fatte. 3) L'autore deve dare voce ai personaggi, mettendosi da parte e lasciando parlare loro. Deve anche evitare di esprimere pareri e giudizi, oltre che di utilizzare il dialogo come mezzo per fare infodumping. 4) Occorre bilanciare verosimiglianza e brillantezza, per far apparire il dialogo credibile ma al contempo coinvolgente. Ci deve essere dinamismo, per rendere meglio la realtà e lo scorrere del tempo. 5) Si possono usare dialetti e termini gergali, perché aiutano a caratterizzare bene i personaggi e incuriosiscono chi legge. 6) Ci devono essere più piani espressivi, ovvero ci deve essere una parte di comunicazione implicita tra i personaggi che interagiscono, perché questo permette al lettore di prendere davvero parte alla storia. 7) Rileggere i dialoghi che si scrivono ad alta voce permette di vedere come scorrono, se c'è il giusto ritmo, se le voci dei personaggi sono ben delineate, se ci sono errori di qualche genere. 8) Occorre trovare il coraggio di osare con le regole e lo stile, per trasmettere al lettore l'idea di un mondo originale, nuovo, diverso dagli altri. Proprio perché creato da te. Libro 4 – I personaggi. I personaggi sono il fulcro della storia, poiché il lettore vi si identifica e si appassiona alle loro avventure, emozionandosi e soffrendo con loro. Non bastano una buona idea e una trama ben congegnata: se nel libro i personaggi mancano di forza, spessore e tridimensionalità, crolla l'intera impalcatura. L'autore fa una suddivisione in tre categorie: 1) Protagonista. Il personaggio con maggior peso narrativo, attorno al quale ruotano gli altri. È quello che rimane più a lungo in scena e che spesso coincide con il punto di vista usato nel libro; è anche quello con cui il lettore si identifica di più. Può essere il protagonista assoluto, oppure condividere la scena con altri coprotagonisti. Le sfide che affronta, i conflitti che risolve e gli ostacoli che supera costituiscono il succo della storia, e Massai approfondisce l'argomento con un intero capitolo. 2) Comprimari. Sono personaggi fondamentali per lo svolgimento della trama, ma rimangono comunque un gradino sotto il protagonista. I comprimari possono fare da spalla all'eroe della storia (l'esempio classico è quello di Sherlock Holmes e Watson), oppure essere dei veri e propri antagonisti. 3) Comparse. Sono i personaggi che non rivestono un ruolo primario, figure di contorno che però hanno un loro perché all'interno della storia. Ad esempio, spesso servono a mettere in risalto i protagonisti e le loro virtù. I 7 archetipi. Effettuando un'ulteriore suddivisione, le figure che in genere si ripetono nei libri sono: 1) L'eroe. Colui che traina la storia e compie un viaggio fisico e mentale che lo porta ad evolversi e a raggiungere i suoi obiettivi. 2) Il mentore. La guida che istruisce e aiuta l'eroe. Spesso si tratta di una persona saggia, un maestro; rappresenta simbolicamente la coscienza dell'eroe. 3) Il guardiano della soglia. Colui che mette alla prova l'eroe. Non necessariamente cattivo, pone il protagonista davanti ai suoi limiti e alle sue ferite emotive. 4) Il messaggero. Può trattarsi di una persona o di un oggetto (come una lettera), ed è ciò che comunica la necessità di un cambiamento, l'avvio dell'avventura. 5) Il mutaforme. Colui che si traveste, che non sempre è ciò che sembra: l'amico leale che tradisce o che fa il doppio gioco, ad esempio. Serve a seminare dubbi e creare suspense. 6) L'ombra. In genere è l'antagonista, colui che ostacola l'eroe e lo mette in pericolo. Per risultare realistico, vanno evitati i classici stereotipi di cattivo-cattivissimo; meglio mostrare anche i suoi lati umani. 7) L'imbroglione. Colui che crea contrattempi, confusione e conflitti. Può avere anche una funzione comica all'interno del libro. Caratterizzare i personaggi. L'autore spiega che esistono alcune tecniche per rendere i personaggi più vivi e realistici. 1) La descrizione. Come sempre, si consiglia di mostrare anziché raccontare: piuttosto che elencare le caratteristiche fisiche e psicologiche dei personaggi, meglio mostrarle attraverso le azioni, il dialogo, i conflitti. Ciò le rende anche più dinamiche, incisive, finalizzate allo svolgimento della trama. 2) La coerenza. I personaggi devono essere coerenti con il contesto e con loro stessi, per non violare le regole del mondo creato dall'autore e per non risultare inverosimili. Aiuta in questo documentarsi bene e creare la scheda di ogni personaggio, per avere delle basi solide cui rifarsi. 3) Nomi efficaci. I nomi dei protagonisti vanno scelti con cura, poiché devono risultare funzionali, efficaci, musicali, esotici. 4) I dettagli. Si possono sfruttare pochi, piccoli particolari per delineare la personalità di un personaggio; ad esempio, un investigatore che mordicchia di continuo le stanghette degli occhiali, con quel gesto svela molto del suo carattere. 5) I dialoghi. Sono un ottimo strumento per caratterizzare i personaggi in scena, perché ne rivelano personalità, cultura, convinzioni, atteggiamenti, modo di interagire con gli altri. Nel dialogo sono i personaggi stessi a parlare, quindi è la loro voce che sentiamo. Un buon personaggio. L'autore conclude riassumendo alcuni consigli essenziali: evitare i cliché, creando dei personaggi originali, vivi, tridimensionali; inserire dei conflitti e delle pulsioni, per far sì che i protagonisti abbiano modo di evolversi; conoscerli bene e far parlare le loro voci, rivelandoli poco a poco nel corso del libro; ricordarsi sempre che il lettore vi si immedesimerà, e vivrà la storia attraverso le avventure che essi affrontano, soffrendo, ridendo, piangendo ed emozionandosi con loro. Citazioni: Libro 1: « La buona narrativa trasporta il lettore in una condizione mentale simile a quella del sogno. Se l'autore interviene nella storia, ha lo stesso effetto di qualcuno che ti parla all'orecchio mentre dormi: se ti va bene non te ne accorgi, se ti va male ti svegli. Se il lettore si sveglia, chiude il libro. » Libro 2: « Se gli attori sono i personaggi e l'inquadratura è il PdV, allora chi è il nostro narratore? In questo nostro parallelo il narratore è il regista: è colui il quale sceglie dove e come piazzare le telecamere, che decide quando alzare o abbassare l'inquadratura, quando sullo schermo apparirà Annibale e quando Scipione. » Libro 3: « Quello che un manuale può fare, ed è esattamente ciò che vedremo in queste pagine, è offrire esempi pratici di grandi dialoghi, veri pezzi di bravura da leggere, rileggere, e divorare più volte cercando di comprenderne i meccanismi intrinseci per capire come e quando un dialogo è davvero perfetto e coinvolgente, per provare poi a riprodurne di simili. » Libro 4: « Non si scappa: una buona idea, uno stile potente, una trama geniale devono essere ben presenti, ma non potranno mai sostituire la forza delle emozioni trasmesse dai personaggi in cui il lettore si immedesima e attraverso cui avviene il procedimento di sospensione dell'incredulità che gli permette di calarsi in una storia e vivere, insieme ai protagonisti del libro, le avventure che, con tutta la nostra tecnica, abbiamo creato per lui. » Perché leggere questa collana di libri: Perché con un costo contenuto si possono acquistare tutti e 8 gli e-book. Perché la suddivisione in vari volumi permette di concentrarsi su un tema per volta. Perché all'interno dei libri ci sono numerosissimi approfondimenti, esempi pratici ed esercizi utili. Perché l'autore è estremamente competente, e affronta l'argomento da un punto di vista tecnico. Perché tocca tutti i principali temi della tecnica narrativa. Questa scheda è stata realizzata da Giuliana Mosetti Categoria: Scrittura & Scrittura Creativa

Comunicazione & Psicologia




  • I sei pilastri dell’autostima di Nathaniel Branden

    I sei pilastri dell’autostima di Nathaniel Branden

    Tutto dipende dall’autostima, il giudizio più importante per noi e quello che noi diamo a noi stessi. L’autostima è alla base di molti disturbi, dalla depressione all’ansia, dall’incapacità di affermarsi professionalmente alle... Prosegui qui

    N. Branden, I sei pilastri dell’autostima, Corbaccio, trad. O. Crosio Chi è l’autore? Nathaniel Branden è psicoterapeuta a Los Angeles pioniere nel campo dell’autostima. È autore di molti libri sull’argomento, tradotti in tutto il mondo. Nato in Canada nel 1930 e deceduto nel 2014 a Los Angeles, è stato spesso definito “il padre del movimento di autostima”. Qual è l’intento dell’autore? Tutto dipende dall’autostima, il giudizio più importante per noi e quello che noi diamo a noi stessi. L’autostima è alla base di molti disturbi, dalla depressione all’ansia, dall’incapacità di affermarsi professionalmente alle difficoltà che riscontriamo nel relazionarci con gli altri. Su questo assunto e sui sei pilastri dell’autostima si basa il corposo testo del libro per aiutare i lettori a vivere “in armonia con se stesso”. Questo libro insegna: • L’autostima come sistema immunitario della coscienza. La stima di sé è sentire di essere adeguati alla vita e alle aspettative: è fiducia sia nelle proprie capacità sia nel proprio diritto al successo e alla realizzazione dei propri desideri. L’autostima non è un dono e non dipende dagli altri, può e si deve coltivare. L’autostima ci porta alla realizzazione e alla felicità, è coltivata dalle azioni e influenza le azioni. Avere un’alta autostima ci porta ad agire dinnanzi alle difficoltà e perseverare ci porta a ad avere più successi e quindi più autostima: è un circolo virtuoso. L’autostima, alta o bassa che sia, porta con sé profezie autorealizzanti, nel bene o nel male. Una sana stima di sé porta a realismo, indipendenza, autonomia. Una bassa stima di sé si associa a irrazionalità, rigidità, paura e conformismo. Un’alta stima di sé porta al rispetto per gli altri, al senso di benevolenza e giustizia. L’importanza dell’autostima è anche in ambito relazionale, è come avere un “surplus” emotivo che possiamo incanalare nelle relazioni, accettiamo e ci riteniamo degni d’amore. È possibile avere troppa autostima? L'autore ammette di aver pensato a questa possibilità per diverso tempo, fino a che un giorno, guardando il suo cane giocare felice, si rese conto che troppa autostima non significa essere più felici dei cani del vicinato. Il suo cane quando gioca si diverte semplicemente godendo al massimo la sua esistenza. La stima di sé è un bisogno fondamentale per il nostro corretto funzionamento. Lottare per dimostrare di essere sempre “abbastanza” porta a una continua delusione, saremo sempre "menomati" - ci dice l'autore - nella nostra capacità di provare gioia per i nostri successi. • Che cos'è l'autostima? Ha due componenti strettamente connesse tra loro: il senso di autoefficacia, cioè il senso di fiducia che abbiamo in noi stessi e di fronte alle sfide della vita, e la convinzione di meritare la felicità, che l'autore chiama il rispetto di sé. Chi ha un buon senso di autoefficacia ha controllo sulla propria vita perché ha fiducia nel funzionamento della propria mente, nella capacità di pensare, scegliere e risolvere i problemi. Avere rispetto per sé significa provare un sentimento di certezza verso il proprio valore e il proprio diritto di vivere ed essere felice. Chi ha rispetto di sé afferma senza disagio le proprie opinioni e i propri desideri, sente che la gioia e la realizzazione sono diritti di nascita. La definizione di autostima proposta da Branden è la seguente: «L'autostima è la disposizione a considerare sé stessi come dotati della competenza necessaria per affrontare le sfide fondamentali della vita e meritevoli di felicità». La fiducia nelle proprie capacità, quindi possedere un buon senso di autoefficacia, non è la convinzione di essere infallibili. Secondo l'autore aspettarsi la sconfitta anziché la vittoria vuol dire essere interrotti e paralizzati nei nostri sforzi e affrontare le sfide che la vita ci presenta. Il rispetto di sé, la convinzione del proprio valore a prescindere, non sono l'illusione di essere perfetti e superiori agli altri, sono il sentirsi meritevoli dei risultati che derivano dalle nostre azioni.​ L'autore ci tiene a distinguere l'autostima dall'orgoglio che è semplicemente il “piacere consapevole” che proviamo grazie alle nostre azioni e all'ottenimento dei nostri successi. • L'autostima come evoluzione della coscienza. Esistono famiglie – ci porta ad esempio l'autore – in cui la realtà viene spesso negata e la consapevolezza spesso punita, tutto ciò diventa un ostacolo insormontabile alla stima di sé per i componenti della famiglia. L'autostima è un processo che parte dall'azione come punto centrale. L'azione fisica non è altro che il riflesso dell'azione mentale, per cui i processi interni sono cruciali. I "sei pilastri dell'autostima" di cui ci parla l'autore nel libro, sono tutte operazioni della coscienza e che comportano delle scelte che coltiveranno automaticamente l'autostima. Insiste l'autore, si tratta di pratica e la parola "pratica" porta con sé la disciplina di agire in un certo modo più e più volte con coerenza. Per genitori, psicologi e insegnanti l'autore pone l'accento sull'azione piuttosto che sulle parole. Credere che le nostre parole siano un mezzo di comunicazione più potente delle nostre azioni è un inganno, lui scrive: «Dobbiamo diventare quello che desideriamo insegnare». Come pratica di cambiamento, l'autore nel libro propone le frasi da completare. Per ognuno dei sei pilastri, l'autore propone delle frasi incomplete che, se completate con la pratica quotidiana da parte del lettore, generano cambiamento profondo. Le frasi da completare sono uno strumento terapeutico e di ricerca, portano alla comprensione di sé e alla dissolvenza delle barriere repressive, liberano le espressioni di se e attivano i meccanismi di autoguarigione. • Ecco le sei pratiche che l'autore chiama i sei pilastri dell'autostima: 1. La pratica di vivere consapevolmente, 2. La pratica dell'accettazione di sé, 3. La pratica del senso di responsabilità, 4. La pratica della formazione di sé, 5. La pratica del darsi un obiettivo, 6. La pratica dell'integrità personale. Il rapporto tra autostima e i sei pilastri che la sostengono è sempre bidirezionale e reciproco. Infatti, le pratiche che generano autostima sono anche espressione conseguente di essa. • 1. La pratica del vivere consapevolmente. Vivere con coscienza significa per l'autore lo stato di essere consci, consapevoli di ciò che accade nella realtà. L'autore invita a portare un giusto livello di coscienza nelle nostre attività. Tipica è la negazione di chi è dedito all’abuso di bevande alcoliche e che afferma di essere in grado di smettere quando vuole. Essere consapevoli significa che poi dopo segue l'azione. Non agire, e continuare a "pensarci su", si rivela – secondo l'autore – un tradimento verso la coscienza. Vivere consapevolmente significa: mantenere una mente attiva, essere calati nel momento, andare incontro ai fatti e saperli distinguere dalle interpretazioni a dalle emozioni, rendersi conto dell'impulso a evitare o negare la realtà, agire e poi cercare un feedback nell'ambiente per regolarsi e correggersi. Ecco alcune delle frasi da completare che l'autore suggerisce per esercitarsi nella pratica del vivere consapevolmente: «Per me vivere consapevolmente vuol dire...» «Se oggi metto il 5% di consapevolezza in più in...». • 2. La pratica dell'accettazione di sé. L'autostima è impossibile senza l'accettazione di se, ci ricorda l'autore. Due concetti legati ma con diverso significato: l'autostima si sperimenta, l'accettazione di sé si fa. Accettarsi significa essere pro sé stessi, significa mantenere l'impegno di valorizzare sé stessi. Alcune persone, ci fa notare l'autore, rifiutano talmente se stesse che non riescono neppure a cominciare un lavoro di crescita. L'accettazione di sé è la condizione imprescindibile per cambiare e crescere. A questo proposito, l'autore ci propone un esercizio: mettersi davanti allo specchio, a nudo, e dirsi «Nonostante i miei difetti e le mie imperfezioni, mi accetto completamente e senza riserve». Le proteste sono normali di fronte a questo esercizio, ci previene l'autore, e ci ricorda anche che "accettare" non significa "approvare". Ci racconta che i suoi pazienti che si sono impegnati a eseguire questo esercizio per due minuti al mattino e due alla sera nell'arco di due settimane, hanno cominciato a capire la relazione tra accettazione di sé e autostima. Accettare è il punto di partenza del cambiamento, se neghiamo le cose non sentiamo nessuna spinta a cambiarle. È importante anche saper accettare i propri stati d’animo, «Io adesso mi sento così… e lo accetto completamente». Le frasi da completare suggerite per questo secondo pilastro sono: «Per me l’accettazione di me stesso significa…» «Se accettassi di più la gioia…», «Se accettassi di più le mie azioni…». • 3. La pratica del senso di responsabilità. Il terzo pilastro dell'autostima è esercitare il senso di responsabilità, sulle proprie azioni e sul conseguimento dei propri obiettivi. È molto importante saper distinguere tra quanto dipende da noi e quanto no. Assumendo la responsabilità della nostra esistenza, riconosciamo che gli altri non sono nostri servitori e non sono mezzi per il raggiungimento dei nostri fini. Frasi suggerite da completare e ripetere nella pratica di questo pilastro sono: «Il senso di responsabilità per me significa…», «Se mi assumessi il 5% in più di responsabilità nel raggiungimento dei miei obiettivi…», «Se mi assumessi la responsabilità di deprimermi…/ di rendermi ansioso…». • 4. La pratica dell’affermazione di sé. Affermare me stesso significa rendere onore ai miei desideri e bisogni, ai miei valori e alla vita. L’opposto è la resa. L’affermazione di sé non è aggressività, non è arrivare primi o farsi valere a discapito di altri; è semplicemente la voglia di occupare la propria posizione nel mondo, essere apertamente chi si è, e trattare sé stessi con rispetto nelle relazioni con gli altri. Ci mette in guardia l’autore, se rinunciamo a soddisfare o anche solo a riconoscere i nostri desideri e bisogni, diventiamo egoisti nel peggiore senso del termine, in modo meschino. Frasi utili da compilare per questa pratica sono: «Autoaffermazione per me significa…», «Se oggi affermassi me stesso il 5% in più…», «Quando soffoco i miei pensieri e opinioni…». • 5. La pratica di darsi un obiettivo. Vivere senza obiettivi è vivere alla giornata. Darsi un obiettivo significa porsi alcune domande: Cosa voglio raggiungere? Come intendo farlo? Perché credo che questi siano i mezzi giusti? Il feedback che ricevo dall’ambiente mi dice che sto progredendo o no? Devo correggere qualcosa? Devo rivedere i miei obiettivi? Tutte queste domande ci riportano alla profonda consapevolezza del percorso. Nel perseguimento dei nostri obiettivi dobbiamo sia inserire riposo e svago, sia mantenere una visione a lungo termine. Inoltre, dobbiamo sapere che non è il successo ad accrescere l’autostima ma le pratiche interne che lo rendono possibile. Non dobbiamo associare l’autostima al reddito, al successo o al non far mancare nulla alla propria famiglia, ma dobbiamo associare l’autostima alle nostre virtù interiori. Frasi da completare qui sono: «Darmi degli obiettivi per me significa…», «Se oggi vivessi con il 5% di consapevolezza/ determinazione / responsabilità in più…». • 6. La pratica dell’integrità personale. L'integrità è integrazione tra i nostri ideali, le nostre convinzioni, i nostri comportamenti e i nostri valori. È importante seguire i principi di condotta che riteniamo giusti per noi. Infatti, quando il nostro comportamento è in conflitto con le nostre convinzioni, perdiamo il rispetto per noi stessi. Dimostrarsi integri significa che parole e comportamenti coincidono, l'alternativa è l'ipocrisia. L'autore porta ad esempio un genitore che predica sulla sincerità ai propri figli ma mente sul lavoro. Quando Branden propose a un gruppo di lavoro di completare la seguente frase, «Se mettessi il 5% di integrità in più nella mia vita...», ecco alcune delle frasi che ottenne: Direi alla gente quando fa qualcosa che mi infastidisce, non gonfierei il mio rimborso spese, mi sforzerò i di più sul lavoro, aiuterei di più mia moglie in casa come le ho promesso, direi di no quando voglio dire di no, chiederei scusa, manterrei le promesse. Le frasi da completare suggerite per questo capitolo sono: «Per me integrità significa..., «Se penso agli ambiti in cui mi riesce difficile praticare l'integrità...», «Se mettessi più consapevolezza in questi ambiti...», «Se mi rifiutassi di vivere secondo valori che non condivido...». • L’autostima in vari ambiti. Nella terza parte del libro, l'autore applica l'autostima in famiglia con i figli, a scuola per gli insegnanti, sul lavoro​ e in studio per lo psicoterapeuta. In particolare, l'autore osserva che nell'attuale mondo del lavoro, basato sulla competizione, è importante concentrarsi sulla capacità di gestire i cambiamenti e di esprimere le proprie capacità. Non è così importante saper fare, piuttosto sapere che si può sempre imparare. Con i figli a casa, l’autore ci ricorda che il dovere dei genitori è quello di promuovere l’autonomia dei figli e guidarli a diventare adulti indipendenti. In tal senso, il genitore dovrà far sentire al figlio che è accettato, “visto”, amato e rispettato incondizionatamente. Un figlio vuole sentirsi sicuro, “sentito” e capito. Per questo Branden ci consiglia di riprendere gli insegnamenti di Haim Ginott per cui la lode è fatta sulle azioni e non sulla persona, e questo vale anche per le critiche (fatte sempre a comportamenti e mai alle persone). Citazioni: «Avere un'alta stima di se è sentirsi serenamente adeguati alla vita.» «La tragedia di molti è che cercano l'autostima in ogni direzione tranne che in se stessi, e così non riescono a trovarla.» «La mia vita non appartiene ad altri e non sono su questa terra per rispondere alle altrui aspettative.» «Se vuoi che funzioni, devi farne il tuo preciso scopo.» «Quando la mancanza di integrità ferisce l'autostima, l'unica medicina è la pratica dell'integrità stessa.» «Se sono nella posizione ideale per aumentare la mia autostima, sono anche nella posizione ideale per diminuirla.» Perché leggere questo libro: Perché è il libro che segna il punto culminante del lavoro dell’autore sull’autostima. Perché Branden è ritenuto ancora oggi un esperto di autostima. Perché la descrive, insegna come aumentarla e la spiega anche in vari ambiti (scuola, lavoro, cultura). Perché i concetti sono sviscerati bene e finiscono per entrare nella mente del lettore durante la lettura. Questa scheda è stata realizzata da Beatrice P. Categoria: Comunicazione & Psicologia, Crescita & Sviluppo
  • Siamo ciò che pensiamo di Lorenzo Locatelli

    Siamo ciò che pensiamo di Lorenzo Locatelli

    Obiettivo del volume è presentare l’universo comunicativo-relazionale attraverso la PNL (Programmazione Neuro-Linguistica), una disciplina che si occupa di comunicazione, crescita personale e cambiamento. Attraverso la PNL, l’autore... Prosegui qui

    Lorenzo Locatelli, Siamo ciò che pensiamo. Principi di comunicazione e PNL per guarirsi e guarire, Edizioni Enea Chi è l’autore? Lorenzo Locatelli è laureato in Filosofia e in Scienze dell’Educazione e della Formazione. Formatosi in PNL con Alessio Roberti e Richard Bandler, è coautore di Crescere con amore. Una proposta educativa in chiave olistica e Un’altra scuola è possibile (Edizioni Enea). Qual è l’intento dell’autore? Obiettivo del volume è presentare l’universo comunicativo-relazionale attraverso la PNL (Programmazione Neuro-Linguistica), una disciplina che si occupa di comunicazione, crescita personale e cambiamento. Attraverso la PNL, l’autore intende far comprendere quanto sia stretto il rapporto che collega il pensiero e la legge dell’attrazione, tra le convinzioni e le scelte. Questo libro insegna: La PNL. La Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) è una disciplina fondata da Richard Bandler e John Grinder negli anni Settanta. Uno dei principi fondamentali della PNL è «La mappa non è il territorio», ovvero il territorio è il mondo vero e proprio mentre la mappa è l’esperienza che facciamo di quel mondo. Questo significa che ognuno ha una visione soggettiva della realtà. Significato di PNL: 1) «Programmazione» è un termine ripreso dal lessico dell’informatica e si riferisce al presupposto secondo cui tutte le nostre esperienze sono immagazzinate, codificate e trasformate così come accade per il software di un computer; 2) «Neuro» si riferisce al modo in cui elaboriamo le informazioni raccolte dai nostri sensi tramite il cervello e costruiamo la nostra identità; 3) «Linguistica» si riferisce ai linguaggi, ovvero alle parole e a tutti i sistemi di comunicazione, come la gestualità e la prossemica. Riguarda tutto quello che diciamo e il nostro modo di esprimerci. La percezione, il territorio e la mappa. La mappa non è il territorio, dunque la realtà che esperiamo è filtrata e questo fa sì che ognuno costruisca una propria mappa del mondo. I filtri che portano alla creazione della mappa mentale sono: 1) I cinque sensi. Ai cinque sensi corrispondono dei sistemi rappresentazionali, ovvero il senso visivo, auditivo e cinestesico; 2) L’esperienza personale. Ogni esperienza è diversa per ogni persona e genera rappresentazioni diverse; 3) Le parole. Il linguaggio verbale ci permette di descrivere sensazioni, immagini e suoni che abbiamo percepito ed è quindi rappresentato internamente. Le parole sono le «etichette» di queste rappresentazioni. Eppure esse non sono la realtà ma si limitano a descriverla e a raccontarla. Per questo la mappa della realtà è limitata, parziale e soggettiva. La prima tecnica della PNL: l’ancoraggio. Per ancoraggio si intende la produzione di un determinato stimolo al fine di fissare una specifica risposta. Le ancore possono essere visive, auditive o cinestesiche: le ancore visive consistono nella visualizzazione di un’immagine specifica (es. un quadro domestico o un oggetto sulla scrivania); le ancore auditive si creano pronunciando una parola o una frase che permetta di identificare lo stato evocato; le ancore cinestesiche consistono nell’innescare un movimento particolare con le dita o con qualche altra parte del corpo. L’ancora deve essere: 1) Unica e specifica; 2) Ripetuta di frequente; 3) Creata quando lo stato raggiunge la massima intensità, per evitare di ancorarlo in fase decrescente. La seconda tecnica della PNL: lo Swish Pattern. È una tecnica usata per modificare i collegamenti neuronali, gli schemi mentali e i comportamenti. È usata per liberarsi dalle abitudini dannose (es. il fumo, mangiarsi le unghie etc.). Lo Swish Pattern si può suddividere nelle seguenti fasi: 1) Identificare il contesto. Si pensa a un’abitudine nociva; 2) Identificare l’immagine di innesco. Si tratta del momento della scelta, del bivio; 3) Creare l’immagine dell’esito. Si pensa a quale sarebbe il mutamento in positivo eliminando l’abitudine nociva; 4) Operare lo Swish. Si crea una “cornice” mentale da riempire con l’immagine dell’innesco; 5) Verificare. Qualora non fosse possibile recuperare l’immagine di innesco, ciò significherebbe che il processo è avvenuto con successo. La terza tecnica della PNL: cura delle fobie. Mentre la psicologia fa rivivere un evento traumatico e tende a potenziarlo, la PNL non mira a comprendere né la fobia né la sua origine ma la sua struttura. Il problema della fobia sta dunque nella rappresentazione presente dell’evento passato, non nell’evento in sé. La PNL cura le fobie attraverso il meccanismo dell’associazione/dissociazione: l’associazione prevede la visualizzazione dell’esperienza e viverla di nuovo; la dissociazione consiste nell’osservare l’immagine del ricordo da qualsiasi punto di vista diverso da quello degli occhi di chi l’ha vissuta. Le convinzioni. Sono le opinioni che abbiamo su noi stessi e sul mondo. Queste opinioni sono in grado di condizionare il nostro modo di agire. Infatti il cervello è sempre alla ricerca di coerenza, per cui se si crede che si riuscirà a raggiungere un certo obiettivo, il cervello farà di tutto per attingere a risorse nascoste pur di essere coerente. Lo stesso accade quando si è convinti di non farcela: in questo caso avviene un vero e proprio autosabotaggio. I luoghi comuni sono alcune tra le convinzioni più diffuse e consistono in una semplificazione eccessiva del mondo che non considera le eccezioni. Spesso le convinzioni derivano dai genitori o dagli insegnanti e possono essere: 1) Potenzianti. Sono quelle che ci aiutano a raggiungere determinati obiettivi; 2) Limitanti. Possono ostacolare i cambiamenti positivi. Si riferiscono a possibilità (es. «non posso realizzare il mio progetto di vita»), a volontà (es. «non voglio realizzare il mio progetto di vita»), merito (es. «non merito di realizzarmi nella vita») etc. Influenzare gli stati. Attraverso la gestione dello stato, la PNL permette di acquisire la condizione psicofisica più efficace in una data situazione, senza subire alcuna influenza dal contesto. Gli stati di benessere producono serotonina e dopamina, il che favorisce l’attenzione e la vigilanza nonché la concentrazione, l’apprendimento, l’equilibrio emotivo e il buonumore. Per attivare emozioni e sensazioni di benessere, è necessario agire su tre livelli: 1) Rappresentazioni mentali. Si sposta la propria attenzione sui pensieri che ci si spingono verso la direzione desiderata; 2) Fisiologia. Si può raggiungere uno stato di concentrazione ottimale in base alla postura adottata solitamente; 3) Dialogo interno. Di fronte a una difficoltà, è meglio ascoltare la propria voce dirsi «Hai tutte le risorse per cavartela» piuttosto che «Non ce la farai mai». Il Meta Modello. Un linguaggio preciso permette una comprensione accurata. Tuttavia le nostre conversazioni quotidiane sono piene di imprecisioni e di ambiguità, suddivise in tre macrocategorie: generalizzazioni, cancellazioni e distorsioni. Spesso queste ambiguità sono utilizzate per creare delle convinzioni limitanti o per far prevalere la propria opinione. Attraverso il Meta Modello, la PNL riesce a individuare e a neutralizzare queste ambiguità. Il Meta Modello interviene con delle domande che puntano a ricercare la causa reale dei problemi, a identificare la manifestazione di tali problemi e infine a elaborare soluzioni efficaci. 1) Generalizzazioni. Generalizzare è semplificare la realtà. Es. «Non me ne va mai dritta una». Proprio mai? In questo caso il Meta Modello richiede una specificazione e di limitare il contesto di applicazione dell’affermazione; 2) Cancellazioni. Cancellare vuol dire ignorare elementi della realtà. Es. «Non piaccio alle persone». A chi non piaci di preciso? 3) Distorsioni. Distorcere è rappresentare un’esperienza soggettiva in modo alterato, limitando così la ricchezza delle proprie esperienze. Es. «Quando parlerò, tutti mi guarderanno con atteggiamento critico». Come fai a saperlo? Cosa ti fa credere che non staranno semplicemente riflettendo sulle tue parole? Citazioni: «Scegliere dei maestri, persone che eccellono in quello che fanno […] può diventare uno strumento di arricchimento sia nella formazione professionale […] che nella vita privata, negli hobby e nello sport.» «Prendendo coscienza delle submodalità, possiamo scoprire come intensificare o attenuare, fino a far scomparire, le sensazioni che proviamo.» «Rappresentazione interna e fisiologia cooperano e formano un sistema: […] il nostro comportamento influenza il nostro modo di pensare e le nostre sensazioni.» Perché leggere questo libro: Perché spiega i concetti fondamentali della PNL in modo semplice. Perché è corredato da utili sintesi al margine di ogni paragrafo. Perché fa capire quanto sia importante sviluppare un pensiero e una comunicazione positivi. Perché contiene un cd audio allegato che permette di riascoltare il testo per intero. Questa scheda è stata realizzata da Fabrizio Rigante Categoria: Comunicazione & Psicologia
  • PNL per il benessere di R. Bandler e G. Thomson

    PNL per il benessere di R. Bandler e G. Thomson

    Il titolo originale, The secrets of being Happy (al plurale, I segreti per essere felici) è riportato anche come sottotitolo nell’edizione in italiano e ritorna come messaggio all’interno del libro in più occasioni. L’intento è... Prosegui qui

    R. Bandler e G. Thomson, PNL per il benessere – The secrets of being happy, Alessio Roberti Ed. , trad. M. Bernardini Chi è l’autore? Co-fondatore della PNL (Programmazione Neurolinguistica), Richard Bandler è formatore a livello mondiale, autore di vari best seller tradotti in 40 lingue, ha insegnato le sue teorie e le sue tecniche a milioni di persone ai suoi corsi dal vivo ed è considerato un genio nell’ambito della crescita personale. Garner Thomson è stato per 10 anni allievo di Richard Bandler, è psicoterapeuta e co autore del libro PNL per i medici, dirige la Society of Medical NLP che promuove programmi formativi per medici. Qual è l’intento dell’autore? Il titolo originale, The secrets of being Happy (al plurale, I segreti per essere felici) è riportato anche come sottotitolo nell’edizione in italiano e ritorna come messaggio all’interno del libro in più occasioni. L’intento è quello di usare la PNL come pratica per osservarsi e crescere. Il libro è ricchissimo di paralleli con la psicologia e la medicina, di esercizi pratici di PNL e visualizzazioni. Lo scopo è unico in tutto il manuale: essere felici, partendo dal ridurre ansie, paure e convinzioni limitanti per arrivare a costruire il presente e il futuro che si vuole. Conosci meglio il libro: • Vivere felici è un processo. La PNL è definita come "l'arte la scienza dell'eccellenza", o "lo studio dell'esperienza soggettiva". In questo libro si osserva chi mette in atto dinamiche di successo per poterle replicare e crescere. Vivere Felici, secondo gli autori, è un processo, un processo intenzionale e che può essere insegnato e appreso. La PNL, in questo libro, è utilizzata per modellare le scoperte che gli autori condividono con i lettori, e in questo senso essa può essere definita come 1) Lo studio dell'eccellenza applicata, 2) Uno strumento per creare altri strumenti, 3) Un mezzo per accelerare il processo di apprendimento. Gli autori riportano l'esempio del dottor Tippu, che ricevette un trapianto di midollo da suo fratello e che sviluppò una reazione immunitaria verso il midollo-ospite, definita in gergo medico "rigetto". Il dottor Tippu raccontò agli autori durante un corso di PNL nel Regno Unito come abbia capito che doveva spostare la sua attenzione tra la malattia del cancro e il processo di guarigione dal cancro. La salute e il benessere psicofisico, egli confessò, sono un processo. • La felicità è un verbo. Come recita lo slogan pubblicitario di una compagnia navale, "Arrivare a destinazione è metà del divertimento", anche i due autori ci ricordano che spesso ci prefiggiamo degli obiettivi ma non andiamo oltre nel pianificare la vita dopo averli raggiunti. Se una persona per esempio vuole diventare avvocato, dovrebbe chiedersi: in che modo diventare avvocato mi renderà felice? La parola "felicità" è definita in PNL come una nominalizzazione. Le nominalizzazioni ci ingannano perché ci inducono a credere che esista effettivamente una cosa che si può raggiungere. La maggior parte delle lingue europee ha più sostantivi che verbi. Gli autori hanno individuato nei nativi nordamericani che abitano la costa occidentale dell'isola di Vancouver in Canada, i Nootka, una forma base nel linguaggio che corrisponde al nostro verbo. Loro non parlano di realtà, ma parlano all'infinito del flusso dell'essere. Anche gli oggetti fisici come alberi e rocce sono percepiti come processi, ad esempio alberare o rocceggiare. • Vivere per scelta e vivere felici come un'abitudine. Virginia Satir, la grande terapeuta familiare, diceva che "se alle persone si dà una scelta, esse faranno la scelta migliore". Il problema, ci fanno notare gli autori, è che spesso questa scelta manca. Manca perché non è mai stata allenata nel cervello. Dobbiamo cominciare a sviluppare l'idea che vivere felici e contenti è un'abitudine. L'architettura del cervello è in continua evoluzione e noi ogni giorno possiamo creare associazioni di stimoli e selezionare la realtà esterna con i nostri sensi in modo da ampliare le nostre scelte. Come si dice in PNL, noi cancelliamo, distorciamo o generalizziamo la realtà. Possiamo dedurre quindi che: 1. le mappe mentali cambiano da persona a persona, 2.la mappa non è il territorio, 3. Ci sono due tipi di mappe, quelle adatte e quelle inadatte allo scopo, 4. È più facile cambiare una mappa di quanto sia cambiare il mondo. Di fatto – ci dicono gli autori – lo stare bene ha una sua struttura, fatta di convinzioni, di mappe, di dialogo interiore e di pianificazione. Come suggerisce spesso Richard Bandler, «la delusione richiede un'adeguata pianificazione» esattamente come l'intento di essere felici. • Le 4 regole per vivere felici. La prima regola per vivere felici è la responsabilità. Gli autori ci invitano a smetterla di aspettarsi di essere destinatari passivi del cambiamento. La seconda regola per vivere felici è la proattività, cioè essere orientati all'azione, che significa anche prendersi del tempo per riflettere, riposare e recuperare le energie. La terza regola per vivere felici è l'acutezza sensoriale, cioè la capacità di prestare attenzione a come noi interpretiamo il mondo. La quarta regola per essere felici e l'adattabilità, cioè la propensione a cambiare comportamento, essere flessibili e a​ tollerare le ambiguità. • Smettiamo di inseguire la felicità. Spesso, chi insegue quella cosa chiamata felicità non ha idea effettivamente di cosa essa sia o di come la riconoscerebbe se ce l'avesse davanti. Le persone si dicono spesso "se solo ottenessi/avessi/raggiungessi" oppure si dicono "quando avrò/andrò/riceverò/sarò/finirò..." e si perdono quello che sta effettivamente accadendo nel presente. La maggior parte delle persone – ci richiamano gli autori – non pensa a ciò che ci renderebbe felici in quel momento. La felicità è un effetto, la conseguenza del fare qualcosa e non del raggiungere qualcosa. Tuttavia "fare qualcosa" significa avere una destinazione a cui mirare, altrimenti faremmo come dice Lewis Carroll «Se non sai dove stai andando, qualunque strada porta a destinazione». Lasciamo che i nostri obiettivi ci guidino, e smettiamola di ingombrare la nostra vita di ostacoli: ecco il monito degli autori che ci rammentano che spesso le persone seguono obiettivi deboli sorti tra conflitti valoriali che, secondo loro, è come costruire sull'acqua... tutto andrà a fondo. • Ciascuno di noi crea una rappresentazione del mondo in cui vive. L'idea di per sé non è nuova. Da Buddha a Platone, da Alfred Korzybski a Werner Heisenberg, la realtà altro non è che la narrazione che il nostro cervello crea a partire da degli ingredienti presenti nel mondo. Come possiamo essere certi di creare dei buoni modelli mentali del mondo? Gli autori ci suggeriscono che le mappe devono essere una versione verosimile, ma essenzialmente semplificata, di ciò che rappresentano. Devono essere abbastanza dettagliate ma non troppo per non essere approssimative. E infine, devono essere flessibili e adattarsi a mano a mano che cambiano le condizioni esterne. È il nostro linguaggio che ci consente di creare il nostro universo. Noi parliamo e creiamo categorie, distinzioni e definizioni. • Modelli mentali efficaci. Nel 1962, il fisico Thomas Kuhn affermò che il cambiamento non fosse necessariamente frutto di un movimento continuo, al contrario, l'evoluzione secondo lui avveniva per improvvisi e violenti sconvolgimenti intellettuali. Il premio Nobel Ilya Prigogine lo chiama "punto di biforcazione" dove i sistemi o crollano o si riorganizzano a un livello più alto e complesso. Il matematico francese René Thom parla della "teoria delle catastrofi" per cui le transizioni più significative come i cambi di paradigma avvengono secondo lui sempre rapidamente. Ciò non toglie però, ci fanno notare gli autori, che i preparativi necessari al cambiamento richiedano del tempo. E questo tempo può essere impiegato per aumentare il numero di modelli mentali a propria disposizione, per imparare a tollerare l'indeterminatezza dei passaggi, per mettere regolarmente in discussione i propri modelli mentali ed eliminare ciò che è inefficace e per trovare nuovi modi di utilizzare i propri modelli. • Come funzionano le sensazioni? In psicologia regna confusione tra la definizione di sensazione e quella di emozione perché gli psicologi – a detta degli autori – sono caduti nella trappola di confondere i verbi con i sostantivi, scambiando i processi con le cose. In PNL, i due autori ci invitano a riflettere che è più interessante sapere come fa una persona a creare un’emozione piuttosto che curarsi del perché. Come si crea una paura? Come si reagisce a una situazione? E come si può risolvere gestendo il come? Se le persone sono in grado di creare sensazioni negative e di amplificarle, rimarcano gli autori, questo significa che possono anche lavorare nel senso opposto. Gli autori riportano ciò che l'anestesista dell'ospedale di Birmingham, Khalid Hasan, raccontò loro, cioè di quando stava parlando con una paziente che reagiva all'anestesia con violenti attacchi di vomito. Mentre la paziente raccontava le sue esperienze, il dottore notò che continuava a fare lo stesso gesto mettendo i palmi delle mani sull'addome e poi muovendoli con un gesto secco verso l'alto e verso l'esterno. Il dottor Hasan continuava a rassicurare la paziente utilizzando un tono di voce calmo, e, mentre parlava, ripeteva lo stesso gesto delle mani ma al contrario. Per più volte questo gesto "al contrario" serviva a rassicurare e a rilassare la paziente. L'anestesista, infine, racconta che la paziente entrò in sala operatoria senza alcun problema di nausea o vomito. Questo esempio chiarisce come le persone modifichino le informazioni tratte dalla realtà per creare i propri modelli del mondo sulla base dei propri filtri personali. • Fatti e deduzioni. Un importante strumento che utilizzano a livello inconscio le persone abituate a Vivere Felici è la distinzione tra il giudizio delle proprie esperienze e l'osservazione di tali esperienze. Un conto è osservare i fatti, un altro è giudicarli: basandosi su informazioni sensoriali limitate, che potrebbero non essere verificabili e che potrebbero riguardare estrapolazione dal passato o proiezioni nel futuro. La storia di Charlie M. è emblematica. A seguito dell'attacco terroristico alle Torri Gemelle nel 2001, Charlie e molte persone hanno iniziato a soffrire di attacchi di panico e di disturbo post traumatico da stress (DPTS). Molte persone però, proprio come Charlie, non si trovavano a Ground Zero al momento, e nemmeno a New York, ma a migliaia di chilometri di distanza davanti alla televisione tra TG e Speciali sull’argomento. Come può una distorsione nella memoria essere più realistica dei fatti veri? In questi casi, lo scorrere del tempo non attenua la memoria e le emozioni legate alla memoria, lo sanno bene le persone che a più di 45 anni di distanza dall'assassinio di Kennedy si ricordano esattamente dove si trovavano quando ricevettero la notizia. • La mente generalizza per proteggerci: in seguito a un volo particolarmente turbolento, una persona inizia ad avere paura di volare, poi, qualche tempo dopo, identica paura si ripresenta in un treno, e poi in macchina, fino ad arrivare a procurare paura prendendo semplicemente l'ascensore. L'emozione in questi casi è semplicemente protettiva. In PNL esiste una tecnica, la Fast Phobia Cure, che non discute la funzione protettiva dell'emozione né l'origine di tale funzione, ma che non stravolge il processo di attivazione rivedendo nello specifico la situazione al contrario. • L'effetto Rashomon. Ogni volta che vengono rievocati, i ricordi possono cambiare, in meglio o in peggio. È una naturale tendenza a sovrapporre le nostre congetture e aspettative ai fatti che, acquisiscono quindi un nuovo significato in un nuovo senso logico. Ogni volta che accediamo ai ricordi - ci avvertono gli autori - li destabilizziamo e questo viene chiamato l'effetto Rashomon, dal nome del film di Akira Kurosawa in cui quattro testimoni dello stesso crimine forniscono quattro versioni non solo diverse ma tra loro contraddittorie. Ecco che gestire opportunamente i propri ricordi è una abilità essenziale: i fatti negativi accadono, è importante gestirne bene la memoria. • «Lei sente di avere ikigai nella sua vita?» Viktor Frankl, il famoso psichiatra austriaco arrestato dai nazisti e deportato in più campi di concentramento, nonché autore del libro Logoterapia e analisi esistenziale, sostenne che tutti noi possiamo scegliere se cedere allo sconforto o se prendere la decisione consapevole di aggrapparci con tutte le nostre forze alla speranza. Non è la situazione che determina il nostro stato emotivo ma come la interpretiamo. Saper fare una scelta è, secondo gli autori, un'altra delle caratteristiche per Vivere Felici: riadattarsi o fare la vittima? In giapponese, il termine ikigai è spesso tradotto con "benessere soggettivo", e fa riferimento a uno scopo, un significato e atteggiamento gioioso e aperto nei confronti della vita. In uno studio condotto nel 1994 e pubblicato di recente, si sono monitorati decine di migliaia di giapponesi di età compresa tra i 40 e i 79 anni e a cui fu posta una semplice domanda: «Lei sente di avere ikigai nella sua vita?» I ricercatori giunsero alla conclusione che per determinare la longevità degli intervistati, i fattori da tener presente non erano l'età, il sesso, il peso, le abitudini come fumare o bere alcolici, il tipo di dieta, né i livelli di stress o le proprie patologie, piuttosto chi aveva risposto alla domanda in modo positivo, cioè il 95% di chi aveva dichiarato di avere un qualche scopo nella propria vita era ancora vivo dopo 7 anni dalla ricerca contro 83% di chi sentiva di non averne alcuno. • I 6 modulatori psicologici. L’opinione degli autori è che esistono sei bisogni essenziali (modulatori psicologici) per sostenere una vita felice: 1. Sostegno sociale e contatti, 2. Senso di controllo, 3. Ottimismo, 4. Fiducia nella prevedibilità della vita, 5. Capacità di recuperare le forze e di ritrovare l'equilibrio dopo eventi stressanti, 6. Scopo e significato nella vita. Anni fa, la piccola cittadina di Roseto, in Pennsylvania, fu al centro dell'attenzione scientifica perché registrava un basso tasso di infarti del miocardio. Niente distingueva lo stile di vita condotto dagli abitanti di Roseto da quello adottato in tutto il Paese, l'unico elemento distintivo che ricercatori seppero individuare era il forte legame sociale che univa i rosetani. Secondo l'OMS, lo stress sul lavoro diventa potenzialmente pericoloso quando il lavoratore sente di aver perso il controllo sul processo produttivo e sente di aver perso il sostegno dei colleghi e dei superiori. Per quanto riguarda l'ottimismo, gli autori affermano che le persone ottimiste ottengono risultati migliori praticamente in ogni ambito della vita non perché si facciano false illusioni ma semplicemente perché incoraggiano la convinzione che le cose possano migliorare. Per quanto riguarda la prevedibilità, invece, sappiamo che quando le persone sono in grado di prevedere gli eventi con una certa precisione, la loro risposta allo stress o al dolore migliora. Con un termine preso in prestito dalla termodinamica, entropia, gli autori mettono in risalto che è fondamentale trovare il giusto equilibrio per dissipare l'accumulo tossico di disequilibrio. Infatti, è sorprendente notare che fino al 50% dei disturbi fisici e psicologici riportati al medico di base dai propri pazienti non è imputabile ad alcuna causa o patologia accertabile. • Le trappole negli obiettivi. Molti sanno come fissare gli obiettivi ma pochi hanno l'atteggiamento positivo, l'energia e la costanza giusti per raggiungerli. Per esempio, le visualizzazioni sui propri obiettivi devono essere preparate accuratamente perché la mente inconscia interpreta tutto ciò che vediamo in modo estremamente letterale. La ripetizione, poi, è una procedura efficace perché crea solidi percorsi neurali. La costanza è un altro elemento basilare per la realizzazione dei propri obiettivi perché «attenersi ai piani soltanto sporadicamente» - affermano gli autori - è quanto di più improduttivo si possa fare. Infine, agli obiettivi dobbiamo associare una vivida rappresentazione sensoriale: dobbiamo sapere cosa vedremo, cosa sentiremo, cosa proveremo al raggiungimento dell'obiettivo e necessita inserire una "buona dose di divertimento" in ogni sua fase di realizzazione. Esistono altre trappole che impediscono, o rendono difficile, il raggiungimento degli obiettivi: 1) Una è l'attuale ossessione per l'immediato raggiungimento di obiettivi ambiziosi, quindi la difficoltà a "suddivide l'elefante da mangiare in piccoli pezzi" come recita la famosa battuta, e sapere che ci vuole tempo, costanza, ripetizione e divertimento. 2) Un'altra trappola è perfettamente ripresa dalla celebre frase di Mark Twain "Smettere di fumare è facilissimo. Io l'ho fatto centinaia di volte": il fatto che l'obiettivo sia rappresentato come un fatto a cui non segua niente dopo, lo rende difficile da soddisfare. Cioè, ci chiariscono gli autori, cosa succederà dopo? Difficilmente le persone visualizzano cosa accadrà dopo aver raggiunto un obiettivo. Una terza trappola che gli autori ci fanno rimarcare è legata al fatto di definire successo personale unicamente sulla base degli obiettivi raggiunti. Quindi, dirsi frasi come «Quando riuscirò ad ottenere questo obiettivo sarò una persona di successo», esclude il divertimento, la passione e la soddisfazione NEL percorso. Molte persone escludono dalla visione del futuro il percorso in sé e si focalizzano solo sulla meta escludendo famiglia, amici, entusiasmo, curiosità e amore per le sfide. Citazioni: «La ricchezza (o la povertà) dei vostri modelli mentali determina la ricchezza o la povertà della vostra esperienza della vostra vita.» «Eppure, se riuscite a creare e ad amplificare le vostre paure, questo significa che siete in grado di generare e amplificare qualsiasi sensazione. Questo significa che potete cambiare.» «Chi più, chi meno, tutti coloro che raggiungono l'eccellenza sanno sfruttare il potenziale della propria mente per integrare la pratica diretta con degli esercizi mentali.» «L'esercizio mentale è un'abilità straordinariamente utile che è importante sviluppare.» «È possibile riprogrammare la propria neurologia attraverso l'uso sistematico del linguaggio.» «La risposta è semplice: 1. dovete desiderare di cambiare le cose in meglio, 2. dovete sapere cosa fare di diverso, 3. dovete prendervi l'impegno di agire diversamente d'ora innanzi.» «Molti consigli che si ricevano (o che si danno) sono formulati come frasi negative.» Perché leggere questo libro: Perché crea un continuo parallelo e raffronto tra la psicologia e la PNL. Perché è ricchissimo di esercizi di PNL da poter eseguire in autonomia. Perché racconta molti aneddoti, esempi ed esperimenti scientifici per raccontare i vastissimi temi affrontati nel libro. Perché è un manuale completo da tenere con sé e riprendere più volte dopo la prima lettura. Categoria: Comunicazione & Psicologia ; Crescita & Sviluppo Acquista il libro nella tua libreria preferita Noi consigliamo Il Giardino dei Libri per acquistare la tua copia
  • Piccolo manuale per imparare a fare e a ricevere critiche di Barbara Berckhan

    Piccolo manuale per imparare a fare e a ricevere critiche di Barbara Berckhan

    La critica è un’osservazione che talvolta, se espressa nel modo sbagliato, può arrivare a mettere a repentaglio la serena prosecuzione dei rapporti interpersonali. Forte della propria esperienza di comunicatrice, Barbara Berckhan... Prosegui qui

    Barbara Berckhan, Piccolo manuale per imparare a fare e a ricevere critiche, Feltrinelli, trad. C. Malimpensa Chi è l’autore? Barbara Berckhan è autrice best-seller da oltre un milione di copie. Esperta di pedagogia e di psicologia, si è specializzata nel settore della comunicazione, in particolare PNL e Voice Dialog. Tra gli altri suoi titoli, editi da Feltrinelli, troviamo Piccolo manuale di autodifesa verbale (2012) e Piccolo manuale per non farsi mettere i piedi in testa (2014). Qual è l’intento dell’autore? La critica è un’osservazione che talvolta, se espressa nel modo sbagliato, può arrivare a mettere a repentaglio la serena prosecuzione dei rapporti interpersonali. Forte della propria esperienza di comunicatrice, Barbara Berckhan fornisce alcuni utili consigli su come approcciarsi positivamente alla critica, non soltanto nel caso in cui sia rivolta a terzi ma anche qualora oggetto della critica fossimo proprio noi stessi. Questo libro insegna: • Sopportare la critica. Ci sono situazioni in cui talvolta ci si sente infastiditi: può trattarsi della musica troppo alta di un vicino o di una riunione noiosa che pare servire soltanto per accrescere l’egocentrismo dei superiori. A questi fastidi si può reagire in due modi: con l’indifferenza o con un feedback. Nel primo caso, però, la situazione non cambierà affatto. Di conseguenza, lo stato di insoddisfazione perenne potrebbe far insorgere una malattia psicofisica o portare soltanto a un continuo lamento. «Lamentarsi per scaricare la tensione» dice l’autrice, lamentarci e emettere giudizi negativi sugli altri ci fa sentire saggi e superiori. Nel caso in cui, invece, si scegliesse di fornire un feedback, sarà necessario capire in che modo agire senza provocare reazioni indesiderate: in tal senso, l’autrice suggerisce di far capire che cosa dà fastidio, di essere sempre sinceri e infine di evitare i litigi. • Il diritto di criticare. Assodato che evitare la critica non possa essere una soluzione, l’autrice si domanda però se davvero criticare sia un diritto: «dovete davvero criticare tutto ciò che vi irrita o vi risulta sgradito? Quest’ultima domanda è ovviamente mal posta – per la scelta del verbo dovere. Voi non dovete fare niente. Non esistono obblighi, né prescrizioni. Far capire cosa si prova o esternare una critica sono scelte facoltative». Esiste però una rassegna di critiche ingiuste o fuori luogo, dette «critiche insensate». Si tratta nello specifico di questioni private (es. abitudini di figli o genitori), di ciò che non si può cambiare (es. il tempo, la moda, i prezzi troppo alti etc.) e infine di ciò che non è importante (es. le abitudini dei vicini o dei colleghi). • I bisognosi di armonia. Sono coloro i quali non criticano per paura di offendere e che quindi preferiscono rivolgere critiche contro qualcuno parlandone male alle spalle. Questo atteggiamento è rappresentato con la metafora del «raccoglitore di bollini»: l’autrice è convinta che saremmo in grado di muovere critiche nei confronti degli altri, non lo facciamo perché temiamo di offenderli, pensiamo di rovinare la “bella atmosfera” rivelando un nostro disagio. Consideriamo la critica come il preludio di un litigio o la “distrazione dell’armonia”, fino all’inizio della separazione. I «bollini» sono dunque le scocciature «che decidiamo di accettare senza proferire verbo». Ma cosa comporta la mania di collezionare tutti questi bollini? La conseguenza inevitabile è la fine della relazione interpersonale, cosa che avviene spesso con l’esplosione di tutto il rancore represso verso l’altro. Tre sono i rimedi suggeriti dall’autrice: comunicare subito il disagio; comunicare senza drammi; e infine evitare di prevedere le conseguenze. • Criticare senza offendere. La critica è giusta quando non è offensiva. In caso contrario, non produce nulla di positivo. L’autrice ha pronta la soluzione, dire cosa ci infastidisce tralasciando tutto ciò che potrebbe portare alla mancanza di rispetto dell’altro, usando quindi parole non offensive. Ecco come specifica l’autrice: « Giudizi radicali del tipo: “Non sai proprio lavorare assieme agli altri” sono da una parte mortificanti, dall’altra non sono esaustivi.» Abbiamo quindi bisogno di una certa “disciplina oratoria” per imparare a dare un feedback efficace, l’autrice ci invita a riflettere prima di parlare. Come scegliere allora le parole giuste? Quali sono i criteri più adatti, le strategie più utili per sottoporre l’altro al proprio giudizio senza irritarlo? Un trucco consiste nel pensare a ciò che potrebbe ferire noi stessi: sarebbe bene, per esempio, evitare il sarcasmo o le battutine ironiche, che tendono a essere molto più taglienti di un commento diretto. In secondo luogo, si potrebbero evitare le azioni militari, per cui sarebbe meglio, ad esempio, parlare a quattr’occhi che davanti a tutti i colleghi/amici/parenti, adottare un tono di voce calmo e neutro ed evitare le accuse e i monologhi. • Rabbia e irritazione. La rabbia è un’emozione negativa che si insinua nella mente e che talvolta provoca delle azioni dannose. Ma l’autrice avverte: «Non lasciatevi trascinare dalla rabbia. Non fermate l’attenzione su un evento negativo. Preoccupatevi piuttosto di rivolgere i pensieri verso l’agire, riflettendo su come potete fare. In questo modo potete indirizzare l’energia rabbiosa in una direzione produttiva». L’importante è dunque non lasciare che la collera prenda il sopravvento. Per gestire la rabbia, l’autrice suggerisce tre strategie: 1) Accettare la rabbia. Significa non rifiutare la rabbia ma accoglierla di buon grado; 2) Osservare quali pensieri vi passano per la mente. Anche in questo caso, i pensieri vanno accettati, nonostante la collera non dica sempre la verità; 3) Agire solo con la calma. Questo perché la calma produce dialoghi più efficaci e aiuta a prendere decisioni più intelligenti. • Negoziare anziché vietare. Con il divieto spesso non si ottiene l’ubbidienza ma solo la ribellione. Esempio: il padre ritiene che il volume dello stereo ascoltato dalla figlia sia troppo alto. Ordinandole di spegnerlo si produrrebbe una reazione negativa da parte della ragazza e si rischierebbe di rovinare il rapporto interpersonale. Per questo è preferibile il dialogo al divieto, un dialogo che produca un accordo, risultato di una soluzione che risulti equa per tutte le parti. • Apprezzamento, stima e gratitudine. «Sembra quasi che le cose positive non meritino di essere menzionate. Quelle negative invece, sì che sono sensazionali! Di quelle parliamo immediatamente. Errori, crisi, catastrofi e tutto il peggio del peggio – ecco cosa ci esalta! Di questo parliamo, a questo prestiamo attenzione». Per far comprendere questo concetto, l’autrice propone l’esempio del bambino che tende a sgambettare per attirare l’attenzione degli adulti: lo fa perché di solito non si elogiano i comportamenti corretti ma ci si focalizza solo su ciò che non va bene. • Critica a sorpresa. Oltre a essere soggetti di critica si può anche esserne i destinatari. È capitato anche all’autrice, quando in un seminario si è ritrovata a vedere i suoi allievi mentre correggevano le sue stesse dispense. Una critica improvvisa genera un senso di impotenza, anche se l’osservazione dovesse risultare utile. Per non trovarsi spiazzati, l’autrice suggerisce di chiedere un feedback, in modo tale da non sentirsi impreparati. «Se una critica vi coglie di sorpresa» consiglia l’autrice «prima di tutto fermatevi. Evitate di dare risposte affrettate. Nessuna giustificazione immediata, nessuna reazione indignata di difesa. Rimanete semplicemente stupiti e dapprima in silenzio. Ripetetevi la seguente frase: voglio prima di tutto capire cosa sta succedendo.» • Critica non obiettiva. Ci sono critiche che non risultano per niente utili e che anzi diventano solo offensive. Queste sono critiche non obiettive e vengono mosse per quattro motivi fondamentali: 1) Non si è in grado di muovere critiche. Imparare a criticare può provocare danni esattamente come chi sta guidando per la prima volta. Solo con il tempo si apprende davvero come muovere una critica e per non fare danni serve molto allenamento. 2) Sindrome acuta di burn-out. È legata allo stress. «La sofferenza interiore viene trasmessa ad altri attraverso la comunicazione. In altre parole: quando lo stress è eccessivo, il modo di rapportarsi con gli altri ne risente. Il tono di voce si fa più tagliente, per la consueta gentilezza non c’è tempo, ci si limita a urlare ordini». 3) Presunzione. I presuntuosi sono coloro che si reputano superiori agli altri. «Per persone di questo tipo è del tutto normale guardare alcuni dall’alto in basso, ma anche sentirsi inferiori rispetto ad altri. Con i primi adottano un atteggiamento di disprezzo, con i secondi di estrema adulazione». 4) Battute che non fanno ridere nessuno. Si tratta di quelle critiche rivolte da chi si crede spiritoso o disinvolto ma ottiene soltanto il risultato di umiliare o di offendere l’oggetto della sua critica con osservazioni tutt’altro che divertenti. L’autrice individua quindi i quattro tipi di critica non obiettiva: 1) La critica riguarda la sfera personale (es. cosa si mangia, la musica o i libri preferiti, il modo di vestirsi etc.). Infatti le buone relazioni si basano su «una giusta via di mezzo tra il saper condividere e il porre confini precisi intorno alla propria sfera individuale. Anche nelle relazioni più intime e nel rapporto con i figli esiste sempre e comunque un ambito solo vostro, che non riguarda nessun altro»; 2) Distruttore di torri, che «riesce con poche parole a radere al suolo qualsiasi piano, idea o progetto possiate avere». Si individua facilmente grazie a frasi come “Ma stiamo dando i numeri?”, “Non ci sei proprio portato!” o “La figuraccia è assicurata”. Frasi perentorie di adulti che «non sanno costruire le loro torri ma, in compenso, con poche parole riescono a distruggere quelle degli altri. Come affrontarli? Chiedendo idee e proposte; 3) Battute idiote o attacchi verbali. Si affrontano dicendo chiaramente che il commento risulta fastidioso; 4) Pettegolezzi. Una critica ha senso soltanto se rivolta al diretto interessato. Diverso è invece il caso di un terzo soggetto che riferisce qualcosa che ha sentito dire su qualcuno. «Non accettate una critica riportata da altri» consiglia l’autrice. «Affrontate direttamente la persona che l’ha formulata per prima.» • Il critico interiore. È una voce interna che giudica continuamente tutto quello che si fa, soprattutto quando si sbaglia. È una voce che tende a sminuire e a manifestare perenne insoddisfazione. «Il critico interiore vuole fare di noi persone migliori. E a questo punto ecco che ritorniamo alla convinzione di base da lui condivisa. Ai suoi occhi siamo imperfetti, mai abbastanza bravi. E lui è pronto a ricordarcelo in ogni momento. Con ogni suo attacco mina la nostra autostima. La formula è: più forte è il critico interiore, più debole è la nostra autostima». Citazioni: «Questo libro non insegna solo a sfogarsi. Tratta di cambiamenti reali. Tratta del modo in cui potete smettere di ingoiare bocconi amari grazie a una comunicazione efficace.» «C’è un ampio settore della vostra vita quotidiana nel quale il feedback risulta inutile. Si tratta degli affari privati degli altri. Dalle questioni del prossimo potete tranquillamente tenervi alla larga. Tutto quanto è chiaramente di competenza altrui non vi interessa.» «Quando le persone gentili e cortesi all’improvviso escono dai gangheri e da un momento all’altro dichiarano di voler divorziare, di volersi licenziare, di voler mettere una pietra sopra tutto ciò che è stato e fare punto e a capo, spesso la ragione è una sola: per anni hanno spazzato tutti i problemi sotto il tappeto.» «Non importa quanto efficace e costruttiva sia la vostra critica: chi vi sta davanti non è obbligato a obbedirvi. In breve: se non vuole, voi non potete farci nulla. Questo è il limite di ogni dialogo.» Perché leggere questo libro: Perché con uno stile leggero e confidenziale ci svela quanto sia complessa l’arte della comunicazione e vivere in una società senza alcun tipo di attrito. Perché è non soltanto una lettura piacevole ma anche un utile manuale che aiuta ad affrontare con intelligenza persone troppo votate alla critica. Perché è ricco di strategie di comunicazione, consigli e avvertimenti, opportunamente segnalati da un’apposita icona. Questa scheda è stata realizzata da Fabrizio Rigante Categoria: Comunicazione & Psicologia
  • La grammatica dei conflitti di Daniele Novara

    La grammatica dei conflitti di Daniele Novara

    L’autore intende spiegare il vero significato della parola «conflitto», evitando che possa essere confusa con termini simili. L’obiettivo del volume è aiutare a gestire le difficoltà relazionali, a ridurre i conflitti inutili e a... Prosegui qui

    Daniele Novara, La grammatica dei conflitti, Edizioni Sonda Chi è l’autore? Daniele Novara è autore di numerosi libri e pubblicazioni, alcuni dei quali di largo successo e tradotti in altre lingue, tra cui Non è colpa dei bambini (2017), I bulli non sanno litigare (2018), Cambiare la Scuola di può (2018) e Organizzati e felici (2019). È ideatore del Metodo Maieutico nell’apprendimento e nella relazione d’aiuto e del metodo Litigare Bene. Qual è l’intento dell’autore? L’autore intende spiegare il vero significato della parola «conflitto», evitando che possa essere confusa con termini simili. L’obiettivo del volume è aiutare a gestire le difficoltà relazionali, a ridurre i conflitti inutili e a riconoscere e affrontare quelli necessari. La grammatica dei conflitti fa comprendere dunque che spesso, innanzi a un conflitto, la ricerca della soluzione non è la strada migliore. Questo libro insegna: Conflitto e violenza. I termini «conflitto» e «violenza» vengono spesso inseriti nella stessa area semantica e usati talvolta in modo improprio, divenendo così quasi sinonimi. Il «conflitto» può essere inteso come «guerra», «genocidio», «litigio», «contrasto», «prepotenza» etc. Stando alla definizione del Devoto-Oli, il conflitto sarebbe una «contesa rimessa alla sorte delle armi», mentre secondo lo Zingarelli, sarebbe uno «scontro di armati, combattimento». La definizione di «guerra» nel dizionario Zingarelli è molto simile al «conflitto». In inglese invece «conflict» è definito come un «grave disaccordo e discussione riguardo a qualcosa di importante». Eppure i due termini hanno una valenza molto diversa. Infatti la violenza si distingue dal conflitto per tre elementi fondamentali: 1) Il concetto di danno irreversibile; 2) Il concetto di identificazione del problema con la persona e di eliminazione della stessa; 3) Il concetto di risoluzione unilaterale del problema. So-stare nel conflitto. Il conflitto non va visto come un incidente di percorso o come un pericolo da evitare a tutti i costi. Al contrario, esso può trasformarsi in una risorsa, in un elemento necessario alla crescita e allo sviluppo personale. Tuttavia, il conflitto è evitato perché non è chiaro il modo in cui affrontarlo. Evitare il conflitto però non sviluppa apprendimento. L’autore sottolinea la propria esperienza sul campo in tal senso e quanto sia stato difficile trasformare l’idea del conflitto in un’opportunità di apprendimento. Gli ostacoli sono principalmente: 1) L’assenza di un pensiero pedagogico, psicologico o sociologico che si sia occupato e abbia studiato il conflitto in questo senso; 2) Il linguaggio. I termini con cui definiamo un elemento della nostra esperienza incidono sulla sua stessa percezione. Il conflitto dunque non ha come obiettivo la distruzione o l’eliminazione di qualcuno, a differenza della guerra, pur essendo un’esperienza di contrasto; 3) La memoria negativa sui conflitti. La nostra storia educativa sottolinea quanto sia sbagliato litigare, motivo per cui i bambini litigiosi non sono ben visti. Saper leggere i conflitti. Proprio come esiste una grammatica della lingua, c’è anche una grammatica dei conflitti: si cerca quindi di individuare gli elementi che caratterizzano i conflitti. Elementi che possono essere interpretati e da cui sviluppare apprendimento: 1) Il compito. In presenza di un conflitto, l’autore suggerisce di non puntare subito alla soluzione ma di recuperare tutte le informazioni su quello che sta accadendo, così da comprendere la situazione. Dunque il conflitto diventerebbe un compito per apprendere qualcosa di noi e degli altri, delle dinamiche relazionali, della società, compiti per sviluppare risorse personali e attivare energie creative; 2) Le informazioni. Per conoscere le informazioni relative al conflitto bisogna individuare correttamente il conflitto, comprendere i bisogni in gioco dei diversi protagonisti del conflitto e infine conoscere le emozioni che hanno un ruolo importante nei conflitti e i vantaggi legati alla sussistenza stessa del conflitto. Il giudizio e la giusta distanza. Sono i due presupposti per sviluppare la capacità di decodificare i conflitti: 1) La sospensione del giudizio. In presenza di un conflitto, il primo errore che si commette è ricercarne le cause. In ambito scolastico, per es., si attribuiscono alla famiglia le responsabilità di comportamenti disturbatori da parte di certi bambini o adolescenti. In questo modo non si fa altro che giudicare la realtà più che comprenderla. La domanda che ci si deve porre non è dunque «perché?» ma «come?» 2) La giusta distanza. Nel momento in cui il coinvolgimento in un conflitto è eccessivo o eccessivamente ridotto, anche il giudizio ne risente. Bisogna dunque saper controllare la propria ansia, saper gestire l’urgenza della fuga o il desiderio di un attacco o di uno sfogo immediato. È necessario anche tenere presente che il conflitto può essere rappresentato come un triangolo con la punta verso l’alto (iceberg) in cui la parte visibile è un pretesto per generare il conflitto. Infatti, al di sotto di esso si cela la parte interna o sommersa, una parte più complessa e difficile da comprendere. La giusta distanza è fondamentale per riuscire a inquadrare proprio la parte nascosta, che è quella più interessante. La tempestività. È un errore piuttosto comune. Con la tempestività si cerca di attivare modalità tipiche di comportamento che in realtà sono improduttive. L’intervento immediato non è sinonimo di competenza relazionale. Al contrario, per generare una reale capacità di affrontare e gestire le problematiche relazionali, è molto più utile sviluppare una logica che cerchi risposte meditate, una conduzione dei problemi a medio-lungo termine. È per questo che la tempestività va sostituita con la temporalizzazione: con questo sistema i conflitti possono essere interpretati correttamente e il tempo necessario per la riflessione servirà per assumere il giusto distacco dalla situazione contingente. Il diario dei conflitti e la scrittura autobiografica. Uno strumento di formazione molto utilizzato è il diario dei conflitti. Si tratta di un diario in cui si registrano tutti i conflitti derivati dalla propria esperienza relazionale: famiglia, lavoro, rapporto con il partner e con gli amici etc. Ogni episodio deve essere provvisto di data. La riservatezza dei contenuti garantisce uno spazio introspettivo adeguato. Scaduto il tempo, il corsista non accede più al diario se non dopo un periodo compreso tra i due e i quattro mesi. A questo punto avviene la rilettura, personale e di gruppo. Il diario è una forma di scrittura autobiografica. Con questa modalità di scrittura, esiste solo ciò che viene narrato. L’esperienza di sé permette una rilettura degli eventi con maggiore distacco ed è quindi uno strumento di apprendimento. Il Quadrante dei Conflitti. È uno strumento utilizzato nelle attività di formazione alla lettura e alla gestione dei conflitti che consente di collocare l’esperienza del conflitto all’interno di un ordine simbolico, mettendone in luce la natura e le caratteristiche nell’ambito delle relazioni umane. I suoi riquadri non sono del tutto indipendenti fra loro ma interagiscono e si interconnettono in un interscambio continuo. 1) Il conflitto intrapersonale. È un riquadro che attiene più alla natura ontologica della relazione con se stessi. Gli ambiti di osservazione e di lettura del conflitto intrapersonale sono la storia educativa personale (riguarda l’educazione ricevuta dalla famiglia), le proprie aspettative (es. l’insegnante che vuole rendersi gradevole agli alunni e ai colleghi ma spesso fallisce, creando così un conflitto interno duro e frustrante), i passaggi di ruolo nella vita (es. da figlio a genitore, da alunno a insegnante), le proprie emozioni (es. la rabbia, da non confondere con il conflitto stesso); 2) Il conflitto interpersonale. È un tipo di conflittualità che coinvolge il soggetto in maniera diretta: è il soggetto dunque che vive un conflitto con determinate persone (es. il coniuge, i figli, la classe, etc.). In questo ambito è importante individuare uno spazio-tempo adeguato a esprimere il conflitto e non lasciarlo dunque a un livello latente, cosa che priva la relazione dei suoi contenuti oggettivi e agisce in senso distruttivo; 3) Il conflitto esterno. Il soggetto non è coinvolto direttamente nel conflitto ma può aiutare i contendenti, purché sia in grado di trovare quella distanza emotiva sufficiente e adeguata a evitare un rischioso coinvolgimento diretto. Questo può accadere perché il conflitto altrui potrebbe far riemergere analoghe sofferenze subite nelle proprie vicende personali; 4) Il conflitto organizzativo. Organizzazioni sono la famiglia, la scuola, un’azienda etc. Sono tutti contesti in cui è inevitabile la presenza di conflitti. Si possono individuare tre tipi di stili organizzativi: confidenziale (regole implicite e ruoli sovrapposti e non definiti), cooperativo (regole esplicitate e vincolanti) e gerarchico (regole chiare e decise dal livello gerarchico più elevato, anche in modo arbitrario). Citazioni: «Ogni conflitto implica una risorsa e una risposta particolare, non esistono risposte standardizzate. Ogni conflitto ha un suo compito, occorre scoprirlo, rispettarlo e viverlo come riorganizzazione e apprendimento.» «È importante aiutare le persone violente ad uscire dalla loro prigione, ossia dalla modalità distruttiva che hanno di relazionarsi con gli altri.» «È indubbio che ciò che ciascuno di noi chiama conflitto o percepisce come tale, può essere colto da un’altra persona o anche dall’altra persona coinvolta nella situazione conflittuale […] in maniera radicalmente diversa, addirittura come normalità o anche come stasi.» «L’errore è un fattore collegato al successo in quanto se trattato in modo adeguato, lo consente. L’obiettivo è farcela, acquisire nuove competenze e nuovi saperi.» Perché leggere questo libro: Perché è un valido strumento di formazione per educatori e insegnanti. Perché affronta una problematica specifica con un linguaggio semplice. Perché l’autore spiega i concetti affiancandoli a degli esempi tratti dai suoi studi. Perché l’autore è un esperto in ambito pedagogico. Questa scheda è stata realizzata da Fabrizio Rigante Categoria: Comunicazione & Psicologia
  • Parole per vendere di Paolo Borzacchiello

    Parole per vendere di Paolo Borzacchiello

    L’intento dell’autore è aiutare i lettori a gestire meglio le quotidiane sfide di business, lavoro e vendita. Leggendo questo libro si impara a riconoscere e usare le parole più efficaci, a riconoscere ed evitare le parole più... Prosegui qui

    Paolo Borzacchiello, Parole per vendere, Alessio Roberti editore Chi è l’autore? Paolo Borzacchiello è uno scrittore, formatore, imprenditore e massimo esperto di intelligenza linguistica applicata al business. Dopo oltre 15 anni di studi e ricerche sul campo ha creato HCE (Human Connections Engineering), la disciplina che studia le interazioni umane e ne decodifica schemi e processi per poterli modificare e replicare. Qual è l’intento dell’autore? L’intento dell’autore è aiutare i lettori a gestire meglio le quotidiane sfide di business, lavoro e vendita. Leggendo questo libro si impara a riconoscere e usare le parole più efficaci, a riconoscere ed evitare le parole più nocive e a motivare i clienti all’acquisto, suscitare interesse e credibilità. Questo libro insegna: 3 presupposizioni di base. Il libro esordisce con la presentazione di tre basilari presupposizioni della PNL (Programmazione Neuro-Linguistica). Questa disciplina è, secondo l’Oxford Dictionary, “un modello di comunicazione interpersonale che si occupa principalmente della relazione fra gli schemi di comportamento di successo e le esperienze soggettive che ne sono alla base”. I tre presupposti che ci presenta l’autore sono: 1. Il significato della nostra comunicazione è dato dalla risposta che otteniamo. Cioè, dobbiamo dare il massimo affinché la comunicazione produca i risultati che desideriamo. 2. La mappa non è il territorio. In pratica, l’esperienza del venditore non coincide necessariamente con quella del cliente. Se noi vediamo il nostro prodotto come straordinario e il cliente non ancora, dobbiamo fare in modo che anche lui lo veda come noi. 3. È impossibile non comunicare. Ogni parola che diciamo produce un effetto specifico. Non solo le parole ma tutto ciò che facciamo: respiri, gesti, pause… 18 parole magiche. Si vende di più o si vende meglio se si fanno brillare gli occhi di chi ascolta. Ecco le 18 parole magiche: 1. Sì, 2. Nuovo/Novità, 3. Sorpresa/Sorprendente, 4. Magico, 5. Regalo, 6. Scoperta, 7. Passione, 8. Facile, 9. Risparmio, 10. Migliorato, 11. Fantastico, 12. Risultato, 13. Più, 14. Libero, 15. Potente, 16. Vantaggio, 17. Speciale, 18. Tu. Ecco alcune frasi esempio: Sì, mi è chiaro. Sì, sono d’accordo con lei. Il nuovo prodotto le offre… Novità assoluta! Una continua sorpresa. Magico, senza dubbio. Con questa offerta hai in regalo… I nostri ricercatori hanno scoperto che… I nostri prodotti sono il frutto di amore e passione. È davvero facile da usare. Questo prodotto ti fa risparmiare tempo/molti soldi… Una resa ancora migliore. Un prodotto fantastico. Il risultato è che tu, poi… La nostra offerta è più ricca. Ovviamente sei libero di decidere come meglio credi. Sei libero di restituire il prodotto entro… Il nostro prodotto è il più potente per quanto riguarda… Una potente e straordinaria sinergia… il vantaggio che ottieni comprando ora è che… Ho una notizia speciale per te! Ti assicuriamo la consegna… Ti permetteranno di… La tua casa… 10 parole tossiche. Quel che conta è sempre l’impatto che le parole producono sul cliente. Ecco qui le 10 parole tossiche: 1. No, 2. Non, 3. Niente, 4. Scusa, 5. Disturbo, 6. Rubare, 7. Provare, 8. Peccato/o Pazienza, 9. Bisogna, 10. Però. Ecco alcuni esempi da dimenticare dal proprio vocabolario nei discorsi di vendita: No, non hai capito. No, aspetta, pensaci bene! Non si preoccupi. Non deve guardare al prodotto come… Non aspetti a firmare il contratto! Niente, è solo che… Scusa se disturbo. Ti disturbo se parliamo ora? Ti rubo solo due minuti. Provalo, poi semmai mi dici come ti trovi (sostituito da Usalo). È un vero peccato che tu… Bisogna cogliere al volo questa opportunità. Sì, va bene, però io… Però l’altra volta hai detto che… 3 diversi modi di vendere. L’autore presenta al lettore i tre sistemi rappresentazionali: visivo, auditivo, cinestesico. Ciascuno di noi scopre il mondo con i propri sensi preferenziali e lo interpreta. La PNL aiuta a scoprire quale sia il sistema rappresentazionale preferito dai clienti. Ai visivi si dirà: Vedete, guardate, ha visto? Vede? Osservi, mettere le cose in prospettiva, fare luce, arrivederci… A un cliente più auditivo si parlerà così: Ascolti, Mi ripeta, è musica per le mie orecchie, questa cosa stride, sinfonia, mi sono detto, fuori onda, essere sulla stessa frequenza… A chi si concentra di più sul corpo e ha un sistema rappresentazionale più cinestesico, si parlerà così: provare, sentire, emozionante, toccare con mano, prendere il toro per le corna, “a naso”, ho afferrato la situazione, sento puzza di bruciato, ho la sensazione… 10 modi per autodistruggersi. L’autore ci mette in guardia su certi vizi linguistici che lui chiama “distruttori di credibilità” perché distruggono la propria immagine e credibilità. Ecco i 10 distruttori di credibilità: 1. Indicatori di menzogna: parole come “sinceramente”, “davvero”, “onestamente” e simili. Il messaggio letterale è che prima non si era sinceri. 2. Sperare/Speriamo… Perché non c’è da sperare ma ci si prepara a presentare al meglio il prodotto: “Speriamo che vi piaccia”, “Spero di riuscire a farti avere la merce in tempo”, “Spero tu sia soddisfatto”. 3. Credere che… O si è convinti di ciò che si dice o non lo si è. Frasi come “Credo che vada bene ora” o “Credo di aver capito”, “Credo si possa fare”… non trasmettono certezze. 4. Non riesco, se non riesci è perché non hai abbastanza potere. Ai clienti piacciono i venditori che si fanno in quattro per loro. 5. Se non ho capito male… Oppure: Correggimi se sbaglio. Sono forme verbali che denotano insicurezza personale. Il se insinua il dubbio, il non richiama una negazione e il male evoca immagini poco positive! 6. Oggi non ho tempo: significa che non lo vuoi vedere? Che non ti sai organizzare? 7. Non posso, meglio dire che “voglio invece dedicare le risorse verso”. 8. Non è male: significa “così così”. 9. Dubito. I venditori eccezionali non dubitano. 10. Coincidenze e problemi. Se diciamo “Per pura coincidenza…” o “Il problema che lei mi pone” potrebbe significare che non abbiamo valutato tutti gli aspetti. Non portiamo un campione “per coincidenza”, lo portiamo perché lo avevamo anticipato, ci dice l’autore. E sostituiamo il “problema” con una “situazione”. Altre paroline storpiate che Borzacchiello ci sconsiglia di utilizzare sono le seguenti: attimino, momentino, minutino, cosina, pochino. I verbi. 1. Voglio o Vorrei? L’autore ci mette davanti alla scelta tra un “vorrei” politicamente corretto e un “voglio” all’indicativo presente, più assertivo a suo parere e diretto. Quest’ultima forma del verbo volere permette di essere più incisivi ed efficaci e il non verbale deciso della vendita va più d’accordo con questa forma. Ecco alcuni esempi: Voglio sottolineare che…, Ora voglio che prestiate attenzione a…, Voglio mostrarle il mio prodotto. 2. Altre forme con il verbo “credere” o “avere intenzione di” denotano insicurezza a dire dell’autore e dipingono il venditore come un professionista poco credibile. Meglio “Credo che si possa fare” o “Sono certo che si potrà fare”? Meglio “Credo di sì… ho intenzione di parlarne domani in ufficio” oppure “Assolutamente. Ne parlo domani in ufficio”. 3. Anche “Posso?”, molto usato dai venditori, ha un punto dolente: conferisce il potere di decidere della sorte del momento a qualcun altro. Meglio “Posso farle una domanda?” o “Le faccio una domanda.”. Eliminarlo aiuta: anziché dire “Posso chiederle se ha mai pensato…” possiamo subito passare al “Ha mai pensato di…”. 4. Dovrei distrugge il potere personale perché lascia intendere a chi ascolta che abbiamo difficoltà a fare quello che vogliamo fare. Meglio “Dovrei parlarne con la direzione” oppure “Stasera ne parlo con la direzione e entro domani…” Gestire e superare le obiezioni. In PNL si usa una strategia chiamata “Ricalco e guida”, in pratica suggerisce di mettersi alla pari del cliente per poi condurlo verso il proprio messaggio. Attenzione anche all’uso del “MA” che nega tutto ciò che è venuto prima. Nella frase “Sono d’accordo con te ma ora ascolta cosa ho da dirti” non è usato in modo utile, sarebbe stato più utile usare “E”. Mentre nella frase “So che sei dubbioso ma io provvedo ad ogni cosa e sistemo tutto velocemente” il “ma” è utile perché rassicura. Un altro consiglio dell’autore è quello di trattare le obiezioni come se fossimo un chirurgo che apre e fa un’operazione con minuzia. Borzacchiello suggerisce quindi di ascoltare l’obiezione e di porre domande per chiarire, per ripetere, per isolare il vero punto dolente e trattare quello. Una formula linguistica è anche quella di essere d’accordo con l’obiezione e poi proporre, ad esempio, se il cliente dice che il progetto è molto costoso, l’autore suggerisce di rispondere così: «Sono perfettamente d’accordo con il suo punto di vista e, anzi, proprio per questo voglio sottolineare l’importanza di una pianificazione adeguata. Ha già pensato a come monitorare i risultati…?» Leve motivazionali. L’autore presenta tre aspetti da indagare per scoprire come fare leva per vendere nel modo giusto. Le “leve motivazionali” sono i motivi per cui il cliente comprerà da noi. 1. Come prende le decisioni il cliente? “Via da” una situazione sgradevole o “Verso” i vantaggi che otterrà? Per quale motivo vorrebbe, per esempio, comprare una nuova macchina? 2. Come preferisce che gli vengano spiegate le cose in modo “specifico” o “generale”? Cioè preferisce i vantaggi a grandi linee per quella cosa o in dettaglio? 3. Che “operatori modali” utilizza? Cioè che verbi usa: di possibilità o di necessità? Usa posso oppure devo? Voglio o “mi serve”? Citazioni: «Quando tu riesci a far provare a una persona piacevoli sensazioni, allora hai creato con questa persona un legame che difficilmente si spezzerà.» «I venditori mediocri sperano di vendere, i venditori eccellenti vendono e basta!» «Devi evitare in NON quando cominci un discorso, perché il cervello non riconosce le negazioni e, quindi, rischi di ottenere esattamente l’effetto contrario.» «I truismi sono affermazioni vere e verificabili istantaneamente dal tuo cliente. Per esempio, se io dico “Ora stai leggendo questo libro”, si tratta di un truismo.» «Uno dei proverbi più deleteri per un commerciale è: “Parla come mangi”. […] quello che tu devi fare non è “parlare come mangi” ma “parlare come mangia il tuo cliente!» Perché leggere questo libro: Perché per chi conosce la PNL, il libro presenta il meta modello in modo molto pratico e strutturato. Perché è “oro” per i venditori e se non lo leggono si perderanno successi per strada. Perché è schematico, chiaro e scorrevole e questo facilità l’apprendimento. Questa scheda è stata realizzata da Francesca R. Categoria: Comunicazione & Psicologia

Crescita & Sviluppo




L’arte di stare in silenzio di Amber Hatch

L’arte di stare in silenzio di Amber Hatch

L’intento dell’autrice è quello di riscoprire il potere del silenzio e i numerosi significati che assume, mostrare i tre metodi efficaci per portarlo nella vita di tutti i giorni come àncora a cui aggrapparsi nei momenti di bisogno e utilizza, per arrivare all’obiettivo, diversi esercizi di visualizzazione e meditazione molto... Prosegui qui

Amber Hatch, L’arte di stare in silenzio. Il metodo infallibile per non parlare mai a sproposito, Newton Compton Editori, trad. Carla De Pascale Chi è l’autore? Amber Hatch è una scrittrice, insegnante ed esperta di meditazione buddhista. Offre il suo supporto al centro Samantha, in Galles, che organizza ritiri per famiglie, e gestisce gruppi di sostegno per genitori a Oxford. Qual è l’intento dell’autore? L’intento dell’autrice è quello di riscoprire il potere del silenzio e i numerosi significati che assume, mostrare i tre metodi efficaci per portarlo nella vita di tutti i giorni come àncora a cui aggrapparsi nei momenti di bisogno e utilizza, per arrivare all’obiettivo, diversi esercizi di visualizzazione e meditazione molto utili. Questo libro insegna: La definizione di silenzio è “una totale assenza di suono”, ma in realtà il suono ci circonda in ogni momento, siamo costantemente circondati da diversi tipi di rumore. I numerosi rumori che sperimentiamo e da cui siamo incessantemente bombardati incidono inevitabilmente sulla nostra attenzione, nell’epoca in cui viviamo informazione e comunicazione comportano un eccesso di stimoli visivi e acustici tanto che se non li percepiamo sperimentiamo la noia. Siamo perennemente impegnati mentalmente a ricevere informazioni, notifiche, messaggi e a catalogarli in base alla priorità senza riuscire a stare dietro a tutto e il rischio è lo stress, meccanismo di difesa di fronte a un pericolo o a una minaccia che prevede alcuni cambiamenti fisici come tensione muscolare, battito accelerato, aumento della pressione arteriosa e blocco della digestione; è evidente come la minaccia nella società attuale sia più di tipo psicologico che fisico determinando uno stress cronico che porta poi a malattie spesso anche gravi indebolendo il nostro sistema immunitario. Il silenzio è un ottimo alleato nel rilassamento di corpo e mente verso un ritrovato benessere, è una strategia di vita e sono tre i modi utili per sfruttarne il potere e permettere che duri. Rendere più silenzioso il nostro mondo, cambiando alcune abitudini di vita e prediligendo luoghi meno rumorosi o attività che ci permettano di essere tranquilli, è il primo dei tre modi analizzati dall’autrice. Viviamo con la costante sensazione di avere troppe cose da fare, troppi stimoli e comunicazioni: ridurre il numero di incombenze è necessario ed è possibile riflettendo su alcuni atteggiamenti che ci condizionano: 1. È importante dare priorità alle cose importanti concedendosi del tempo per riflettere sulle attività della settimana e individuando cosa sia importante e cosa no. Le cose importanti dovrebbero essere quelle a cui si dedica del tempo senza fretta e che ci donano piacere. Anche se la sensazione è che alcune attività non possano essere abbandonate è fondamentale capire se le motivazioni che ci spingono a farle siano lontane dal piacere. Se si è impegnati in un numero minore di attività allora ci sarà più tempo libero da dedicare al silenzio e imparare ad apprezzare e sperimentare le azioni rimaste nella giornata. Questo approccio più calmo alla vita regala anche una maggiore consapevolezza. 2. Gli obiettivi che ci prefiggiamo e che ci portano a prendere impegni è necessario siano realistici per evitare di sentirsi perennemente insoddisfatti o fare le cose in maniera superficiale a causa della fretta con cui li affrontiamo. 3. Dobbiamo indirizzarci verso un’offerta minore, la varietà è importante ma ci sono cose che possono rimanere delle costanti rifiutando gli eccessi del consumismo. Siamo immersi in una miriade di possibilità di scelta ma questo non sempre, è positivo anzi provoca spesso confusione e dispendio di energie per capire cosa scegliere. 4. Fare ordine è un ottimo modo per risparmiare del tempo. Ad esempio avendo un armadio ordinato e senza un numero eccessivo di capi per scegliere come vestirsi diventa molto più semplice e veloce. Un mucchio di oggetti non utilizzato o in eccedenza diventa “rumore di fondo” che appesantisce il livello della nostra attenzione. 5. Un’altra minaccia è costituita dal cellulare, ormai lo usiamo per qualsiasi cosa con le sue numerose funzioni e questo ha contribuito a trasformarla in un’abitudine compulsiva. Sembra quasi ci sia una sorta di disagio nello stare soli senza fare nulla, dobbiamo sempre essere impegnati nel fare qualcosa per non sperimentare la noia. 6. Trascorrere del tempo nella natura è un buon modo per iniziare a coltivare il silenzio, il rumore della natura non genera inquietudine ma richiama l’armonia dell’universo e non chiama all’azione. L’autrice propone un utile esercizio di visualizzazione con cui evocare un ambiente naturale ricco di dettagli con una meta da raggiungere senza fretta che porti ad un rilassamento muscolare e del respiro. 7. È fondamentale coltivare passatempi appassionanti, che ci immergano totalmente cosi da togliere attenzione al rumore che ci circonda. L’autrice esplora situazioni in cui sia possibile recuperare il silenzio e una dimensione intima con sé stessi. Vari sport richiedono molta concentrazione per il raggiungimento di un obiettivo e questo permette di arginare le distrazioni interne ed esterne. Il diving permette anche un isolamento fisico, l’uomo si ritrova nel silenzio e circondato da un ambiente spesso ignoto allontanandosi da tutte le ansie quotidiane circondati da rumori che difficilmente possono essere captati dall’orecchio umano. Lo spazio e la Luna sono l’emblema di un luogo silenzioso e sconfinato che pochissimi di noi esploreranno ma l’autrice propone una visualizzazione intitolata “Guardare la Luna” per avvicinarci a questa realtà. Molte persone scelgono di vivere in luoghi isolati e meno civilizzati, di sfruttare centri di ritiro per periodi brevi fino ad arrivare a vere e proprie forme di eremitaggio, sperimentano in questi modi meditazioni, spesso rispettando il silenzio e tagliando i ponti con l’esterno. Alcuni modi per riscoprire la solitudine sono 1. La camera Anecoica, completamente insonorizzata permette di sentire tutti i rumori provenienti dal proprio corpo aumentando esponenzialmente la consapevolezza di sé stessi e in alcuni casi provocando anche disorientamento o allucinazioni acustiche dovute al fatto che la mente cerca di compensare in ogni modo l’assenza di rumore. 2. Il Cinema del prigioniero che consiste nel buio assoluto, che causa allucinazioni luminose ed è sempre più utilizzato a scopo terapeutico per fatica, stress ed eczema per esempio. 3. Fluttuare nel vuoto in vasche di deprivazione sensoriale 4. Rumore bianco, ossia rumore contenente frequenze multiple che occupano l’intero raggio udibile dall’uomo emesse alla stessa intensità e che vengono avvertite come un ronzio constante; generalmente viene utilizzato per contrastare rumori fastidiosi, in uffici o per chi soffre di acufene etc. Coltivare relazioni pacifiche. È il secondo modo proposto dall’autrice, la quale afferma che per stare bene con se stessi è necessario riuscire a coltivare relazioni serene. Spesso il silenzio è uno strumento per manifestare distacco, rabbia o delusione, ma il silenzio che dona calma e pace nasce da un sentimento di connessione con gli altri e si ottiene coltivando rapporti basati su una corretta comunicazione. Il silenzio è importante in una conversazione perché offre la possibilità di riflettere prima di parlare, rendersi conto di cosa si prova, non farsi dominare dai sentimenti e utilizzare parole gentili. Il silenzio poi favorisce anche l’ascolto, un ascolto attivo, in cui ci sia reale interesse nello scambio con l’altra persona. L’ascolto attivo si ottiene prestando massima attenzione a ciò che l’interlocutore dice, al significato delle parole ma anche al tono e al linguaggio del corpo. È fondamentale che ci sia una reale accettazione e curiosità riguardo al mondo dell’altro. Allo stesso modo è davvero gratificante essere ascoltati. In entrambe le direzioni il tentativo è quello di creare una profonda connessione con l’altra persona. L’autrice a questo punto propone una visualizzazione che prevede di stare vicino a qualcuno che per un qualsiasi motivo sia impossibilitato a parlare e pensare a questa persona, alle sue esperienze, al suo sentire, schiudendosi e accettando totalmente qualcuno che è altro da noi. Coltivare il silenzio interiore. Ultima e fondamentale è la terza modalità che parte dalla riflessione che nella società attuale il silenzio non sia usuale e non sempre sia possibile controllare il contesto in cui siamo o le persone con cui ci si relaziona, quindi è molto importante coltivare il proprio “angolo di silenzio interiore” in modo che sia sempre disponibile nel momento del bisogno. Tre sono gli approcci proposti dall’autrice, e tutti e tre richiedono di comprendere e sviluppare la consapevolezza, facoltà che tutti sperimentiamo spesso non rendendoci conto della sua importanza: 1. Imparare ad apprezzare i momenti di silenzio. Sono già presenti nella nostra vita ed è possibile rendersene conto fermandosi e iniziando a notarli intorno a noi, bloccando il pilota automatico ed essendo presenti nel momento aiutandosi ad esempio con la meditazione, che è una vera e propria forma di allenamento; un esercizio si ottiene concentrando l’attenzione sulla respirazione, mezzo utilissimo per ancorarsi al momento presente evitando le distrazioni, i “rumori”, e allenando la consapevolezza. 2. Coltivare un senso di calma ed equilibrio interiore indipendentemente dalle circostanze: a questo proposito l’autrice distingue fra la percezioni di rumori buoni o cattivi in base al fastidio che arrecano alla persona dovuto anche all’immaginario che corrisponde a quel rumore. È possibile quindi iniziare a osservare quel rumore senza giudizio, sentirlo semplicemente senza dargli una definizione, come una semplice vibrazione, senza farci distrarre dalle sensazioni negative e tornando così al silenzio. Ovviamente richiede una buona dose di allenamento e l’autrice propone un esercizio per esplorare i rumori che ci circondano senza etichettarli. 3. Cercare di placare il chiacchiericcio che abbiamo in testa: qualora si riescano ad escludere i rumori che ci circondano, la nostra testa continua incessantemente il suo monologo, discute di ciò che ci accade e pensa a passato e futuro, e spesso lo fa in modo critico e poco gentile. È importante imparare a gestirla per non esserne dominati completamente. Anche in questo caso, se si sceglie questa tecnica di meditazione, è un ottimo aiuto perché permette di notare il pensiero per poi tornare a concentrarsi sul respiro, e lasciarlo andare senza giudizio. Con l’allenamento la mente inizierà a rallentare e i pensieri diventeranno sempre più rarefatti. Citazioni: «Sebbene un silenzio ostile possa apparire imbarazzante e poco produttivo, dobbiamo tenere a mente che a volte è meglio stare zitti piuttosto che dire qualcosa che potrebbe arrecare danno. Esiste una regola che ci è stata imposta fin da quando eravamo bambini: se non abbiamo qualcosa di gentile da dire, allora è meglio non parlare.» «Restare in silenzio non significa, comunque, limitarsi ad aspettare che l’altro finisca per iniziare a dire la nostra: parliamo di un silenzio in cui ci svuotiamo, nel quale mettiamo momentaneamente da parte il nostro punto di vista per cercare di vedere il mondo con gli occhi di chi sta parlando.» «Il silenzio promuove la riflessione e l’elaborazione del lutto, inoltre se osservato da un gruppo di persone dà vita a un’energia collettiva che abbraccia l’intero stadio.» «Il lavoro sulla mente non è un’attività da relegare a un particolare momento della giornata. Non si tratta di un altro impegno a cui far fronte o da rimandare a quando si avrà più tempo. » «Questa strategia del “notare” è un momento di consapevolezza, il tipo di attitudine che abbiamo quando siamo attenti a quello che stiamo vivendo nel momento presente.» Perché leggere questo libro: Perché è un libro che nella sua semplicità incoraggia interessanti riflessioni per una maggiore consapevolezza di sé stessi e della relazione con la realtà che ci circonda. Perché mostra il silenzio nelle sue sfaccettature, alcune inaspettate, sottolineandone un valore che spesso sottovalutiamo. Questa scheda è stata realizzata da B. MuzzolonCategoria: Crescita & Sviluppo

Genitorialità




  • La sfida della disciplina di Daniel J. Siegel

    La sfida della disciplina di Daniel J. Siegel

    I due autori mostrano una via rispettosa all’educazione, distinguono la differenza tra punizioni e la disciplina, insegnano a connettersi prima di educare e di scoprire sempre il perché emotivo e un insegnamento che accompagni la... Prosegui qui

    Daniel J. Siegel, Tina Payne Bryson, La sfida della disciplina, Raffaello Cortina Editore, Trad. C. Marchetti Chi è l’autore? Daniel Siegel è professore di psichiatria e dirige il Mindsight Institute presso l’Università della California. È codirettore del Mindful Awareness Research Center presso la UCLA e autore di molti libri di successo sull’educazione e la mindfulness. Tina Payne Bryson è psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza ed è responsabile del servizio di consulenza genitoriale del Mindsight Institute. Qual è l’intento dell’autore? I due autori mostrano una via rispettosa all’educazione, distinguono la differenza tra punizioni e la disciplina, insegnano a connettersi prima di educare e di scoprire sempre il perché emotivo e un insegnamento che accompagni la correzione. Per tutto il libro il concetto di disciplina è spiegato e mostrato con molti esempi a fumetti, semplici ed esplicativi. Questo libro insegna: Disciplina uguale punizione? Chiaramente no. Gli autori ci mostrano un approccio intriso di rispetto e affetto, che però non trascuri le regole e limiti chiari e coerenti da trasmettere ai propri figli. Quando nostro figlio si comporta male, cosa vogliamo ottenere? Vogliamo solo reprimere un capriccio istantaneo o vogliamo anche educare? Vogliamo punire o crescere? La parola disciplina deriva dal latino e significa insegnare, educare, istruire. Insegnare la disciplina è in realtà uno dei doni più amorevoli e fortificanti che possiamo regalare ai nostri figli. Per essere realmente efficace, la disciplina non deve servire soltanto a ottenere ubbidienza immediata, ma a promuovere un comportamento positivo e insegnare abilità, favorendo la crescita di connessioni utili nel cervello del bambino che lo aiutino a diventare migliore in futuro e a comportarsi bene. Prima di tutto entriamo in sintonia. Prima di insegnare la disciplina, dobbiamo cercare di realizzare un'unione profonda con nostro figlio, che gli dimostri quanto noi gli vogliamo sempre bene in ogni condizione. Una buona relazione è l'unica carta vincente per superare ogni comportamento sbagliato. Entrare in sintonia, tuttavia, non significa essere permissivi, ma saper indicare i limiti in modo chiaro e fermo utilizzando un atteggiamento empatico. Se prima di correggere non fossimo in sintonia, i figli non ci ascolterebbero nemmeno perché presi dalle loro intense emozioni. Alcuni genitori si lamentano di non avere il tempo necessario per entrare in sintonia e poi correggere, gli autori però insistono su questa fase fondamentale, che altrimenti renderebbe tutta la correzione vana. Gli autori assicurano che non ci vuole molto tempo e da lì in poi la correzione può iniziare. È statisticamente provato che «i bambini con gli esiti migliori in termini di sviluppo emotivo, relazionale e perfino scolastico, sono quelli cresciuti con genitori che hanno mostrato nei loro confronti un elevato grado di sincronia, connessione e affetto». Le 3 domande della disciplina. Prima di affrontare la correzione di un comportamento sbagliato, gli autori ci suggeriscono di porci queste tre domande: 1) Perché mio figlio si comporta così? Questa domanda ci permette di capire l'emozione dietro la reazione. 2) Cosa voglio insegnare a mio figlio in questo momento? Abbiamo già visto che l'intento non è punire ma insegnare l'autocontrollo, l'importanza della condivisione e di comportamenti responsabili. 3) Come posso fornire questi insegnamenti nel modo migliore? Molto spesso i comportamenti aggressivi, celano l'incapacità di regolare i propri stati emotivi e di controllare gli impulsi. Ecco perché è molto importante crearsi un piano educativo con queste tre domande. Rispettare i loro sentimenti significa riconoscere la rabbia, la frustrazione e la loro difficoltà a gestire emozioni forti. Gli autori ci mettono in guardia anche sulle aspettative troppo alte, è importante adeguare l'educazione all'età del bambino ed evitare di pretendere troppo in base al suo sviluppo. Le sculacciate e il cervello. Una sculacciata non educa ma sposta l'attenzione dal proprio comportamento sbagliato e dalla necessità di cambiarlo, alla reazione di un genitore che sculaccia. Il bambino non penserà a ciò che ha fatto ma si concentrerà su quanto è ingiusta la sculacciata. Il nostro cervello inoltre interpreta il dolore come una minaccia, ed essendo noi anche fonte di attaccamento sicuro in quanto genitori, creerebbe incongruenza nel cervello di un bambino associare alla stessa figura anche un senso di minaccia. Il time out non fa riflettere. Anche la tecnica del time out, cioè di isolare il proprio figlio a "riflettere", non ha provato utilità. È spesso utilizzato dai genitori, anche genitori pacati e tranquilli, con l'aspettativa che il figlio trovi una soluzione e capisca di aver sbagliato. Non è così: il bambino non cerca soluzioni ma si concentra solo su quanto sono stati ingiusti i propri genitori. La verità è che quando noi lasciamo i bambini da soli a riflettere nel time out, loro non pensano a cosa hanno appena fatto di sbagliato, ma quanto siamo stati cattivi noi a punirli. La soluzione è quella di proporre di risolvere il problema: se la figlia rovescia apposta il succo d'arancia perché è arrabbiata, dovrà pulire; se il figlio esce in bicicletta senza il casco, dovrà sostenere per un paio di settimane una "ispezione di sicurezza" ogni volta che prenderà la bici nel garage. Le tre C del cervello: 1) Il cervello sta Cambiando. Il loro cervello è in continua evoluzione, dal tronco encefalico, verso la regione limbica fino a poi a raggiungere le parti alte della corteccia prefrontale mediale destinate alla pianificazione, all'immaginazione al pensiero. 2) Possiamo Cambiare il cervello. Possiamo agire sui loro comportamenti grazie alla neuroplasticità del cervello e proporre soluzioni che influenzeranno la generazione di connessioni utili. Che vogliano prendere lezioni di piano, di pratica meditativa o di karate, modificheranno in maniera significativa a livello fisico il proprio cervello in virtù della plasticità di quest'ultimo. Lo stesso meccanismo vale per l'insegnamento a comportamenti irresponsabili. 3) Il cervello è Complesso. È importante tenere a mente che il cervello di tutti noi è costituito da più parti, parti meno evolute, parti emotive, parti più evolute e astratte... Vogliamo che i nostri figli utilizzino le parti del cervello ricettivo quando proponiamo una correzione e non solamente le parti del cervello reattivo. Con questo approccio alla disciplina si favorisce un corretto sviluppo del cervello. Per esempio, quando vogliamo presentare un limite, come quello di non poter leggere un'altra storia la sera, gli autori suggeriscono di provare con un "sì condizionato" («Sì, possiamo raccontare un'altra storia, domani.») Sintonia o viziare? Entrare in sintonia significa anche prevenire. Una strategia proattiva suggerita dagli autori è quella di controllare i fondamentali, ossia le 4 A: «Forse il bambino è affamato, arrabbiato, assonnato o si sente abbandonato e solo?» Ponendosi queste domande i genitori possono organizzarsi e prevenire. Perché il primo passo deve essere necessariamente entrare in sintonia? Perché la sintonia aiuta il bambino a passare dalla reattività alla ricettività. La sintonia ha un effetto calmante e consente ai bambini di iniziare a riprendere il controllo del proprio corpo e delle proprie emozioni. La sintonia favorisce il corretto sviluppo del cervello e questo procura un immenso beneficio a lungo termine. La sintonia rafforza il rapporto con i propri figli. La sintonia ci permette di chiederci il perché reagisca con rabbia o collera e poi di guidare in modo empatico alla miglior gestione delle loro emozioni. Proprio quando i nostri figli hanno bisogno di noi a livello fisico ed emotivo, è importante che noi ci mostriamo calmi e affettuosi e che li sosteniamo entrando in sintonia con loro. Possiamo manifestare il nostro amore e al contempo porre dei limiti. Ma questo approccio non significa viziare un bambino? chiedono spesso i genitori. Gli autori mettono in chiaro che non si vizia mai un bambino amandolo e dedicandogli tempo e attenzione. La definizione di viziare è: rovinare o nuocere al carattere di una persona a causa di un'educazione troppo indulgente o di lodi eccessive. Non è questo il caso. Il circolo virtuoso della sintonia: 1) comunicare conforto, 2) legittimare, 3) ascoltare, 4) rispecchiare. Iniziamo a comunicare conforto, ricordiamoci che talvolta i bambini hanno bisogno del nostro aiuto per calmarsi e prendere le decisioni giuste. Legittimiamo, cioè resistiamo alla tentazione di negare o minimizzare il loro vissuto e le loro emozioni, ma legittimiamo queste ultime. Smettiamo di parlare e mettiamoci in ascolto, ascoltiamo anche fra le righe le loro emozioni e riconosciamo cosa ci sta dicendo veramente. Rispettiamo le loro parole dimostrando che abbiamo capito che sono arrabbiati e che "capiamo" come si sentono. Lo sviluppo della mindsight, cioè la "vista della mente", per renderli autonomi. La formula è molto semplice: insight + empatia = mindsight. L'insight è la conoscenza profonda di sé. Anziché limitarsi a dare ordini, chiediamo loro di prestare attenzione alle proprie emozioni e reazioni così da potersi autocorreggere. È importante che i bambini sviluppino l’empatia, accanto all’insight, per capire perché si sbaglia e si danneggia l'altro e che gli altri possono soffrire a causa di un nostro comportamento. L'effetto finale è l'integrazione e l'autonomia nelle rimediare al proprio sbaglio dopo aver ferito qualcuno o essersi comportati male. Reincanala. Per affrontare il comportamento sbagliato, gli autori consigliano di reincanalare utilizzando l'acronimo R-E-I-N-C-A-N-A-L-A: Riduci al minimo le parole, Esponi i fatti, evitando le prediche, INsegna gli strumenti di mindsight, Coinvolgi il bambino nella disciplina, Accetta le emozioni, Non dire un no categorico, ma un sì condizionato, Accentua il positivo e LAvora di fantasia per affrontare la situazione. Citazioni: «Al centro di ogni nostra azione dovrebbe sempre esserci il rapporto con nostro figlio.» «In genere, i nostri figli diventano aggressivi contro di noi, non perché siano violenti o perché noi abbiamo fallito come genitori. Di solito l'aggressività è riconducibile al fatto che non hanno ancora la capacità di regolare i propri stati emotivi e di controllare gli impulsi.» «La "colonna sonora dello squalo" ci allontana dal momento presente, portandoci ad attuare una educazione basata sulla paura.» «Invece di ordinare ed esigere, entriamo in sintonia mentre poniamo dei limiti.» «Mantieni la calma ed entra in sintonia.» Perché leggere questo libro: Perché mostra una disciplina amorevole e naturale. Perché è ricco di esempi personali degli autori, di loro pazienti e di molti fumetti esplicativi. Perché il concetto base della sintonia e poi della correzione è rivisto sotto molti aspetti in tutto il libro e lo rende chiaro nella realizzazione. Questa scheda è stata realizzata da Paolo M. Categoria: Genitorialità Acquista…
  • Non siamo capaci di ascoltarli di Paolo Crepet

    Non siamo capaci di ascoltarli di Paolo Crepet

    L’autore intende offrire una serie di riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza basate su osservazioni sul campo e interviste a ragazzi, genitori e insegnanti. Vengono analizzate le criticità dei ruoli della famiglia e della... Prosegui qui

    P. Crepet, Non siamo capaci di ascoltarli, Einaudi Chi è l’autore? Paolo Crepet è uno psichiatra, sociologo, educatore e opinionista. Dal 2004 è direttore scientifico della Scuola per Genitori. Insegna Culture e Linguaggi giovanili presso il corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università di Siena. Qual è l’intento dell’autore? L’autore intende offrire una serie di riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza basate su osservazioni sul campo e interviste a ragazzi, genitori e insegnanti. Vengono analizzate le criticità dei ruoli della famiglia e della scuola e le esigenze di autorevolezza e coerenza nella relazione educativa. Conosci meglio il libro: • La cultura della competitività ormai diffusa in molti contesti (scuola, tv, sport…) tende a fare richieste eccessive a bambini e ragazzi che si sentono sempre più spesso messi alla prova. Essere un vincente sembra essere l’unico obiettivo richiesto e spesso preteso dagli adulti. L’autore sottolinea che il messaggio distorto che arriva ai bambini è che si è felici quando si è vincenti e competitivi, e propone – al contrario – un’educazione basata sul valore delle emozioni, sul grado di autostima e sull’importanza delle relazioni affettive. Inoltre, emergere da giovani non significa essere automaticamente vincenti da grandi. Bambini a cui è richiesto sempre il massimo si sentiranno amati e accettati solo se e quando ottengono ottimi risultati: il danno psicologico è notevole. Valutare complessivamente un bambino/ragazzo solo sulla base della valutazione scolastica esclude tutte quelle qualità e caratteristiche che la scuola non valuta. • Adolescenza precoce. Nella società odierna i processi maturativi sembrano aver preso una forte accelerata a discapito dell’infanzia. L’autore ricorda però che il processo di maturazione comprende diversi aspetti (cognitivi, sociali, affettivi) ognuno dei quali si sviluppa con diversa rapidità. Come la sfera cognitiva, oggi stimolata dalle nuove ed avanzate tecnologie e la sfera sociale rallentata dalla scarsa autonomia dei giovani di assumersi responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Altri esempi che l’autore cita sono quelli della sfera sessuale e sentimentale: la prima divenuta sempre più precoce e accelerata rispetto alla seconda che necessità di essere supportata e valorizzata dalla scuola e dalla famiglia. La sfera affettiva ed emotiva degli adolescenti andrebbe potenziata e arricchita attraverso lo sviluppo di tutti i sensi. • Autorevolezza. L’autore ricorda quanto sia importante per la crescita e lo sviluppo dei bambini/ragazzi avere come riferimento figure genitoriali autorevoli capaci non solo di dettare regole ma anche di farle rispettare. I primi a rispettare le regole devono essere gli adulti stessi i cui comportamenti dovrebbero essere esempio di coerenza, ascolto, giudizio e tolleranza. L’autorevolezza va esercitata da entrambe le figure genitoriali: le mamme e i papà devono essere coerenti per ciò che riguarda le regole da dare ai figli e devono utilizzare i “sì” e i “no” in modo ponderato e sicuro. Troppi “sì” denotano indifferenza, poca responsabilità e sensi di colpa dei genitori che spesso si sentono troppo assenti o concentrati su altri aspetti della loro vita. I “no” e le regole necessitano di coerenza e di spiegazioni comprensibili per i figli che hanno bisogno di sentirsi tutelati e protetti. L’autore ricorda l’importanza di valorizzare l’autonomia e l’autostima dei ragazzi, fin da piccoli. Il principio dell’autonomia dovrebbe essere un obiettivo centrale per tutti i genitori/educatori che hanno il compito di valorizzare le competenze e le risorse individuali e autonome dei bambini, rendendoli indipendenti, sicuri di sé, autosufficienti e soprattutto capaci di vivere. L’autore sottolinea che in molte situazioni i genitori preferiscono protrarre la dipendenza dei figli; ma questo è solo un atto di egoismo, perché «amare significa veder crescere». • Il ruolo della scuola e degli insegnanti. Se da una parte la didattica offre sempre più opportunità formative, l’offerta educativa è carente e non permette ai ragazzi di esprimersi, di confrontarsi a livello relazionale ed emozionale e sentirsi tutelati e protetti. La mancanza di questi aspetti crea distanza tra la scuola e i giovani che hanno bisogno di sentirsi non giudicati ma ascoltati. Secondo l’autore il ruolo educativo della scuola non può prescindere dal saper ascoltare. Scuola e famiglia dovrebbero collaborare senza contrapporsi: con le loro responsabilità e competenze specifiche possono supportare adeguatamente le esigenze e i bisogni dei ragazzi. Gli insegnanti dovrebbero diventare punti di riferimento validi e stabili per lo sviluppo e la crescita dei loro allievi; spesso invece diventano il capro espiatorio per i disagi giovanili. • Per gli adolescenti, la noia è un pericolo costante, fonte di disagio psicologico ed è stata origine di piccole e grandi disgrazie. L’autore ricorda che i ragazzi più soggetti alla noia sono i privilegiati, quelli che hanno tutto e che l’eccesso di stimoli rende apatici e privi di creatività. Nei contesti sociali connotati da alto tenore di vita, i giovani si sentono frustrati rispetto alle loro eccessive aspettative, il più delle volte troppo distanti dalla realtà. Il senso di noia è generato dall’eccessiva protezione, dal superfluo e dalla mancanza di creatività: giovani alla ricerca di forti emozioni nei weekend e apatici nella loro quotidianità. L’autore dice che per capire cosa spinge un ragazzo a darsi all’eccesso e all’inusuale durante il sabato sera, è necessario capire come vive il resto della settimana, come passa il suo tempo. È evidente che se dal lunedì al venerdì le giornate sono cadenzate dalla noia e dalla ripetitività, il weekend sarà caratterizzato da una ricerca di emozioni forti al limite del controllo. Le città dovrebbero ai giovani offrire spazi e opportunità per valorizzare la creatività e rendere diversa e speciale anche la quotidianità. Citazioni: «I bambini non apprendono solo da lunghi e faticosi insegnamenti ma anche da battute e gesti apparentemente banali.» «Lo specchio è per l’adolescente lo strumento più utilizzato, indispensabile e temuto.» «La noia è un pericolo nella vita di un adolescente.» «Se pretende di educare, la scuola ha il compito di saper ascoltare.» «Eppure l’esperienza del dolore e della morte è essenziale, strategica per la costruzione dell’identità del bambino.» Perché leggere questo libro: Perché parla di tematiche giovanili spiegando in modo chiaro e comprensibile il mondo attuale delle nuove generazioni. Evidenzia la loro realtà fatta di aspettative, fragilità, e bisogni talvolta incompresi. Spiega cosa si nasconde dietro a certi atteggiamenti e comportamenti di bambini e ragazzi in modo che il lettore possa avvicinarsi al loro mondo e comprenderlo senza pregiudizi. Questa scheda è stata realizzata da Francesca Pitzolu Categoria: Genitorialità Acquista il libro…
  • A modo loro di Mel Levine

    A modo loro di Mel Levine

    L'intento dell'autore è quello di guidare insegnanti e genitori a conoscere e valorizzare le unicità dei bambini. Ognuno ha sviluppato certe abilità meglio di altre ed è di fondamentale importanza saper individuare le aree di forza e... Prosegui qui

    Mel Levine, A modo loro, Mondadori, trad. A. Baldo Chi è l’autore? Mel Levine è docente di pediatria alla North Carolina University e dirige il Clinical cCenter for the Study of Development and Learning. È uno dei cofondatori del centro All Kinds of Minds che aiuta genitori, insegnanti e medici e gli stessi bambini ad affrontare le diversità e ad adeguare l’apprendimento. Qual è l’intento dell’autore? Educare insegnanti e genitori a conoscere e valorizzare le unicità dei bambini. Ognuno ha sviluppate certe abilità meglio di altre ed è di fondamentale importanza saper individuare le aree di forza e incidere sulle carenze. Conosci meglio il libro: • I cervelli dei bambini non funzionano tutti allo stesso modo: c’è chi preferisce le immagini e chi le parole, chi vede con più interesse i dettagli e chi coglie l’argomento a grandi linee. Se noi aiutiamo i nostri figli e studenti a scoprire le proprie potenzialità, li aiutiamo a sviluppare stima per sé stessi. Conoscere la mente dei bambini è nostra gioia e responsabilità, un bambino che sente sempre ripetersi che può fare di meglio, che non si applica fino in fondo, come crediamo che si senta? E che poi deve portarsi dietro una di quelle etichette in voga come DA (disturbo dell’apprendimento) o DDA (disturbo da deficit di attenzione)? L’autore stesso racconta i suoi problemi alla scuola materna di colorare nelle righe, di ritagliare un disegno, di seguire le lezioni di ginnastica… E le goffaggini odierne come quella di piegare un foglio in tre parti per farlo entrare in una busta. • Le menti dei nostri bambini sono paragonabili a cassette degli attrezzi piene di meccanismi, le funzioni neuroevolutive. Se queste funzioni non sono totalmente operative o mature, capita spesso che la disfunzione non sia identificata e il bambino venga catalogato come distratto, svogliato, disattento. Levine distingue otto sistemi di funzionamento: il sistema di controllo dell’attenzione, il sistema mnemonico, il sistema linguistico, il sistema di ordinamento spaziale, il sistema di ordinamento sequenziale, il sistema motorio, il sistema del pensiero superiore, il sistema del pensiero sociale. Un bambino può avere scarsa memoria ma essere molto creativo, un altro può smontarti una radio ma non riuscire a leggere correttamente. • Come si sviluppa un profilo mentale piuttosto che un altro? Per un insieme di incidenze tra genetica, ambiente, stress e clima famigliare, amicizie, salute, gestione delle emozioni. Conoscere e conoscersi è il primo passo per cercare il giusto aiuto e una diagnosi precoce di certi deficit permette di intervenire efficacemente. Prendiamo il controllo dell’attenzione, secondo il modello ANSER, modello utilizzato da Levine e colleghi nel loro centro All Kinds of Minds, aiuta a scoprire dove si trovano aree di sviluppo. Ad esempio l’autore fa osservare come il bambino gestisce le sue abilità nel controllare l’attenzione: tra l’essere vigile, completare le cose, concentrarsi su un elemento attentivo escludendo altri, saper provare soddisfazione per una cosa e non continuare a ricercare stimoli eccitanti che alla fine annoiano… E poi poter prevedere le conseguenze di ciò che si fa, gestire azioni con un certo ritmo e non freneticamente e la capacità a ricevere un feedback e non chiudersi a riccio di fronte a ciò che per lui sono solo rimproveri. • Altre difficoltà possono insorgere per la differente gestione delle memorie. Le memorie sono tre: a breve termine, di lavoro e a lungo termine. La memoria a breve termine dura per circa due minuti, quella operativa (o di lavoro) serve per ricordare le fasi di ciò che si sta facendo (come la RAM nei computer), e quella a lungo termine permette di ricordare informazioni. Quali sono le difficoltà in chi pare abbia problemi di memoria? Mancanza di ripetizione e quindi intasamento della memoria di lavoro, capacità di trovare tranquillità mentale per poter eseguire ripetizioni di apprendimento che liberino la memoria operativa, capacità di memorizzare a lungo termine per associazione, per categorie o schemi e i ripetuti richiami per rinforzare la memoria a lungo termine. • È interessante sapere che si ricorda meglio dopo una bella notte di sonno e che un modo utile per ricordare le cose è cambiarle: da verbale a visiva o viceversa, da diagramma a schema… è inoltre utile collegare le nuove nozioni a ciò che già conosciamo. Per esercitare la memoria di lavoro è utile sottolineare già le parole chiave mentre si legge e poi riassumere registrando la propria voce con un registratore. • Cos’è il pensiero superiore? È la capacità che abbiamo di formulare concetti per astrarre e risolvere problemi. La risoluzione dei problemi non si valuta con un test di intelligenza o gli esami a scuola; esso corrisponde a una buona capacità di giudizio, alla presa di decisioni chiare e solide e a buone procedure di pensiero logico. Di fronte a un problema lo si dovrà individuare come tale, prevederne il risultato, valutare la fattibilità di azioni che portano alla soluzione, trovare le risorse necessarie, scegliere la o le migliori, agire, controllare che tutto funzioni, correggersi fino a che non si arriva al risultato. • Cos’è il pensiero sociale? È la capacità di interagire in modo profittevole nella società e questo richiede le seguenti abilità allenate: abilità di comprendere intenzione altrui da intonazione ed espressioni, abilità di modificare il proprio modo di parlare per adattarsi agli altri, comprensione dell’umore, capacità di assumere il punto di vista altrui, abilità ad adattarci all’umore dell’altra persona (se triste o euforica). • Primum non nocere, diceva il giuramento di Ippocrate. Il genitore dovrebbe fare molta attenzione a non danneggiare con l’essere troppo pesante, a fare paragoni tra fratelli, a denigrare, misurando le parole e le espressioni del viso e aiutando a sviluppare abilità. Il genitore dimostra vivo interesse, si dimostra curioso, impegnato e soddisfatto mentre apprende… Insomma, il genitore dà l’esempio e supporta. • L’insegnante deve ricevere la formazione adeguata perché è il punto di riferimento tra bambini, istituzioni e genitori. Agli insegnanti spetta anche l’insegnamento alla concentrazione, al rimandare la gratificazione, alla selezione dell’attenzione, a sviluppare l’immaginazione e la gestione dei problemi, alla comprensione delle diversità, alla tolleranza, empatia e socialità. Citazioni: «I sistemi sono come i personaggi principali di una rappresentazione teatrale in pieno svolgimento davanti ai nostri occhi: quando guardiamo i nostri figli crescere e maturare, dobbiamo focalizzarci sull’evoluzione di tutti gli otto sistemi.» «Come ho detto, il primo passo per aiutare uno studente in difficoltà è possedere un quadro chiaro del suo profilo neuroevolutivo, oltre che dello stato attuale delle sue capacità scolastiche e delle sue conoscenze. Si tratta di creare gli specifici punti di forza e debolezza, che possono essere evidenti oppure no. L’osservazione diretta da parte di genitori e insegnanti e l’uso di molteplici fonti di informazione consentono di ottenere una sorta di “fotografia” del soggetto.» «I punti di forza e le attitudini di un bambino sono un aspetto chiave dell’unicità della sua mente. Una volta identificati, vanno sostenuti e incoraggiati attivamente e, soprattutto fra le mura domestiche, va loro offerto un terreno fertile per crescere, anche quando non sono quelli che una madre e un padre avrebbero scelto prima della nascita.» Perché leggere questo libro: Perché tranquillizza e indirizza il genitore che ha un figlio a cui è stato diagnosticato un disturbo dell’attenzione o dell’apprendimento (tra dislessia, discalculia e associati). Perché dà soluzioni concrete sul come aiutarli passo passo e serenamente. Acquista il libro nella tua libreria preferita Noi consigliamo Il Giardino dei Libri per acquistare la tua copia
  • Ultimo banco di Giovanni Floris

    Ultimo banco di Giovanni Floris

    L'intento dell'autore è di fornirci idee per uscire dalla crisi che il nostro Paese sta affrontando. Secondo Floris bisogna rimettere al centro gli insegnanti e responsabilizzare studenti e genitori.Prosegui qui

    Giovanni Floris, Ultimo banco, Solferino Chi è l’autore? Giovanni Floris è un giornalista ed è stato corrispondente dagli Stati Uniti. È stato conduttore televisivo per dieci anni per la trasmissione “Ballarò” e attualmente conduce il talk show “di Martedì”. Inoltre ha pubblicato diversi libri. Qual è l’intento dell’autore? Per uscire dalla crisi che il nostro Paese sta affrontando bisogna rimettere al centro gli insegnanti e responsabilizzare studenti e genitori.   Conosci meglio il libro: • La classe politica rimane impopolare e anziché ricreare una sintonia aumenta la distanza di comprensione. Si dimostra approssimativa, superficiale, a caccia di scorciatoie e di una battuta brillante. L’autore suggerisce di imparare a tornare un popolo sovrano e non rimanere un popolo somaro. Dobbiamo obbligatoriamente tornare alla scuola nel senso di apprezzarla come l’unica risorsa in grado di determinare il futuro di un cittadino. • È comprensibile vedere insegnanti affetti da bornout perché se senti il peso di tutta una società addosso e poi ricevi solo gratitudine, è chiaro che c’è solo la voglia di andare via lontano e non voler mai più vedere un aula ricevimento genitori. La scuola non è solo il luogo dove si studiano le varie materie, è l’occasione che abbiamo per imparare a pensare con la nostra testa, per imparare a credere in noi stessi, nelle nostre idee e costruirci una nostra individuale identità. • Nella società italiana è venuto a mancare il rispetto verso i ruoli e le nuove tecnologie permettono l’amplificarsi e il moltiplicarsi di violenze verbali e non solo. I professori vanno in scena ogni giorno. Sono esposti a colpi di delegittimazione di varia natura. Sono spesso considerati lavoratori non a tempo pieno (non pensando alla preparazione delle lezioni, la correzione dei compiti, progetti formativi…). • Gli insegnanti sono coscienti di essere protagonisti della fase unica ed eccezionale della nostra vita, ma sanno purtroppo che noi questo aspetto lo capiremo molto tardi e che forse qualcuno non lo capirà mai. Il lavoro dell’insegnante è cambiare il futuro. O meglio, ampliare le opportunità di futuro possibile. C’è un detto che recita “Chi sa fa, chi non sa insegna”, in realtà ci dice Floris, tanta gente non sa e non sa insegnare. • Gli studenti, di contro, oggi sono con meno binari. Non sono mostri ma non hanno le coordinate su ciò che si può o non si può fare. Forse qualcuno gliele dovrebbe dare. Oggi arroganza va spesso a braccetto con insicurezza. Solitudine, assenza di confronto, mancanza di basi educative: ecco cosa devono subire oggi gli studenti, e quindi gli insegnanti. Il messaggio da far passare è che studiare non serve per lavorare ma che studiare aiuta in generale. Più sai, più discipline conosci, più problemi risolvi. • Michael Jordan ce lo insegna, un grande atleta che – a suo dire – ha fallito novemila tiri. Sono il 10% gli studenti che credono di aver già perso la partita con la vita. È tantissimo. Oggi il “devi fare del tuo meglio” è diventato il “devi diventare il migliore”. La differenza non è sinonimo di superiorità. Basta con l’eccellenza. Prima concentriamoci sulla normalità, che è un obiettivo nobilissimo e ampliamente sottovalutato. • I genitori hanno diversi approcci rispetto ai comportamenti dei loro figli: ci sono quelli poco sportivi che seguendoli nelle attività sportive dimenticano che lo sport è una scuola di vita, quelli che inseguono più o meno il percorso scolastico attraverso le chat, quelli che a priori danno sempre ragione ai figli, quelli che ritengono che il loro figlio sia un talento innato, ecc. Bisogna riscoprire il senso collettivo, il dovere di proteggere i figli propri e altrui, di cercare di essere super partes e, se serve, saper fare un passo indietro. • E la conclusione? Che il sistema scolastico non può continuare così, tra stipendi al limite europeo, tra mancanza di rispetto, assenza di formazione continua, studenti che non leggono, genitori che attaccano. E che quando c’era più rispetto in classe c’era più rispetto in Parlamento. Nella seconda Repubblica oggi gli stessi politici parlano male della politica. Difficile creare un legame tra decadimento scolastico e politico, ma è anche difficile negarlo. Per cambiare la politica, dobbiamo partire da noi, e dalla scuola. Se sappiamo di non sapere, bisogna studiare. L’ignorante al potere è convinto di poter manipolare all’infinito la realtà. Siamo tutti prigionieri di questo regresso sui banchi di scuola, quando subivamo il fascino dell’ultimo banco. Che oggi anche i bulli abbiano aspirazioni da leader è un altro segno del nostro declino. • A inizio libro Floris dice che l’insegnante non ha scuse, ebbene, il governo ne ha ancora meno. La soluzione? Usciamo dalla sindrome della rivendicazione, facciamo i conti con gli obiettivi da portare avanti e con le lacune da colmare per raggiungerli. Ecco che insegnanti e studenti tornano a piene mani a salvare l’Italia. Dobbiamo alzarci e dall’ultimo banco occupare il primo. Studenti e genitori devono rispettare l’autorità del professore, al quale viene chiesto moltissimo e gli standard di qualità si alzano. Lottiamo anche contro gli insegnanti cialtroni ma premiamo quelli bravi. Il problema non è il compenso, è l’incompetenza. Se partiamo dalla qualità, riconosceremo il giusto compenso. È una rivoluzione che dobbiamo iniziare nella nostra testa. Citazioni: «Non è che il pensiero non sia democratico: lo è. Il problema nasce quando pensiamo che la democrazia sia il diritto di non sapere.» «La scuola non è nata per formare dei lavoratori, ma degli esseri umani.» «La cultura è ciò che rimane quando hai dimenticato tutti i particolari di quello che hai studiato.» «Dobbiamo alzarci, prendere i libri e i quaderni, lasciare il nostro posto all’ultimo banco e accomodarci al primo.» «L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa» - Cesare Pavese  «Era un docente molto amato. Sapeva scherzare e dare confidenza, ma era autorevole, giusto e preparato, e nessuno di noi si sarebbe mai sognato di mancargli di rispetto. Veniva con noi a giocare a Villa Borghese, quando la scuola era occupata, e guidava la squadra da centromediano. Lo chiamavamo “il Guerriero”, perché lottava come pochi a centrocampo. Seguiva nella vita la lezione degli stoici, sempre presente, sempre in apparenza tranquillo. Nessuno sconto alla qualità del suo e del nostro lavoro. Allora ci sembrava ovvio. Non lo era, e non lo è.» «Più sai, più discipline conosci, più problemi risolvi.» «Al termine di una settimana bianca un insegnante di sci di Marilleva parlava con un ragazzino che aveva avuto una valutazione medio bassa alla fine del corso. Gli diceva: «Tu scii così, cosa cambia quante stelle ti do io? Scieresti n modo diverso se ti aggiungessi una stella?». Il discorso è ardito, ma fila: se ti bocciano, il vero problema è che sei ignorante, non che sei bocciato.» Perché leggere questo libro: Per sapere come professori e studenti possano salvare l’Italia: i professori ritrovando l’orgoglio del loro ruolo e gli studenti sapendo che con il valore dell’istruzione che acquisiscono si gioca il domani loro e della società. Acquista il libro nella tua libreria preferita Noi consigliamo Il Giardino dei Libri per acquistare la tua copia

Mindfulness & Felicità




  • Non penso dunque sono di Andrea Magrin

    Non penso dunque sono di Andrea Magrin

    L’intento dell’autore è quello di far sperimentare al lettore la possibilità di liberarsi da stress, paure,... Prosegui qui

    Andrea Magrin, Non penso dunque sono, Youcanprint Chi è l’autore? Andrea Magrin è ricercatore, scrittore, formatore ed esperto di tecniche di rilascio emozionale. Da più di 10 anni si occupa di ricerca e sviluppo personale, opera con lo stato Senzamente e con tecniche innovative che permettono il naturale riequilibrio emozionale. Qual è l’intento dell’autore? L’intento dell’autore è quello di far sperimentare al lettore la possibilità di liberarsi da stress, paure, sofferenze e fargli scoprire cosa si nasconde al di là della mente, aumentando significativamente la propria percezione e sensibilità. L’autore si augura che questo suo libro possa rappresentare un punto di svolta per il lettore che sperimenta il suo metodo e desidera tirar fuori quante più persone possibili dalla tossicodipendenza causata dalle emozioni. Questo libro insegna: ● La più potente droga al mondo. L’autore afferma che il 99% delle persone del pianeta vive in schiavitù totale, in una prigione senza sbarre, vittima inconsapevole delle peggiori atrocità che mai si possano infliggere ad un essere vivente, controllate tutto il tempo da un nemico invisibile. Questa prigione è la mente incontrollata, quella vocina, quel dialogo interno incessante, che comincia al mattino appena svegli e finisce solo quando ci si addormenta. Secondo l’autore, questa è la più grande anomalia esistente sul pianeta e, il fatto che ci identifichiamo con essa, la grande gabbia. Ogni persona con cui ha parlato l’autore è convinta che quella vocina che sente nella testa, che parla, brontola costantemente, sia la sua voce; questo è falso e, se ci si libera da questa convinzione e ci si rende conto che quella voce non lo identifica ma è uno strumento di cui si è perso il controllo, si avrà accesso al proprio vero essere, alla propria essenza. ● È possibile controllare la mente? L’autore rassicura il lettore che non è colpa sua se si sta “drogando”, perchè è una cosa che fanno tutti, per abitudine, anche se si “pensa positivo”. La mente è l'unica responsabile, che impedisce di vivere in pace e fa essere schiavi del pensiero compulsivo. Ogni volta che non c’è il controllo della propria mente, c’è sicuramente sofferenza in arrivo, mentre la normalità è: silenzio, pace, assenza di sofferenza e limiti di qualsiasi tipo. Risolvere i problemi della mente con la mente vuol dire fallire sempre e comunque. L'unica soluzione è andare al di là del problema, fermare il dialogo interno e prendere il totale controllo della propria mente, senza migliorare nulla; l'unica cosa che l'autore suggerisce di fare è «togliere pian piano ciò che non siamo, fino a far risplendere ciò che siamo». Magrin rivela il principale requisito per liberarsi dalla schiavitù della mente incontrollata: un ardente desiderio di essere liberi e di realizzare un mondo nuovo, dove la pace e la serenità non siano un'utopia, ma il fondamento della civiltà, considerando il fatto che non siamo separati dagli individui che ci circondano, ma siamo un tutt'uno con loro. ● Lo stato Senzamente. L’autore racconta che ad un certo punto del suo percorso ha compreso che la sofferenza viene creata da noi stessi e occorre assumersi la responsabilità di qualsiasi cosa attraversi il proprio cammino, immaginando che la realtà che vediamo sia proiettata da noi stessi. Siamo contemporaneamente registi e spettatori inconsci di questa realtà chiamata vita. Inoltre ha sperimentato che nel momento in cui si è arreso e ha accettato tutto così com’era, ha iniziato a sentirsi molto meglio. Il solo pensiero di non dover più “fare” qualcosa rende sereni, liberi dalla sofferenza, e fa percepire un’espansione di benessere senza limiti. Questo stato di totale assenza di pensieri è stato definito dall’autore stato Senzamente o Limitless, assenza di limiti, qualcosa di impossibile da spiegare a parole, lo si può solo provare. ● I loop. Come sottolinea l’autore, ogni volta che soffriamo o che stiamo male, o che sentiamo un limite nel fare qualcosa, lo sentiamo sempre e solo in una parte di noi, nel corpo fisico. Spesso ci identifichiamo in quelle sensazioni fisiche, che scattano quando si fa un pensiero negativo, e che non sono altro che pensieri imprigionati in una parte del corpo (stomaco, cuore, ecc..). Anche le emozioni rimangono memorizzate nel corpo e fanno in modo che questo rilasci sostanze chimiche: le emozioni sono chimica nel corpo. L’autore chiama “loop” quei blocchi che abbiamo e che ci impediscono di essere semplicemente chi siamo, che lo vogliamo oppure no. Questi “loop” consistono nell’interazione tra pensiero ed emozione; tra una parte del corpo fisico ed un pensiero. Ne abbiamo a migliaia dentro di noi, che si autoalimentano, vivono dell’attenzione che gli si dedica, sottraendoci energia. Ogni volta che si rimane intrappolati in uno di loro e ci si identifica con esso, cioè si è convinti che quel pensiero è il proprio, lo si sta alimentando e gli si sta lasciando il completo potere su di sé. Fino a che siamo “un ammasso di loop”, siamo schiavi della mente. L’autore li definisce anche sigilli, perché impediscono di vedere al di là, e mantengono integro il segreto di chi si è realmente. ● Il metodo M.A.G.R.I.N.. Attraverso un sistema in 6 passi l’autore guida il lettore verso la liberazione di tutto ciò che non siamo per ritornare ad essere “normali”, in modo da passare da uno stato di mente incontrollata ad uno stato di libertà mentale. Ogni fase corrisponde ad una lettera del cognome dell’autore: Misurare (le sensazioni / emozioni), Attivare (lo stato Senzamente), Giocare (con le emozioni / sensazioni), Rilasciare (i loop), Insistere, Neutralizzare. Il sentiero che ha tracciato l’autore è semplice e percorribile da chiunque ed è in grado di risolvere qualsiasi tipo di problema alla radice, a patto che l’utente segua bene la sequenza in ogni sua parte. ● Misurare. Come primo passo l’autore suggerisce di porsi le seguenti domande: «Dove senti l’emozione negativa quando pensi a quello che in questo momento non va nella tua vita? In quale zona del corpo?». È fondamentale essere costantemente consapevoli di quello che capita al proprio corpo e dei “loop” che impediscono di vedere chi si è realmente. L’autore suggerisce di fare una lista di tutto ciò che non va nella propria vita e scovare i primi “loop” che impediscono di essere liberi. Questa lista è composta da 3 colonne: 1) Problema - Anche solo una parola chiave che indica ciò che fa soffrire. 2) Dove lo sento e che emozione è - Qui è importante essere precisi e prestare attenzione al corpo, che indicherà chiaramente il punto dove si sente l'emozione negativa e come è fatta. 3) Intensità da 0 a 10 - Dove 10 è il massimo e 0 vuol dire assenza di emozione. Per compilare al meglio la tabella bisogna immaginare di essere nella situazione che fa star male e sentire cosa succede nel corpo. L'autore rammenta che misurare è importante, perché i cambiamenti che si otterranno in questo percorso sono talmente elevati e veloci che è necessario prendere nota di tutto ciò che si sta facendo. In pratica, quando rilasceremo i “loop” e li trasformeremo, la restante parte della mente sarà convinta che questo problema non sia mai esistito. ● Attivare lo stato Senzamente. L’autore, dopo innumerevoli ricerche e sperimentazioni, ha scoperto come entrare velocemente e in profondità nello stato Senzamente: associando EFT con il potere delle domande. EFT (Emotional Freedom Techniques) è una tecnica che consiste nel picchiettare con le dita alcuni punti del corpo, corrispondenti ai canali energetici (meridiani) usati anche in discipline come l’agopuntura. Le domande hanno il potere di portare la mente a focalizzarsi su qualsiasi cosa. Ecco la procedura per entrare in Senzamente con EFT, semplificata dall’autore: «appoggia la mano destra sul cuore, ripetendo 3 volte «Stato Senzamente» e facendo 3 respiri profondi. Dopo di che, procedi tamburellando in sequenza con tutte le dita i punti di EFT (sopra la testa, sopracciglio, lato degli occhi, sotto gli occhi, sotto il naso, mento, clavicole), per una decina di secondi, mentre ripeti la domanda «Quale sarà il mio prossimo pensiero?» e osserva quello che succede alla mente. Dopo di che fai un bel respiro profondo con la mano sul cuore e porta la tua attenzione alla sensazione piacevole che stai sentendo in questo momento. Per entrare ancora più in profondità in questo stato puoi porti le seguenti domande: «Come può essere più profondo di così?», «Come può essere più espanso di così?», «Quanto posso entrare in profondità, se volessi provarla tutta?». Scoprirai che più cercherai la fine di questo stato, più si espanderà ancora di più. Un’altra semplice domanda, utile per richiamare questa sensazione durante il giorno, è la seguente: «Dov’è il mio stato Senzamente?» Oppure: «A che profondità sono nello stato Senzamente?». Pare che questo stato si possa trasmettere alle altre persone anche a distanza – essendo noi un tutt’uno – e far percepire anche a loro un’intensa sensazione di benessere e pace. All’interno del libro, l’autore riporta altre tecniche molto efficaci tra cui la tecnica della doppia mano, presa in prestito da Tolle (maestro spirituale che ha influenzato parecchio il lavoro dell’autore), che consiste nel portare l’attenzione sul corpo fisico, osservare la sensazione piacevole di vitalità percepita e tramite questo accedere a Senzamente. ● Giocare. Molte persone prendono le cose troppo seriamente. L’obiettivo posto dall’autore è quello di essere liberi dalla sofferenza divertendosi, mantenendo un atteggiamento giocoso, come da bambini. L’autore rammenta che se non ci si diverte durante questo viaggio, se lo si rende troppo serio, si rischia di metterci ancora più tempo di quello preventivato. Quindi suggerisce di giocare con le emozioni negative, fino a che non saranno solo un lontano ricordo. ● Rilasciare. L’autore rammenta che qualsiasi cosa esce dalla mente senza il proprio consenso è una bugia e ricorda che noi non siamo le nostre emozioni, quindi invita a prestare attenzione al linguaggio, mettendo in guardia che, se sentiamo qualcosa di diverso da una pace profondissima, è legato a qualche “loop” e possiamo lasciarlo andare. A volte questo non è semplice perchè abbiamo paura di provare paura (illusione della sofferenza), paura del dolore, e dietro un’emozione negativa può esserci del piacere nascosto. Questo fa sì che le emozioni rimangano intrappolate nel corpo. L’autore consiglia di rilasciare anche le sensazioni piacevoli, come la gioia, in modo da sprofondare in un senso di pace ancora più profondo. Secondo l’autore esistono varie modalità per rilasciare i “loop”: la tecnica del distruttore di loop (c’è un intero video gratuito dedicato a questa potente tecnica), la tecnica del centro dell’emozione (si insegue l’emozione tentando di farla aumentare, entrando nel suo centro, e in genere tende a fuggire fino a svanire, lasciando spazio allo stato Senzamente), la tecnica del rilascio sopra la testa (si osserva il loop che esce dalla sommità della testa ed appena fuori si dissolve nel nulla). In caso di resistenza, l’autore consiglia di utilizzare domande del tipo: «Vuoi tenerlo?», «Ti serve, oppure puoi lasciarlo andare?». ● Insistere. L’autore mette in guardia sull’importanza di non fermarsi mai e di non trattenere nessun “loop”. Durante il percorso è normale cadere e verrà da mollare, ma se si lavora con costanza, precisione e tenacia il processo sarà ricco di soddisfazioni, ogni giorno ci si sentirà più leggeri, focalizzati, rendendo il percorso entusiasmante. ● Neutralizzare. L’autore suggerisce di applicare Senzamente e continuare a rilasciare, senza preoccuparsi di ottenere ciò che si vuole, perchè in realtà è la mente a volerlo, non siamo noi. Non potremo mai avere ciò che vogliamo se abbiamo “loop”, nemmeno usando il pensiero positivo, la legge di attrazione, o cambiando le convinzioni limitanti. L’autore afferma che le convinzioni, come tutto il resto, sono un’illusione, “loop” meno visibili, programmi che abbiamo accettato e che girano nella nostra mente. Non serve cambiare le convinzioni limitanti perché siamo esseri illimitati e l’unica cosa che ci limita sono i “loop”. L’unica cosa da fare è cercare ciò che si cela al di là della mente, dove non ci sono limiti, neutralizzare ogni loop, fino a raggiungere un livello di pace personale profondo e soddisfacente. Citazioni: «La mente incontrollata è la causa della maggior parte della sofferenza. La sofferenza è necessaria fino a quando non ci rendiamo conto di ciò che la causa.» «Dobbiamo iniziare a ragionare al di là della mente se vogliamo trovare una soluzione.» «Non credere mai alla mente, la mente mente, sempre e di continuo su qualsiasi cosa, perchè non è la padrona casa, ma uno strumento che si è impossessato di noi.» «Non devi cambiare gli altri. Tu sei gli altri.» «Guardare ogni cosa con gli occhi della consapevolezza e della compassione, è il modo più saggio di prenderci cura del mondo e di noi stessi.» Perché leggere questo libro: Perché l’autore ha preparato una serie di risorse gratuite a cui accedere in rete, in modo che il lettore abbia la possibilità di lavorare “one to one” senza sentirsi solo. Perché l’autore ha sviluppato la sua ricerca sia tra i più noti testi sacri sia nelle più recenti scoperte di fisica quantistica. Perché il libro è chiaro, è strutturato nei 6 passi e può essere applicato da chiunque. Perché la promessa dell’autore è grande: raggiungere uno stato di felicità, di amore, di pace, che non si può descrivere con le parole, che va al di là dei pensieri e delle emozioni. Questa scheda è stata realizzata da Gabriele Savino Categoria: Mindfulness & Felicità, Crescita & Sviluppo
  • Tutto il bene che mi voglio di Terenzio Traisci

    Tutto il bene che mi voglio di Terenzio Traisci

    L'autore ci spinge a riflettere su quanto amore e attenzione rivolgiamo a noi stessi. Spesso riteniamo di dover prima... Prosegui qui

    Terenzio Traisci, Tutto il bene che mi voglio, Mondadori Chi è l’autore? Psicologo del lavoro, formatore e speaker aziendale è specializzato in "Edutainment" disciplina che unisce la formazione all'intrattenimento. Ha insegnato Psicologia positiva nei corsi di Lifestyle Medicine dell'Università La Sapienza di Roma e gestione dello stress e personal branding per il Placement dell'Università Cà Foscari di Venezia e per l'Università di Trento. Qual è l’intento dell’autore? L'autore ci spinge a riflettere su quanto amore e attenzione rivolgiamo a noi stessi. Spesso riteniamo di dover prima risolvere tutte le problematiche che ci assillano, per poi dedicarci alla cura della nostra persona attraverso lo sport, una sana alimentazione e un po’ di tempo per noi. Avere amor proprio «diventa un optional», mentre invece è una condizione necessaria per risolvere problemi, raggiungere obiettivi o dedicarsi ad aiutare gli altri in condizioni psico-fisiche ottimali. Conosci meglio il libro: • C'è una grande e quanto mai ovvia distinzione tra amor proprio ed egoismo. Generalmente le persone tendono a confondere i due concetti perché l'amore verso sé stessi non è contemplato nella nostra scala di valori. Facciamo spesso riferimento all'idea che volersi bene sia pensare solo a sé, anteporre il proprio benessere a quello degli altri indistintamente. È particolarmente esplicativo l'esempio che l'autore ci suggerisce. Pensiamo ad una squadra sportiva: per raggiungere l'obiettivo è importante il contributo di tutti. Se ognuno curerà la propria preparazione atletica, l'apporto di ciascuno sarà indispensabile per la vittoria. Ogni atleta sarà di aiuto e di supporto ai compagni, il benessere psico fisico dei componenti inciderà inevitabilmente sul risultato. • Il testo si sviluppa attraverso le storie e le esperienze di cinque personaggi. Monica, Lucia, Alberto, Irene e Gianni sono persone semplici e generose con una vita comune a tanti ma che «hanno sostituito l'amor proprio con l'amore per una persona, per i figli, i nipoti, il lavoro». Monica è una donna separata con i figli piccoli che oltre ai problemi di lavoro deve gestire e far quadrare i conti familiari, Lucia è un'insegnante impegnata in un legame sentimentale insoddisfacente con una madre ammalata da accudire, Alberto è un agente di commercio stressato dal proprio capo, Irene un'infermiera super impegnata sempre pronta ad aiutare gli altri nel lavoro così come in famiglia, ed infine Gianni operaio prossimo alla pensione che, incapace di adeguarsi ai mutamenti della sua azienda, si è rifugiato nell'alcool nel cibo e nel gioco d'azzardo. Tutti tranne Gianni, riusciranno a migliorare la qualità della propria vita restituendo valore a sé stessi e ai propri desideri. Solo Gianni non ce la farà a cambiare, cosa che lo porterà purtroppo alla morte. • La prima domanda che l'autore si pone riguarda il perché molte persone non riescono ad amare sé stesse. Tra le varie motivazioni ci suggerisce di indagare sulla paura che a volte abbiamo del giudizio altrui. Temere di essere giudicati ed essere allontanati ci impedisce di dire “No” anche quando sarebbe opportuno e salutare al nostro benessere. • La possibilità di lamentarsi è un altro fattore che può ostacolarci. Lamentarsi porta sollievo e soddisfazione, risponde al nostro bisogno di importanza. Il lamento libera un neuro ormone l'ossitocina che agisce come vasodilatatore, rallenta il battito cardiaco, abbassa la percezione del dolore e contribuisce a darci sollievo da ansia e stress. L'effetto è tuttavia di breve durata e i problemi rimangono. • Ci condiziona e ci blocca anche l'idea che esista una genetica a supporto del nostro modo di essere e che pertanto il cambiamento sia difficile se non impossibile. Soprattutto l'autore si sofferma sulla capacità di gestire le emozioni e gli stati d'animo che arrivano a condizionare la biologia del nostro corpo. La PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia) sostiene che ogni emozione si ripercuote sul nostro sistema immunitario, endocrino e sulla produzione di neurotrasmettitori. Se proviamo per la maggior parte del tempo rabbia, tristezza o insoddisfazione, ne subiremo le conseguenze al livello ormonale e sul funzionamento dei nostri organi. Imparare a gestire le proprie emozioni, consapevoli della loro influenza sul nostro benessere, rientra tra le priorità di chi ha amor proprio. • Altro fattore ostativo riguarda la nostra disponibilità economica. Prenderci cura di noi è una spesa che riteniamo spesso di non poter sostenere. Dovremmo fare nostro il concetto che non stiamo sperperando denaro, ma investendo economicamente in noi stessi. Migliorare la qualità del cibo che mangiamo, oppure le nostre prestazioni fisiche o ancora dedicarci alla nostra crescita personale ci porterà benefici nell'immediato e nel lungo periodo. • La maggior parte dei testi che s’interessano di amor proprio spronano al cambiamento facendo leva sui futuri vantaggi che ne potranno derivare. Questo approccio razionale, secondo l'autore, non sempre è sufficiente. Lucia sa di portare avanti un rapporto finito ma attribuisce la sua insoddisfazione ai normali alti e bassi di una relazione. Il suo cervello rifugge dal dolore del fallimento scegliendo la via più semplice e breve: dare una giustificazione a quanto succede per paura di cambiare e di soffrire. Se al contempo la sua "neocorteccia", quindi la parte razionale di sé, le mostra i danni di questo comportamento autolesionista e i conseguenti vantaggi di una scelta orientata all' amor proprio, la "paleocorteccia" ossia il suo subconscio che, secondo le neuroscienze è responsabile dell'80% dei nostri comportamenti, resta insensibile a queste sollecitazioni e avvertimenti. L'unico modo per intervenire, secondo l'autore, è quello di parlare al nostro cervello arcaico attraverso immagini e sensazioni di dolore che evochino le conseguenze a cui andremmo incontro decidendo di non volerci bene e, nel caso di Lucia, portando avanti una relazione finita che la fa star male. «Per contrastare un dolore, un disagio, una paura, occorre creare un dolore, un disagio, una paura più grandi» ci suggerisce l’autore. • Utilizza a questo scopo delle domande guida per generare immagini che creino paura o dolore rispetto al futuro e a quello dei propri cari. In particolare, citando lo psicanalista statunitense Franz Alexander: «Quando si induce una persona a vivere esperienze emozionali diverse da quelle alle quali è abituata, si favorisce un cambiamento nella percezione del problema» e di conseguenza nei pensieri e nei comportamenti. • Le quattro A che l’autore cita a conclusione del suo percorso, riguardano i campi di intervento che è necessario curare per coltivare un sano amore verso noi stessi. Ambiente, Allenamento, Alimentazione, Atteggiamento. Trattando dell'Ambiente, Terenzio Traisci tocca quegli elementi che contribuiscono a fare del posto in cui viviamo un luogo che favorisca l'amor proprio, sia da un punto di vista fisico prestando attenzione alla luce solare, alla qualità del sonno, ai suoni, alla musica, sia circondandosi di persone che, come noi, siano attente alla salute e condividono i nostri stessi valori. Per quanto riguarda l'Allenamento ci consiglia esercizi fisici a intensità alternata da svolgere nelle prime ore del mattino, quando il livello di cortisolo nel sangue è più alto. Questo tipo di attività che ci riporta a quando l'uomo primitivo sfuggiva alle belve feroci con una corsa di intensità diversa, sembrerebbe favorire la diffusione di alcuni fattori che stimolano la rigenerazione dei neuroni e le connessioni tra essi che purtroppo si danneggiano con l'età e con lo stress. Per l'Alimentazione dovremmo ispirarci al «famoso piatto unico della salute» che prevede un pasto composto dal 50% di fibre 25% di cereali integrali e 25% di proteine. Il consiglio è comunque quello di rispettare i nostri bisogni senza essere troppo rigidi. Fondamentale è poi il nostro Atteggiamento che dipende da dove poniamo l'attenzione e dalle domande che ci facciamo. Se siamo sempre concentrati ad individuare colpe e responsabilità altrui e non ci poniamo “domande interne” manca alla nostra vita un requisito fondamentale che è l'umiltà. Essa è espressione di responsabilità ed è alla base di ogni tentativo di miglioramento e di crescita personale. Nel testo troviamo interessanti spunti di riflessione su ognuno di questi concetti e dei suggerimenti per rendere Ambiente, Allenamento, Alimentazione, Atteggiamento elementi determinanti in questo «breve corso di amor proprio », come lo definisce l'autore. Citazioni: «Quando il mondo ti tratta male, con odio, violenza, meschinità, tu raddoppia l'amore per te, perché non è dall'esterno che arriva la tua forza, ma soltanto da dentro di te.» «Penso di aver toccato il fondo talmente tante volte che anche il fondo si fosse scocciato di farsi toccare da me.» «La mancanza di amor proprio deriva dall'idea che tutto sia più importante e urgente della propria vita.» «L'insieme delle scelte che facciamo ogni giorno determina non solo la nostra vita ma anche quella di chi amiamo.» Perché leggere questo libro: Perché è un libro improntato alla sincerità ed è onesto circa le difficoltà e gli ostacoli al volersi bene. Perché chi scrive racconta anche la sua storia, i suoi momenti bui con chiarezza, umiltà, e senza remore. Perché l'autore aggiunge alla profondità dei concetti trattati un velo di ironia che rende la lettura semplice e divertente. Questa scheda è stata realizzata da Elvira Carrabba Categoria: mindfulness / felicità Acquista il libro nella tua libreria preferita Noi consigliamo Il Giardino dei Libri per acquistare la tua copia
  • QUI E ORA (Strategie quotidiane di mindfulness) di Ronald D. Siegel

    QUI E ORA (Strategie quotidiane di mindfulness) di Ronald D. Siegel

    Ci vuole guidare nella scoperta del potere della minfulness, e ci mostra come sia possibile affrontare i più disparati... Prosegui qui

    Ronald D.Siegel, QUI E ORA (Strategie quotidiane di mindfulness), Erickson, trad. G. Lo Iacono Chi è l’autore? Ronald D. Siegel è psicologo e Assistant Clinical Professor of Psychology presso la Harvard Medical School e membro dell’Istitute for Meditation and Psychotherapy. Studia da molto tempo la meditazione di consapevolezza e tiene lezioni e conferenze a livello internazionale sull’integrazione tra mindfulness e psicoterapia. Esercita privatamente come psicologo clinico. E’ autore apprezzato di manuali e testi scientifici. Vive a Lincoln nel Massachusetts e utilizza personalmente le pratiche descritte in questo libro. Qual è l’intento dell’autore? Ci vuole guidare nella scoperta del potere della minfulness, e ci mostra come sia possibile affrontare i più disparati aspetti della vita con una nuova chiave di lettura. Lungo lo svolgersi del testo, l’autore ci esorta più volte alla meditazione di consapevolezza al fine di vivere ogni esperienza con la mente del principiante, ossia a guardare ogni situazione con occhi nuovi, senza idee preformate. In questo modo possiamo vedere cosa sta realmente succedendo in quel momento. Non c’è niente di personale nel comportamento altrui, sta a noi avere una più lucida visione delle cose, e possiamo raggiungerla attraverso la pratica della meditazione. Accettazione e consapevolezza possono essere la chiave per una vita movimentata ed appagante. Questo libro insegna: Cos’è la mindfulness? L’uomo moderno è biologicamente predisposto alla ricerca del piacere e a fuggire dalla sofferenza. Proprio a causa di questo «principio del piacere» la nostra mente, per motivi scientificamente dimostrati, ci trascina verso la sofferenza psicologica: ansia, rabbia, sensi di colpa o vergogna. L'intelletto che ci ha permesso di evolversi e di arrivare al punto attuale di evoluzione pare rivoltarsi contro di noi. La mindfulness è una disciplina che si è sviluppata parallelamente in varie tradizioni nel mondo, durante migliaia di anni di evoluzione umana. Vuole portare l’essere umano ad un nuovo atteggiamento di fronte alla vita per poter alleviare le sofferenze psicologiche e darci una migliore consapevolezza nella vita. Consiste nella ricerca di un'armonia con quello che ci circonda e riportarci nella consapevolezza del momento presente. La pratica della mindfulness genera cambiamenti a livello celebrale ed immunitario oltre che di miglioramento nell’umore e maggiore impegno nelle attività lavorative: ricerche scientifiche recenti hanno dimostrato che chi è affetto da ansia presenta una attività cerebrale aumentata nella corteccia prefrontale destra, mentre chi pratica regolarmente meditazione ha una aumentata attività nella parte sinistra della corteccia prefrontale oltre che una maggiore produzione di anticorpi. Liberi dalla sofferenza emotiva: la Mindfulness può aiutarci ad abbracciare gli alti e bassi della vita anziché opporvi resistenza, è «consapevolezza dell’esperienza presente accompagnata da accettazione». Come si pratica la Mindfulness? Si tratta di presenza mentale, capacità di concentrazione sull’attimo presente. E la pratica millenaria che ci aiuta a disciplinare la nostra mente a rimanere nel momento presente, nel mondo reale, nella consapevolezza di ciò che ci circonda, è la meditazione. Nel testo l’autore offre alcuni esempi di come iniziare l’esercizio della concentrazione e della meditazione formale e informale. La pratica regolare ci darà una migliore capacità di gestire alti e bassi dei nostri stati d’animo. Lavorare con la preoccupazione e l’ansia, ci aiuta a gestire la reazione al pericolo (reale o immaginario che sia) e di imparare a vedere la paura sotto una nuova luce. L’ansia affonda le sue radici nel nostro bagaglio evoluzionistico, più precisamente nel meccanismo di lotta e fuga sviluppato per garantire la nostra sopravvivenza nella preistoria. Il nostro patrimonio genetico ci predispone all’ansia perché siamo programmati per essere sempre all’erta. Ma di cosa abbiamo paura? La vita è cambiamento, che lo vogliamo o no, e noi siamo talmente attaccati all’immagine che abbiamo di noi stessi e del nostro mondo che ogni cambiamento ci sembra una minaccia verso il nostro status. Praticare la meditazione o la mindfulness informale comprendiamo quanto rapida e mutevole sia la nostra realtà, l’immagine di noi stessi, l’avvicendarsi di eventi piacevoli e spiacevoli, emozioni positive o negative. E la sofferenza fisica? L’autore si sofferma ad analizzare il caso tipico del mal di schiena cronico che è un dolore invalidante per tantissime persone nel mondo di solito questo è dovuto a una tensione muscolare e la tensione è magari causata da un trauma mantenuta nel tempo da lo stress psicologico. Persone che non hanno mai sofferto di mal di schiena grave hanno lo stesso genere di anomalie, nella schiena, di persone che soffrono di mal di schiena cronico. Molte persone continuano a provare dolore anche dopo un intervento di riparazione riuscito. Studi scientifici dimostrano anche che il mal di schiena è diffuso a livello mondiale nelle nazioni industrializzate ed è poco diffuso in azioni in nazioni dove le persone sono più povere e fanno lavori più faticosi e più debilitanti a livello fisico. In genere ritornare a un’attività fisica impegnativa ci porta a risolvere il problema del mal di schiena cronico. Questo cosa significa? Che l’influenza psicologica è altissima. L’autore parla di «ciclo di mal di schiena cronico», ovvero il dolore innesca pensieri di preoccupazione i pensieri di preoccupazione crea ansia, l'ansia tende fa tendere i muscoli, la tensione muscolare aumenta il dolore e l dolore più intenso suscita preoccupazione più accentuate. Poi ci sono i dolori che sono dovuti alle emozioni che noi associamo al dolore quindi la paura e la preoccupazione della rabbia che abbiamo nei confronti anche di noi stessi se ci siamo fatti male. Questo è risolvibile nel momento in cui capiamo dolori e paure sono distinti l'uno dall'altro: il primo inevitabile ma sul secondo possiamo lavorare, possiamo migliorare le nostre risposte attraverso la Mindfulness. Mindfulness nelle relazioni: siamo abituati a pensare a noi stessi come una entità separata dal resto del mondo, ma è proprio così? I biologi hanno elaborato che «i nostri concetti di organismi separati sono arbitrari»: facciamo tutti parte di un sistema insieme a tutto ciò con cui interagiamo. Tutte le creature sono interconnesse. Noi siamo spugne, ricaviamo l’idea di noi stessi da come ci vedono gli altri: un bambino ignorato e criticato svilupperà una immagine di sé negativa mentre un bambino che viene amato e apprezzato avrà un’idea di sé positiva. La pratica della mindfulness aiuta a comprendere che siamo fatti anche di lati che non ci piacciono di noi, ci consente di imparare a convivere con noi stessi nella nostra interezza. Miglioriamo l’ascolto dell’altro perché mettiamo in atto la reale compassione, stare nella sofferenza altrui. Se cerchiamo di indossare una corazza per non mostrare al mondo la nostra vulnerabilità, finiamo per isolarci, mentre se accettiamo di mostrarci senza filtri, raggiungiamo una reale connessione con gli altri e anche con noi stessi. Siamo più autentici. Una delle pratiche fondamentali all’interno di una relazione è la pratica informale dei «Tre oggetti di consapevolezza». Mentre si parla con un’altra persona (compagno/a, figlio/a, amico/a), concentrarsi su tre oggetti principali: 1) Il nostro linguaggio corporeo e le nostre emozioni; 2) Il linguaggio corporeo ed emozioni dell’interlocutore; 3) Il senso di vicinanza o distanza che si prova rispetto all’interlocutore. Se la nostra mente devia da questi tre oggetti, basta riportarla gentilmente ad essi. Abbandonare le cattive abitudini: un comportamento dannoso per noi o per altri crea onde di perturbazione nella nostra mente: a determinati comportamenti corrispondono stati mentali spiacevoli. Questo perché ad un livello più alto di consapevolezza riusciamo a percepire in modo sottile le conseguenze dei nostri comportamenti nelle altre persone e riconosciamo il dolore che proveremmo noi se fossimo trattati allo stesso modo. In poche parole ci spinge ad essere compassionevoli. Cambiare il rapporto con invecchiamento, malattia e morte: invecchiando ci scopriamo ad invidiare le persone più giovani ma alcuni sondaggi ci dicono che in realtà sono proprio gli anziani a mostrare minore persistenza in stati emotivi negativi e maggiore durata di stati emotivi positivi. L’attaccamento che abbiamo a livello sociale nei confronti della giovinezza e delle immagini che essa ci evoca è il responsabile del timore di invecchiare. Abbiamo paura di affrontare una stagione della vita che non conosciamo. Praticare la Mindfulness ci può aiutare a sviluppare una accettazione dei cambiamenti della vita lasciando andare l’attaccamento, accogliendo i pensieri con il giusto distacco, stando nel momento presente e soprattutto accettando di fare parte di «una rete di vita interdipendente». L’accettazione dell’invecchiamento ci evita di sprecare un sacco di energie nel cercare di perpetuare la giovinezza e usarle per vivere una mezza età (periodo della vita che si sta sempre più allungando) piena e vitale. Citazioni: «Ciò a cui ci opponiamo persiste. Molta sofferenza nasce dall’opposizione all’esperienza.» «Il coraggio non è non avere paura: avere coraggio vuol dire essere completamente in preda alla paura e fare ugualmente ciò che ha senso fare.» «Sono un uomo molto vecchio e ho avuto un mucchio di guai, la maggior parte dei quali non mi sono mai capitati (M. Twain).» «La pratica della mindfulness ci aiuta a evitare la trappola dei pensieri controproducenti imparando a lasciarli andare.» «Il coraggio non è non aver paura: avere coraggio vuol dire essere completamente in preda alla paura e fare ugualmente ciò che ha senso fare.» «Attraverso la compassione scopri che tutti gli esseri umani sono esattamente come te (Dalai Lama).» Perché leggere questo libro: Per ogni argomento l’autore fornisce esercizi di autoanalisi e meditazioni dedicate alla risoluzione del problema. Esamina i più disparati aspetti della vita umana nelle relazioni che ognuno può avere: coppia, lavoro, genitori e figli. Può essere usato anche come un manuale di consultazione, dove trovare esercizi e meditazioni per le problematiche che si presentano. Nella seconda parte del testo, alla fine di ogni capitolo c’è un pratico riassunto delle pratiche formali e informali da lui suggerite abbinate alle situazioni in cui possono essere utili, comprese alcune pratiche veloci dette ‘salvagente’. E’ un testo che può operare una trasformazione nel nostro modo di affrontare la vita. Questa scheda è stata realizzata da Silvia Bruciamonti Categoria: Mindfulness & Felicità
  • Ipnosi in pillole di Marco Mozzoni

    Ipnosi in pillole di Marco Mozzoni

    L'intento dell'autore è quello di spiegare cosa sia l'ipnosi, quanto sia diffusa nel nostro quotidiano, come possa... Prosegui qui

    Marco Mozzoni, Ipnosi in pillole, Armando Editore Chi è l’autore? Psicologo e psicoterapeuta, Marco Mozzoni è specializzato in ipnosi clinica. Docente universitario e consulente scientifico, ha pubblicato diversi libri in campo psicologico. Dal suo sito www.ipnosiclinicaroma.it diffonde audio per approfondire e provare direttamente le induzioni ipnotiche su di sé. Qual è l’intento dell’autore? L'intento dell'autore è quello di spiegare cosa sia l'ipnosi, quanto sia diffusa nel nostro quotidiano, come possa esserci utile e sfatare qualche falso mito sull'ipnosi. Mozzoni vuole mostrare ai lettori come l'ipnosi sia per tutti e come possa facilitare il cambiamento rispetto a lunghe terapie in studio. Conosci meglio il libro: • L'ipnosi non è l'ultima spiaggia. Spesso le sedute ipnotiche vengono identificate come l'ultima possibilità che una persona si concede per cambiare, guarire, salvarsi. Mozzoni, invece, vuole farci "sapere prima" che l'ipnosi è uno strumento utile e concreto. L'ipnosi si concentra sulla persona e non sulla malattia, si focalizza su uno stato di benessere da raggiungere e non su uno stato di malessere da analizzare. «L'ipnosi si fa prima a farla che a spiegarla», insiste l'autore, infatti, l'ipnosi non è per niente un processo mentale, non è un'allucinazione e non ci fa illudere di poter escludere cose dalla vita. L'ipnosi è invece un processo molto corporeo ed equivale al ripristino di un sistema che funziona, di un sistema efficace e operativo. • Il problema "mente-cervello" è un falso problema, è un gioco illusorio di sdoppiamento. Noi siamo "uno", siamo qualcosa di squisitamente psicosomatico ed è per questo che l'ipnosi rappresenta, secondo l'autore, la via maestra per risolvere tanti nostri problemi e per potenziare le nostre capacità. Nell'edizione del manuale Principi di Neuroscienze curata da Kandel nel 2015, è scritto nero su bianco che «Il controllo delle nostre azioni è prevalentemente inconscio» come titola un capitolo del manuale. • L'autore confessa di aver deciso di lavorare con l'ipnosi perché era stanco di vedere le persone logorarsi in lunghi ed estenuanti percorsi terapeutici, “spesso inconcludenti” scrive. Mozzoni insiste: con l'ipnosi si va al sodo, concretamente e in pochi incontri. Ci dice di più l'autore, l'autoipnosi è un mezzo liberatorio, responsabile ed efficace, che i pazienti possono praticare a seguito delle sedute di ipnosi. Uno dei falsi miti è che con l'ipnosi si perda il controllo: non è così si resta vigili e si acquisisce la capacità di controllare di più, o meglio, il nostro organismo. Si acquisisce una consapevolezza maggiore e si attiva la funzione riparatrice e generativa del nostro inconscio. Secondo l'Handbook of Contemporary Clinical Hypnosis, con l'ipnosi possiamo: 1. Controllare l'ansia per ridurre la risposta allo stress, per liberarci da emozioni negative, per trattare l’insonnia e quindi ridurre l'uso di farmaci; 2. Modificare la fisiologia dell'organismo, ottimizzando le risposte immunitarie, riducendo le risposte infiammatorie per ustioni, eczemi o infiammazioni intestinali, riducendo anche i dolori mestruali; 3. Accedere ai processi inconsci per dissociare emozioni da traumi passati, per trarre risorse da eventi passati positivi e per aumentare la consapevolezza intuitiva; 4. Potenziarsi personalmente, migliorando la definizione degli obiettivi, le relazioni e la comunicazione con gli altri. • La pratica ipnotica in ambito medico è stata accertata in moltissime occasioni. L'ipnosedazione è una metodologia che combina un induzione ipnotica all'assunzione di un calmante o anestetico locale nella fase pre-operatoria. Non solo, durante un'operazione chirurgica svoltasi con ipnosedazione, il personale medico parla in tono adeguato e si evita di usare tecnicismi ansiogeni che possono turbare il paziente. Nel 2013 un'equipe medica coordinata da Enrico Facco dell'Università di Padova ha operato una giovane paziente allergica ai farmaci. Fu anestetizzata solo con l'ipnosi e, al termine dell'operazione video documentata, la paziente riferì di non aver sentito alcun dolore. Il punteggio di "suscettibilità ipnotica" della paziente, secondo la scala della Stanford Hypnotic Susceptibility Scale, la classificava con un punteggio di 8 da 0 a 12, pertanto come un paziente moderatamente ipnotizzabile. Tuttavia, tranne un temporaneo aumento della frequenza cardiaca durante l'incisione, la paziente confermò la totale assenza di dolore e la consapevolezza di ricordare perfettamente ogni fase dell'intervento senza però alcun disagio. • Ipnosi per liberarsi dall'ansia. Il succitato manuale Kandel spiega che sia nei disturbi dell'umore che nei disturbi d'ansia i sintomi hanno una componente emotiva, manifestata da stati fisiologici, cognitivi e comportamentali fuori dalla norma. L'autore ci spiega che questo stato di continua allerta, detto "arausal" ci mantiene in allerta continua: aumenta la respirazione e il battito cardiaco, distribuisce il sangue alle gambe e alla muscolatura scheletrica, proprio come se dovessimo scappare da qualche pericolo realmente esistente. Ma, con una metafora calzante, l'autore ci spiega che, se ci comportiamo sempre come un arco teso pronto a scoccare, la freccia che poi non scocchiamo mai rappresenta il mantenimento dello stato di allerta a lungo termine, ci precluderà allo stato di rilassamento e ci manterrà sempre in tensione. L'induzione ipnotica predispone la persona alla serenità e alla calma, abbassando i livelli di attivazione fisiologica, come la respirazione e le pulsazioni cardiache, rilassando i diversi distretti muscolari e modificando le dinamiche di pensiero. L'autore suggerisce anche efficaci strategie di prevenzione come la ridefinizione concettuale del termine "ansia" di per sé portatore di negatività, l'interruzione dei schemi di comportamento che provocano stati ansiogeni, l'ancoraggio a stati di benessere, cioè l'associazione di un gesto a uno stato di benessere provocato consciamente e, infine, imparare a cogliere i messaggi del corpo prima di imboccare la strada di una spirale viziosa verso l'ansia. • Ipnosi per liberarsi dalla depressione. La depressione e lo stress sono interconnessi, infatti la depressione segue un'esperienza stressante con la quale condivide diversi elementi quali lo sconvolgimento dei ritmi della fame del sonno e dell'energia. È noto negli stati depressivi che ci sia carenza del neurotrasmettitore serotonina, conosciuto appunto per la regolazione dell'umore, del sonno e dell'appetito. Il suo precursore è il triptofano, ci ricorda l'autore, presente in alimenti come il cioccolato, le banane, l'avena. L'approccio ipnotico serve alla persona che soffre di depressione perché 1. Promuove un semplice rilassamento muscolare, riducendo l'iperattività dell'amigdala e la risposta autonoma alla paura, 2. Trasforma la percezione della depressione da evento permanente a fenomeno transitorio, 3. Facilità il cambiamento dei pensieri, da pensieri ruminativi negativi a pensieri esperienziali, cioè focalizzati sui processi e sulle opportunità di liberazione mentale. Un approccio ipnotico aiuta la persona che soffre di depressione ad alzare la testa per orientarsi al futuro e sposta il fuoco dell'attenzione da sé stessi come vittime a osservatori esterni di un film che può essere cambiato. • Ipnosi per liberarsi dai disturbi psicosomatici. Esiste una profonda connessione tra ipnosi e meditazione, ci fa notare l'autore, perché entrambe ricercano la riconciliazione della relazione mente e corpo. Nel suo libro Meditazione e ipnosi, Enrico Facco, professore di anestesiologia e rianimazione all’Università di Padova, spiega come queste due pratiche «bellamente ignorate dalla cultura occidentale degli ultimi due secoli» siano attività indissolubilmente psicosomatiche. È noto che il corpo umano sia costituito da un insieme di sistemi interconnessi tra loro: il sistema nervoso, il sistema muscolo scheletrico, il sistema immunitario, respiratorio, cardiovascolare, endocrino, riproduttivo, digestivo, escretore e tegumentario (la pelle). Secondo l'Handbook of Contemporary Clinical Hypnosis, la psiche umana è alla base di tanti disturbi del sistema immunitario (es. psoriasi, pruriti, asma, verruche), del sistema autonomo (es. intestino irritabile) della distribuzione ormonale (es. dolori mestruali), del sistema cardiovascolare (es. emicranie, impotenza) e di ipersensibilità nervose (es. fibromialgia). La medicina psicosomatica studia i fattori psicologici che influiscono sulla vulnerabilità della nostra salute e anche le condizioni psicosociali per la cura dei pazienti. Secondo la "Harvard Gazzette" la diffusione di tecniche di rilassamento come la meditazione, lo yoga o la preghiera, potrebbero ridurre del 43% il bisogno dei servizi sanitari. • Ipnosi per liberarsi dai traumi. Un trauma emotivo o psicologico è il risultato di eventi straordinariamente stressanti che percepiamo come minaccia alla nostra vita e che mettono in crisi il nostro senso di sicurezza. Chi soffre del disturbo post traumatico da stress (DPTS) riscontra un'intensa attivazione dell'amigdala che interferisce con i normali processi di memoria, normalmente gestiti dall'ippocampo, e con l'attività di controllo della corteccia prefrontale. Questa intensa attività dell'amigdala condiziona la persona che soffre di DPTS continuando a riproporre in modo vivido dei ricordi spiacevoli. L'autore suggerisce strategie di auto-aiuto come il semplice non isolarsi ma chiedere il sostegno di persone care e di fiducia, stare ancorati alla realtà del mondo e programmarsi delle routine quotidiane per stare meglio e per tenere la mente occupata in modo piacevole, o anche come percepire il proprio corpo con i piedi ben piantati a terra, la sensazione del corpo appoggiato alla poltrona o ascoltare il proprio respiro. • Ipnosi per liberarsi dal dolore. Il dolore è un segnale d'allarme e ci avverte quando qualcosa non funziona fuori o dentro di noi. Ci fa ritrarre la mano davanti al fuoco o ci chiede un "time out" facendoci percepire un forte mal di testa. La matrice del dolore non è unica, è una rete neuronale diffusa che collega corteccia, talamo, sistema limbico, componenti sensoriali, affettive e cognitive e con l'ipnosi si può agire direttamente sulle stesse regioni individuate dai ricercatori durante l'attivazione del cervello in ipnosi. Infatti il dolore, ci rivela Mozzoni, si placa con il rilascio di endorfine, sostanze prodotte naturalmente dall'ipofisi. L'ipnosi può ridurre l'intensità del dolore, la paura e l'ansia, i disturbi del sonno e la sensazione di perdere il controllo. L'utilizzo dell'ipnosi e dell'auto-ipnosi nel trattamento del dolore vanta una lunga tradizione da Milton Erickson a Ernest L. Rossi suo discepolo e poi collega, eccone alcune tratte dal libro: 1. La metafora della riserva di endorfine, per la quale in trance si immagina di ridursi a dimensione microscopica per poter entrare nel proprio corpo e raggiungere un contenitore colmo di endorfine, sollevarne il coperchio e poter quindi accedere distribuire l'endorfina per l'intero organismo, 2. Le tecniche di distrazione, per cui in trance si distrae la mente dal punto che genera dolore a un luogo piacevole, reale o immaginario, sul quale concentrarsi, 3. La tecnica del film appassionante, utile per la poltrona del dentista, dove il paziente immagina di essere al cinema e di assistere a un film molto coinvolgente. • Ipnosi e sistema immunitario. Il National Institute of Health definisce il sistema immunitario come «una rete di cellule, tessuti e organi che lavorano insieme per difendere il corpo dagli attacchi di invasori esterni». Infatti, un sistema immunitario che funziona sta distinguere fra le cellule proprie e elementi estranei detti antigeni, ad esempio un virus. In condizioni anormali, il sistema immunitario può confondere ciò che è proprio con ciò che è estraneo, oppure può reagire in modo esagerato ad antigeni innocui, come per esempio nelle allergie. In trance si può immaginare il sistema immunitario come un amico, un organo amorevole che ci protegge e che può ristabilire l'equilibrio perduto. Si può lavorare sulle dinamiche della risposta immunitaria immaginando di rieducarle e di stare nuovamente bene. • Un ultimo mito da sfatare è quello sull'ipnosi regressiva. Non si tratta affatto del rivivere vite precedenti. Ci siamo fatti condizionare dalla televisione, dalla fantasia infantile di essere stati principi e principesse, da film come Highlander, Stargate o Matrix al contrario. Un altro luogo comune sull'ipnosi regressiva è quello legato al fatto di tirar fuori i problemi, scovare dei traumi infantili e, partendo dall'origine, sconfiggerli per sempre. È piuttosto il contrario, insiste l'autore, l'ipnosi regressiva serve ad accedere a ricordi piacevoli, rivivendoli intensamente e pienamente, per rinforzare le dinamiche positive della persona. Se spesso rimuginiamo sui problemi (e peggio, lo facciamo prima di andare a dormire), un’ipnosi regressiva su eventi positivi riattiva la fisiologia del momento in cui si viveva un evento piacevole e rinforza un'esperienza attraverso la riattivazione della stessa rete nervosa. Un esempio può essere quello di accedere a sensazioni positive ricordando un piacevole evento passato: viaggiare a ritroso nel passato come se sfogliassimo un album di fotografia e ci soffermassimo su ciò che vogliamo rinforzare rivivendolo intensamente. Citazioni: «Concentrarsi sulla malattia rischia di far perdere di vista la persona.» «L’ipnosi si fa prima a farla che a spiegarla.» «Ridurre a un neurone l’empatia è esattamente come ridurre l’amore a uno spermatozoo.» - Elio Franzini, ordinario di Estetica alla Statale di Milano «Credo fermamente nell’autoipnosi, che insegno ai miei pazienti per liberarli una volta per tutte dalla dipendenza dal terapeuta di turno.» «[…] provare questo modo diverso, molto più pratico di tante “pratiche” alla moda, di vivere pienamente.» «L’ipnosi è davvero di tutti e per tutti.» Perché leggere questo libro: Perché inizia con il presentare quanto siano interconnessi i sistemi nel corpo e come funzionino le varie parti del cervello e i vari neurotrasmettitori. Perché mostra come l’ipnosi sia naturale e semplice. Perché nel libro si parla anche di ipnosi per liberarsi da dipendenze, da comportamenti alimentari non funzionali, per mantenere la salute e per promuovere creatività e il potenziamento umano in generale. Questa scheda è stata realizzata da Barbara C. Categoria: Mindfulness & Felicità frase libreria
  • Andare a piedi, filosofia del camminare di Frédéric Gros

    Andare a piedi, filosofia del camminare di Frédéric Gros

    L’intento di questo libro è quello di presentare i molteplici vantaggi del camminare da un punto di vista emotivo,... Prosegui qui

    Frédéric Gros, Andare a piedi – Filosofia del camminare, Garzanti, Trad. F. Bruno Chi è l’autore? Frédéric Gros è docente di Filosofia all’Università di Parigi, è esperto di Foucault e camminare è naturalmente una delle sua passioni. Il libro, uscito in Francia nel 2009, è divenuto un sorprendente best seller. Qual è l’intento dell’autore? L’intento di questo libro è quello di presentare i molteplici vantaggi del camminare da un punto di vista emotivo, sociale, creativo e pratico. Partendo dalla storia di famosi camminatori come Nietzsche, Rimbaud, Rousseau e altri, il docente camminatore ci delizia e ci fa decisamente venire voglia di… camminare. Questo libro insegna: Cosa non è il camminare? Lo sport è calcolo, regole e tecniche, risultati e competizione. Camminare non è uno sport. «Mettere un piede davanti all’altro» ci rammenda l’autore «è un gioco da bambini.» Non esiste nessun senso di competizione, risultato o un mercato di accessori sportivi indispensabili. Ce la rende facile l’autore: per camminare occorrono le gambe, il resto è superfluo. Camminare è libertà. La marcia ci permette di staccarci dal fardello delle preoccupazioni. Non si è solo felici nonostante i problemi, ma grazie al camminare. Durante un’escursione, che piova a catinelle o che la nebbia copra la montagna bisogna solo fare una cosa: andare avanti. Camminando, ci dice l’autore, si va incontro a sé stessi, al sé autentico. Nietzsche verrà ricordato come un grande camminatore. La marcia all’aria aperta era elemento fondamentale della sua scrittura. Ad ogni rottura o strazio, ad ogni aggravamento della solitudine si accompagnava un accrescimento della sua libertà: nessun conto da rendere, nessun compromesso, una visione chiara e sgombra. Per Nietzsche la marcia è la condizione per lavorare. In La gaia scienza, Nietzsche elogia il piede: "anche il piede vuol scrivere sempre”. In Zarathustra «Le dita dei miei piedi erano attente per udirti: perché colui che danza porta l’orecchio… in quelle dita!». Ascoltare Wagner, per Nietzsche invece deprime il piede perché è impossibile provare il desiderio di ballare. Nietzsche cammina tutto il giorno e scribacchia qui e là: «ci sono pensieri che possono venire solo a duemila metri al di sopra delle pianure e delle rive smorte». Camminare è stare fuori, all’aperto. Camminare è lentezza. Il buon camminatore fa “girare” le gambe a forma di cerchi. Il cattivo camminatore si muove a scatti, va veloce a volte ma poi rallenta per il fiato corto. Camminando le cose non si muovono veramente come in treno o in bici. Le cose da lontane premono piano piano verso di noi. Rimbaud disse di sé: «Non sono altro che un pedone» e Verlaine lo chiamava “l’uomo con le suole al vento”. Rimbaud va a piedi a Parigi e poi a Bruxelles e verso il Sud. Per Rimbaud la camminata è l’unica alternativa, è rabbia e gioia, è creazione e tutta la vita. Rimbaud muore a soli 37 anni e sul registro dell’ospedale della Conception si legge: «Nato a Cherleville, di passaggio a Marsiglia». Era lì solo per ripartire. Camminare è la solitudine. Si può camminare fino a un massimo di tre o quattro persone, ciascuno al suo ritmo e senza veramente parlare. Di più è una colonia. E poi non si è mai soli del tutto: c’è sempre un altro camminatore che si incontra, c’è la natura, gli alberi, il vento, il sole e la pioggia. Camminare è silenzio. C’è il silenzio degli spazi, quello della fatica, del gran vento, dei passi che si sentono, quello delle albe e quello della neve. Soprattutto, nel camminare si sospende quel continuo parlare di lavoro, cose da fare e produrre. Rousseau afferma che non può veramente pensare, comporre o creare se non cammina. «Non faccio mai niente se non camminando, la campagna è il mio studio; la vista di un tavolo, della carta e dei libri mi affligge», e ancora: «Non ho mai tanto pensato, non sono mai tanto esistito, non ho mai tanto vissuto e non sono mai stato tanto me stesso, se così si può dire, come nei viaggi che ho fatto da solo e a piedi.» A quarant’anni Rousseau si dirige verso i sentieri e lascia i bei salotti: è homo viator, uomo che cammina, uomo naturale tra alberi e animali. Camminare è assenza di novità. Quando ci si mette in cammino le notizie dei giornali, quelle stesse che si scacciano a vicenda di giorno in giorno, non esistono più. Esiste l’eternità, quella delle pietre, delle montagne e dei ruscelli. Un’eternità che solleva dalle preoccupazioni, dall’essere assorbiti nei nostro compiti e diventare loro prigionieri, scrive l’autore. Gros scrive: «La Natura ci desta dall’incubo dell’uomo» e il camminare entra dentro. Camminare è energia. La prima energia che si percepisce camminando è la propria, e poi c’è quella della terra che respira sotto i piedi, e dei paesaggi che “convocano” il camminatore. Thoreau nasce a Boston, frequenta l’Harvard College e insegna. Poi diventa tuttofare di Rapsh Waldo Emerson e vive da autarchico in una capanna per due anni. Venne per questo arrestato per non aver pagato certe tasse a un governo che approvava ancora la schiavitù. È autore del primo trattato filosofico sulla marcia: Camminare. Thoreau intravede il futuro, la corsa al profitto, allo sfruttamento industriale e propone una sua filosofia di vita, una nuova economia, fatta non di profitto ma di “istanti di pura vita” come costo per le attività da svolgere. Quale profitto traggo da una bella passeggiata nel bosco? «Se io non sono io, chi lo sarà al mio posto?» scrive Thoreau. Per lui camminare è andare verso il nuovo, verso l’Ovest, il selvatico oltre la cultura, il vergine, oltre l’accademico. E ancora «In una bella mattina di primavera, tutti i peccati umani sono perdonati.» Kant. La sua vita, ci racconta Gros, è tutt’altro che avventurosa. Nato e defunto nella stessa città natale che non lasciò mai perché Kant diceva di essersi tracciato una via per la vita che aveva ben l’intenzione di seguire. E così fece. Oltre alla scrittura e la lettura, Kant aveva due impegni quotidiani inderogabili: camminare e mangiare (una volta al giorno). La marcia è monotona ma distoglie dalla noia, dà un impegno quotidiano e permette di non pensare. Camminare è passeggiare, e per un bambino una passeggiata è un mondo. È fantasia e immaginazione. È distensione dello spirito, è ritmo diverso, «scioglie le membra del corpo e le facoltà mentali» ci riporta Gros. La passeggiata presuppone la sospensione del lavoro, la visita di un luogo piacevole. La camminata è a volte quella cittadina del flâneur, quella di ritmi irregolari, che scivola nella folla delle concentrazioni urbane del XIX secolo. Il flâneur ci si confonde, cerca l’anonimato nelle masse di estranei e “nessuno vede che lui guarda”. Dal camminatore nella natura, questo tipo di camminata risulta stressante e senza scopo. Camminare è anche ripetizione. Piatta e monotona, ma non noiosa. La noia è assenza di prospettive. Un corpo annoiato si sdraia. La marcia non è noiosa è monotona. Si va da qualche parte e con passo uniforme. Montaigne aveva un “camminatoio” per eccitare i pensieri. I monaci invitano alla marcia per combattere l’accidia. Camminare fa “salire alle labbra” una poesia ripetitiva, è esercizio respiratorio e concentrazione (non necessariamente intellettuale). È la totalità dell’essere di una preghiera, la ripetizione instancabile di una frase che spoglia l’uomo da ciò che è superfluo e resta la preghiera. Niente borbottio, solo battito cardiaco. Citazioni: «Camminare: non si è trovato niente di meglio per andare più lentamente.» «Nel camminare, il vero segno della sicurezza è una giusta lentezza.» «Le giornate passate a camminare lentamente sono lunghissime: fanno vivere di più.» «Non avere altro da fare che camminare permette di ritrovare il puro sentimento di essere, di riscoprire la semplice gioia di esistere, quella che domina l’infanzia.» «Quando si cammina, si va da qualche parte, si è in movimento, il passo è uniforme.» Perché leggere questo libro: Perché è come leggere un testo poetico. Perché ci fa scoprire la camminata nel profondo. Perché è l’esaltazione della camminata nei suoi vari aspetti. Perché ci racconta di come grandi autori camminassero molto. Perché è talmente leggero e motivante che non ha nulla a che fare con la “motivazione” come la si intende oggi. Questa scheda è stata realizzata da Francesca R. Categoria: Mindfulness & Felicità, Salute & Benessere
  • Il dono del silenzio di Thich Nhat Hanh

    Il dono del silenzio di Thich Nhat Hanh

    L’autore intende sottolineare l’importanza che può assumere il silenzio interiore in una società alla costante... Prosegui qui

    Thich Nhat Hanh, Il dono del silenzio, Garzanti, trad. S. Caraffini Chi è l’autore? Thich Nhat Hanh, monaco buddhista, maestro zen vietnamita, poeta e pacifista, è stato candidato al Premio Nobel per la pace nel 1967. Capo della delegazione buddhista vietnamita durante gli accordi di pace di Parigi, viaggia regolarmente in America e in Europa per insegnare e guidare ritiri spirituali sull’arte della meditazione. Ha pubblicato decine di libri in inglese, francese e vietnamita. Qual è l’intento dell’autore? L’autore intende sottolineare l’importanza che può assumere il silenzio interiore in una società alla costante ricerca della felicità. Il silenzio permette infatti di ristabilire un contatto con noi stessi, liberandosi dai rimpianti e dalle sofferenze del passato nonché dalla paura per un futuro incerto. Questo libro insegna: I Quattro Nutrimenti. Il rumore fa parte della vita quotidiana di tutti: i telefoni, i messaggi sui social media, la musica, i cartelloni pubblicitari… Per questo è molto difficile trovare il silenzio, fondamentale per vivere tanto quanto l’aria. Il Buddhismo individua quattro tipi di cibo che ognuno consuma ogni giorno, i cosiddetti Quattro Nutrimenti: 1) Il cibo commestibile. La fame appaga il desiderio di non sentirsi più soli ma questo desiderio tende a riemergere subito; 2) Impressioni sensoriali. Il cibo sensoriale è costituito dalle esperienze che riceviamo attraverso occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e mente. Rientrano nel cibo sensoriale anche conversazioni, intrattenimento e musica nonché le letture e le informazioni, con cui spesso si cerca di mascherare la solitudine interiore; 3) Volizione. È ciò che ci muove e che ci fornisce uno scopo; 4) La coscienza. Può essere individuale o collettiva. La coscienza individuale è tossica se si basa su emozioni negative; è invece salutare se basata su emozioni positive. La coscienza collettiva, somma di tante coscienze individuali, può essere distruttiva: accade, per esempio, quando una folla è inferocita. L’autore sottolinea la tendenza ad assorbire le emozioni di chi ci circonda: può trattarsi di chi è propenso alla comprensione ma anche di persone ipercritiche, ansiose o che tendono a spettegolare e a lamentarsi. In quest’ultimo caso assorbiamo le loro tossine. L’autore propone un tipo di nutrimento alternativo, il respiro consapevole, descrivendo nel dettaglio come praticare questo esercizio. Radio Non-Stop Thinking. È una stazione radio interna, un incessante pensare. Anche se si è immobili e in silenzio, la mente continua a elaborare pensieri e a nutrirsi. Spesso questi pensieri sono negativi. L’autore sottolinea l’importanza che ha assunto il silenzio nella comunità in cui vive: infatti si cerca sempre di fare soltanto una cosa alla volta, es. lavare i piatti o fare una passeggiata, evitando così di parlare, proprio per spegnere il pensiero ininterrotto del cervello. L’abitudine al pensiero negativo. Secondo la psicologia buddhista, la nostra mente è suddivisa in due sezioni, paragonabili alle zone di un’abitazione. La prima si chiama coscienza deposito ed è simile al seminterrato: qui vengono conservati tutti i semi e le emozioni (es. amore, fede, perdono, gioia, ostilità, odio etc.). La seconda sezione, quella superiore, è la coscienza mentale, paragonata al soggiorno. Talvolta i semi che vivono nel seminterrato vengono stimolati e tendono quindi a manifestarsi a livello della coscienza mentale. Rabbia e dolore si trovano nascosti nel seminterrato ma spesso gli eventi del passato vengono rivissuti, portandoci a provare quelle stesse emozioni ogni giorno. Questo è il cibo tossico della nostra mente. Secondo l’autore, per evitare che la mente continui a nutrirsi di queste tossine, è necessario praticare la meditazione: dieci respiri e qualche minuto di silenzio per ritrovare la consapevolezza. L’autore suggerisce un esercizio che permette di realizzare la calma e la concentrazione e di recuperare la vita, guidando il lettore all’ascolto del proprio respiro. Silenzio tonante. L’autore insiste sui danni provocati dal consumo eccessivo di prodotti alimentari o sensoriali. Questo tipo di consumo non fa che mascherare le sensazioni piacevoli ma quando si arriva alla fine è inevitabile provare una sensazione di solitudine, rabbia e disperazione maggiori. Il consiglio dell’autore non è smettere di consumare del tutto ma di acquisire la coscienza di ciò che si fruisce. L’autore suggerisce di lasciar andare una certa immagine, una certa convinzione. Può trattarsi del desiderio di un diploma, di un posto di lavoro, di una promozione o di un partner. La felicità autentica può manifestarsi ma bisogna riuscire ad allontanare questa convinzione. Per questo è importante fermare il pensare: in questo modo riusciamo a ottenere il silenzio tonante, un atto che permette di calmare corpo e mente. Il silenzio tonante si produce quando, per esempio, riusciamo a sederci in un parco e a godere del suono di tutto ciò che ci circonda. Quel suono viene ascoltato in profondità. È un tipo di silenzio eloquente e colmo di energia. Silenzio gioioso e silenzio oppressivo. Il silenzio oppressivo è quello imposto: per esempio, un argomento delicato di cui non si vuole parlare oppure quello che segue a un litigio, anche se in questo caso il silenzio provoca ancora più rabbia e amarezza. Il silenzio gioioso o volontario è tutt’altro: è quello che si genera quando riusciamo a sederci e a respirare, a entrare in contatto con la nostra spaziosità interiore, generando così l’energia della pace e del rilassamento. Questo tipo di silenzio è benefico e molto nutriente. Ascolto profondo. L’autore invita a riflettere sulla stretta relazione che intercorre tra il silenzio interiore e l’ascolto profondo. Spesso due interlocutori parlano ma non sono pienamente connessi tra loro. Questo provoca incomprensioni e litigi. I ritmi lavorativi incalzanti non favoriscono la possibilità di ascoltare la nostra respirazione e non ci permettono di bloccare il pensiero perpetuo. Per ascoltare davvero l’interlocutore è necessario evitare di rispondere soltanto perché riteniamo corretto ciò che stiamo per dire. L’autore suggerisce piuttosto di domandarci se le nostre parole siano in grado di aiutare a guarire chi ci è di fronte. Le nostre parole devono essere pronunciate con compassione e basate sull’amore e sulla consapevolezza di essere legati gli uni agli altri. Questo è ciò che l’autore chiama retto discorso. L’ascolto è importante per poter essere un buon amico, partner, collega, genitore o insegnante ed è un requisito indispensabile per ascoltare autenticamente gli altri. La non-azione. Non va confusa con la passività. La non-azione è uno stato di apertura dinamico e creativo che permette di creare uno spazio interiore. Questo spazio interiore, questa quiete, sarà in grado di attirare anche le altre persone, che si sentiranno a proprio agio grazie a una presenza di grande qualità. Gli strumenti dell’ascolto profondo. L’ascolto profondo può essere praticato attraverso tre strumenti: 1) Una campana. È utilizzata dalle comunità religiose come richiamo in vista di un’aggregazione. Il suono gradevole di una campanella permette alla pace e alla gioia di penetrare totalmente nel corpo. Si può far suonare la campanella durante la pratica di inspirazione, che permette di rilasciare tutta la tensione; 2) Una stanza per respirare. È una stanza o una zona riservata alla meditazione, alla pace e alla quiete. L’autore suggerisce, a seguito di qualche preoccupazione, di ascoltare la campanella e di riunirsi in un luogo dedicato al respiro; 3) L’ascolto con i nostri antenati. Gli antenati non sono morti ma rivivono dentro di noi. Ci hanno trasmesso le loro esperienze, i loro talenti e la loro felicità. L’autore suggerisce di ascoltare la campanella e di invitare tutte le cellule del nostro corpo a unirsi a noi nell’ascolto: questa unione può coinvolgere anche gli antenati di tutte le generazioni. I quattro mantra. Un mantra è una sorta di formula magica che può far diventare vantaggiosa una situazione difficile. Elementi indispensabili sono però la consapevolezza e la concentrazione. I quattro mantra suggeriti dall’autore vanno utilizzati in coppia, con l’obiettivo di portare guarigione, riconciliazione e reciproca comprensione. 1) «Tesoro, sono qui per te». Prima di recitarlo bisogna praticare il respiro o la camminata consapevole. In alternativa, si possono utilizzare pratiche in grado di far sentire la persona presente nel qui e ora; 2) «Tesoro, so che ci sei e sono molto felice». Essere presente nel qui e ora permette di capire quando la persona amata soffre; 3) «Tesoro, so che soffri, ecco perché sono qui per te». Chi soffre ha bisogno di sapere che il partner è consapevole di quella sofferenza. Riconoscere la sofferenza produrrà un enorme sollievo; 4) «Tesoro, soffro; ti prego, aiutami». Se è il partner a causare sofferenza, chi pratica l’ascolto profondo pronuncerà il quarto mantra. Tuttavia, l’autore mette in guardia dall’utilizzo di questo mantra: la sofferenza può non dipendere dal partner. Potrebbe trattarsi infatti soltanto di una percezione errata. Il potere dell’immobilità. L’autore ci invita a riflettere sull’importanza di acquisire la consapevolezza di sé attraverso la pratica meditativa. La meditazione è un momento di pace che può essere introdotto in qualunque momento della quotidianità, nonostante i numerosi impegni giornalieri. Per esempio, l’autore suggerisce di iniziare un nuovo giorno con un respiro consapevole. Possiamo praticare la meditazione attraverso l’immobilità: ci si siede in silenzio e ci si concentra solo sul respiro consapevole. La camminata consapevole. Anche la camminata consapevole è una buona opportunità per creare momenti di felicità e un passo enorme verso la guarigione. A ogni passo, si inspira e si espira e si riesce così ad assaporare la sensazione dei piedi che entrano in contatto con il terreno. Ogni passo aiuta a entrare in comunione con il corpo. Durante qualsiasi attività, il silenzio e la consapevolezza permettono di riconnetterci con noi stessi. Spesso l’atto del camminare non produce alcuna consapevolezza poiché la nostra mente è altrove. Invece riuscire a calmare il corpo e la mente e sedersi solo per stare con noi stessi viene definito dall’autore un «atto rivoluzionario». La sofferenza e «l’isola del sé». La consapevolezza acquisita grazie al respiro e al silenzio riesce a metterci in contatto non soltanto con la gioia ma anche con la sofferenza. L’autore fa notare quanto spesso si tenda a evitare la sofferenza ma sottolinea anche che senza di essa non sarebbe possibile un totale sviluppo come esseri umani. Allontanare la sofferenza vuol dire non disporre di alcuna base per sviluppare la comprensione e la compassione. La sofferenza va invece riconosciuta, abbracciata e trasformata. L’autore suggerisce di praticare il respiro consapevole ogniqualvolta ci si sente tristi, agitati o impauriti: questo permette di ritrovare «l’isola del sé», che secondo il buddhismo è un luogo tranquillo dentro noi stessi. La pratica quotidiana della consapevolezza permette di tornare nell’«isola del sé» quando non vi sono difficoltà; di conseguenza, quando si dovrà affrontare un problema, sarà più facile ritrovare quel luogo sereno e sicuro. Solitudine. L’«isola del sé» non impone la solitudine. Essere soli non vuol dire non avere nessuno accanto: significa piuttosto trovarsi nel qui e ora. L’autore invita a riflettere su quanto possa essere importante sviluppare gioia e felicità in solitudine per poi condividerle con altre persone. Si può distinguere infatti l’essere soli fisicamente e l’essere se stessi e rimanere centrati in un gruppo di amici o parenti. Coltivare legami. L’autore vuole far riflettere sull’abbondanza dei mezzi di comunicazione che caratterizza la nostra epoca. Questa abbondanza, però, non riduce la solitudine dell’uomo, che anzi si rivela incapace di ascoltare veramente. L’ascolto profondo può iniziare proprio con il silenzio, mettendo a tacere la Radio Non Stop Thinking interiore. L’autore sottolinea la differenza tra il tipo di comunicazione che avviene attraverso le moderne tecnologie come cellulari e computer e una semplice lettera, rivelando quindi di preferire la seconda, che gli permette di pensare a qualcuno più a lungo. Citazioni: «Il silenzio è essenziale. Abbiamo bisogno di silenzio tanto quanto abbiamo bisogno di aria, tanto quanto le piante hanno bisogno di luce.» «Siamo quello che sentiamo e percepiamo. Se siamo arrabbiati siamo la rabbia. Se siamo innamorati siamo l’amore. Se guardiamo un innevato parco di montagna siamo la montagna. Mentre sogniamo siamo il sogno.» «Vivere in un luogo di silenzio non significa non parlare mai, non impegnarsi mai né fare cose; significa semplicemente che non siamo disturbati dentro, che non c’è un costante chiacchiericcio interiore.» «Abbiamo una naturale tendenza a voler fuggire dalla sofferenza, ma senza sofferenza non possiamo svilupparci pienamente come esseri umani.» Perché leggere questo libro: Perché attraverso la pratica del silenzio aiuta a ritrovare la serenità interiore. Perché offre un aiuto a chi si sente oppresso dal trambusto dell’era moderna. Perché suggerisce alcuni utili e semplici esercizi per trovare la pace interiore e la serenità. Perché l’autore è uno dei punti di riferimento della spiritualità mondiale. Questa scheda è stata realizzata da Fabrizio Rigante Categoria: Mindfulness & Felicità
  • La trappola della felicità di Russ Harris