Bernard Roth, Se vuoi puoi – Smettila di sognare e incomincia a fare. Prendi in mano la tua vita!, Corbaccio, trad. A. Talò
01Chi è l’autore?
Bernard Roth è docente di engineering e direttore della Hasso Plattner Institute of Design (d.school) presso la Stanford University. Nella sua carriera ha sempre sviluppato il concetto di Creative Workshop attraverso il quale ha divulgato le sue tecniche di insegnamento.
02Qual è l’intento dell’autore?
L’intento dell’autore è quello di trasferire conoscenze di self-development attraverso il “design-thinking”, metodo ideato all’inizio per trattare problemi complessi. Roth presenta esempi ed esercizi per aiutarci a vedere in modo differente la nostra vita e che possiamo realizzare ciò che abbiamo sempre voluto. Provare e realizzare sono due cose diverse, le scuse, anche se legittime, ci impediscono di procedere e il nostro cervello è un organo complesso: con l’aiuto del libro, Roth ci aiuta a coltivare un atteggiamento di mindfulness utile a generare abitudini potenzianti.
03Questo libro insegna
Il design thinking. Si tratta di un insieme di pratiche che alcuni di noi hanno sviluppato negli anni, efficaci nel risolvere le sfide della progettazione. Le sfide progettuali possono essere di qualsiasi tipo e il design thinking è un concetto privo di forma prestabilita, scelto da David Kelley, anch’egli professore di Stanford quando stava cercando di spiegare che i designer di successo hanno una forma mentale differente e un approccio innovativo rispetto a quello di tutti gli altri.
Niente è ciò che pensate che sia. Siamo noi a dare il significato ad ogni cosa. L’autore racconta che durante il suo corso propone un esercizio: cammina per l’aula e chiede ai partecipanti di scegliere qualcosa della loro vita, una cosa qualsiasi. Poi chiede loro di dichiarare che quella cosa “non ha significato”. L’esercizio serve a dimostrare che il significato delle cose non è intrinseco dell’oggetto o alla persona. Il fine è quello di far comprendere ai partecipanti che hanno liberamente scelto il significato che danno a quelle cose, relazioni, persone. Così, il fallimento, come il successo di per stesso, sono abbastanza insignificanti. Per creare nuove abitudini, è necessario secondo l’autore imparare a guardare a eventi, relazioni, cose da nuove prospettive. Molte persone infatti hanno un limite cognitivo denominato “fissità funzionale” per cui guardano le cose solo nei loro soliti contesti. L’uso delle cose in modo ordinario porta a soluzioni scontate. Le soluzioni interessanti vengono dal superamento della fissità funzionale. L’autore quindi ci suggerisce di rendere inconsueto il consueto. Smettiamo allora di etichettare il mondo, il lavoro e, in generale, la vita, per scoprire strade inaspettate. Studi recenti rinforzano il fatto che dare nuove definizioni può modificare il comportamento. Per esempio, se si chiede alle persone di essere “votanti” si hanno più risultati che se si chiede loro di “andare a votare”. Allo stesso modo ci sono meno tradimenti se si chiede a qualcuno di non comportarsi “come un traditore” piuttosto che di chiedergli di “non tradire”.
Le giustificazioni sono balle. Le giustificazioni sono un termine più garbato per “scuse”. L’autore confessa che era sempre abituato ad arrivare in ritardo alle riunioni e per cui trovava sempre una giustificazione: sul traffico, o che “cercava” di muoversi prima ma, alla fine, si faceva prendere da email e telefonate, oppure incontrava un collega e rimaneva coinvolto in una discussione. Quando si rese conto di ciò che faceva, decise di dare alla riunione la giusta attenzione che meritava, e di conseguenza partire in tempo per arrivare puntuale. Da allora Roth modificò la gestione del suo tempo in generale ed ora è conosciuto per essere uno scocciatore se qualcuno arriva in ritardo. Le giustificazioni fanno parte della nostra società e forse ci dà conforto avere l’illusione che conosciamo il motivo di ciò che facciamo (o non facciamo). A Times Square un uomo schiocca le dita e una donna gli chiede il perché lo stia facendo. Lui risponde che tiene lontane le tigri. Al che lei osserva «Signore, eccetto che allo zoo, non c’è una tigre per migliaia di chilometri.» Così lui risponde: «Vede che funziona.» Questa storia, ci fa notare l’autore, spiega una causa discutibile, cioè un’errata correlazione di causalità tra l’uomo che schiocca le dita e le tigri che sono lontane. Quando smettiamo di giustificarci, aumentiamo le possibilità di cambiare atteggiamento. Esiste una complicazione quando ci guardiamo intorno o serviamo il mondo con i nostri filtri selettivi per cui non importa quanto in modo chiaro ci sembra di interpretare la situazione, potremmo avere torto. Secondo il parere dell’autore, è inutile giustificarsi: se qualcosa non ci piace faremo diversamente la prossima volta.
Liberatevi. Un ubriaco cammina per strada da solo e sbatte contro un lampione, rimbalza all’indietro, si riprende con compostezza, fa un passo in avanti, e sbatte di nuovo contro lo stesso lampione. Rimbalza, e ancora una volta si rimette in piedi. Sbatte di nuovo. Alla fine, frustrato, si siede per terra e dice «Mi arrendo, mi hanno circondato.» Per “girare attorno al lampione” bisogna cambiare il modo in cui si pensa al problema. Possiamo, per esempio, spostarci ad un livello superiore. Ecco un esempio dell’autore, alla domanda “Come posso trovare un coniuge?” abbiamo in realtà una dichiarazione: quella di voler trovare un coniuge. Ma cosa significa questo? Volere della compagnia? Qualcuno che si prenda cura di noi? Migliorare la propria vita sociale? Diciamo che, se io credessi di volere un coniuge per soddisfare un bisogno di compagnia, la vera domanda sarebbe “Come posso trovare compagnia?” e non “Come posso trovare un coniuge?”. Quando ci sentiamo bloccati, è necessario identificare cosa ci aspettiamo dalla soluzione del problema: così che possiamo viaggiare ad un livello superiore, e quindi con una domanda migliore. Spesso è sufficiente cambiare la domanda per trovare soluzioni soddisfacenti e per far sì che le difficoltà originarie spariscano. Alcuni studenti hanno riferito all’autore che certe volte il problema originale non si risolve, ma viene rimpiazzato da uno che può essere risolto. Il reframing è la riformulazione di un problema alla cui base sta il cambiamento del punto di vista. L’autore ci suggerisce vari modi per “liberarsi”: Lavorare sodo, Creare un ambiente che supporti, Rilassarsi, Fare brainstorming, Fare elenchi e metà elenchi, Usare l’umorismo, Usare la conversazione, Illustrare un processo, Chiedersi “e se”, Lavorare a ritroso, Fare uno storyboard, Creare mappe mentali, Pensare in modo creativo… come se fossero altre parti del corpo e non il cervello a trovare le soluzioni.
Fatevi aiutare. «Quando si tratta di ottenere quello che si vuole, nella vita, è raro che si possa fare tutto da soli» ci ricorda Roth. Anziché fare più cose, farle male e di fretta possiamo imparare dagli altri, possiamo scegliere di imparare da chiunque, emulare attributi positivi e prestare attenzione a quelli negativi, possiamo imparare da un bambino o da una persona famosa. Possiamo sempre chiedere consiglio perché non sappiamo cosa possiamo ricevere fino a che non chiediamo. «I bravi artisti copiano i grandi artisti rubano», non si è certi che fu Picasso a pronunciarla. Si sa però che nel 1920 T.S. Eliot scrisse «I poeti immaturi imitano; i poeti maturi rubano; i cattivi poeti deturpano ciò che hanno preso, i bravi poeti lo migliorano, o almeno lo rendono qualcosa di diverso.» L’autore ci invita dunque a imparare che va bene costruire sulle idee degli altri e di non essere, di contro, troppo possessivi per quanto riguarda le nostre.
Fare è tutto. Quando qualcuno decide di fare qualcosa di importante è perché finalmente è scattato un interruttore. Possiamo sederci al buio e aspettare che l’interruttore scatti da solo, oppure possiamo alzarci, attraversare la stanza e farlo scattare noi stessi. «Fare richiede intenzione e attenzione.» Un conto è prendere un oggetto, un altro è provare a prendere l’oggetto. Provare può essere facile e anche divertente, ma è il fare che porta a casa i risultati. Il chirurgo estetico Maxwell Maltz scoprì che i suoi pazienti non erano poi soddisfatti in pieno dopo l’operazione ed erano alla ricerca di qualcosa in più. Il chirurgo promosse l’utilizzo delle affermazioni positive per accompagnare il cambiamento. Tuttavia, Roth dubita che queste siano sufficienti. Piuttosto suggerisce delle affermazioni che non si rivolgono direttamente al successo desiderato, ma che si concentrino sul modificare dei comportamenti. Quando la ricompensa, che l’autore chiama rinforzo, arriva solo al momento del successo, non riusciamo a creare quella giusta resilienza per superare le varie delusioni che il percorso ci riserva. Ricordiamo anche che il fallimento è un dono. Oprah Winfrey fu licenziata dal suo primo lavoro come giornalista e, se così non fosse stato, non avremmo la presentatrice di oggi. Alla d.school uno dei principi basilari è la propensione all’azione: cioè è meglio iniziare a fare qualcosa e fallire che non fare nulla e attendere.
Bada a come parli. Il modo in cui comunichiamo influenza l’opinione che gli altri si fanno di noi, e influenza anche il modo in cui vediamo le cose. In questo capitolo l’autore presenta alcune indicazioni linguistiche iniziando dalla semplice dicotomia “sì o no”, ponendo attenzione a quelle situazioni in cui diciamo una cosa ma ne intendiamo un’altra.
Altra distinzione è quella tra le congiunzioni “e e ma”, molto spesso utilizziamo “ma” al posto di “e”, e la sostituzione trasforma una dichiarazione neutra in una negativa. Per esempio “Voglio andare al cinema ma ho del lavoro da fare” oppone le due situazioni. Se invece diciamo “Voglio andare al cinema e ho del lavoro da fare” diamo per scontate che entrambe siano vere, e dal punto di vista esistenziale non sono in opposizione. La parola “ma” crea un conflitto (e qualche volta una giustificazione) che in realtà non esiste. Con la parola “e” invece non c’è il problema, possiamo scegliere o no di andare al cinema, scegliere o no di lavorare.
Tra le parole da usare il meno possibile l’autore ci ricorda il “devo”, suggerendoci che le situazioni reali sono solitamente meglio descritte con dei “voglio”. Un esercizio che l’autore propone è quello di lavorare a coppie in cui una persona formula frasi con “devo” e l’altra risponde con la riformulazione “Tu vuoi”. Ad esempio, “Devo finire il mio lavoro” e il partner ristruttura con “Tu vuoi finire il tuo lavoro”.
Il “non posso” può considerarsi in contrapposizione al “non voglio”. Usando la medesima procedura un compagno formula la frase “Non posso smettere di respirare” e l’altro risponde con “Non voglio smettere di respirare”.
Un’alternativa a questo esercizio pone in sostituzione il “voglio” al “ho bisogno” e il “mi piacerebbe” al “ho paura”. Usando “voglio” e “mi piacerebbe” al posto di “ho bisogno” e “ho paura”, ci si sente più in controllo e bene con sé stessi.
Altre due parole che sarebbe meglio evitare sono “aiuto” e “dovrei”. L’autore ci suggerisce di sostituire “aiuto” con “assistenza” perché quando aiutiamo qualcuno, finiamo col trattarlo come se fosse incapace, quando lo assistiamo restiamo al loro fianco e gli riconosciamo l’abilità. “Assistere” è un verbo che dà potere, “aiutare” è un verbo che toglie potere.
E ancora, se chiediamo a qualcuno “perché ha fatto una certa cosa”, non solo la nostra opinione non è chiara, ma diamo l’impressione di disapprovare e poniamo l’altro in una posizione di difesa. Per quanto riguarda le domande, alcune sono di rito come “Come va?” o “Come stai?” E spesso non si ascolta nemmeno la risposta. Altre domande sono invece molto potenti, perché promuovono una interazione che induce alla trasformazione. L’autore le chiama “domande generative” perché hanno l’intento di stimolare l’interazione in noi e negli altri.
Roth ci riporta spesso alla musicalità nelle parole e nei discorsi. Cosa succede se ci lamentiamo con degli amici e loro ci danno dei consigli? Li ringraziamo di solito oppure rispondiamo con la classica formula “Sì, ma…”. In questo caso vogliamo solo essere ascoltati, non vogliamo effettivamente che ci propongono delle soluzioni al problema. Quindi, all’opposto, se aiutiamo degli amici dando loro dei consigli e loro rispondono con “Sì, ma…” facciamo meglio a tacere e ad ascoltare il loro sfogo. In certi casi – ricorda l’autore – la risposta giusta è solo un orecchio comprensivo e la considerazione dei loro sentimenti.
Ricordiamoci inoltre di parlare dei nostri sentimenti; di ascoltare la storia degli altri senza interrompere, e di non far seguire subito le nostre esperienze a quelle altrui; di parlare per noi; di non giudicare; di prendere atto dei punti di vista altrui; di non chiedere dei perché che mettono sulla difensiva; e di ascoltare, naturalmente, con attenzione.
Conversazioni costruttive. Negli scambi di gruppo, sul lavoro per esempio, l’autore suggerisce una formula linguistica per esprimere una critica costruttiva. Originariamente ideato da George M. Prince, l’idea è quella di fare una critica in modo che sia di supporto e che prosegue nell’evoluzione del lavoro. Il sistema è semplice: si tratta di dire due frasi che contengono “mi piace” e un’altra che segue con un “mi piacerebbe”. Ad esempio: 1) “Mi piace il modo in cui tieni conto di questa questione, e 2) mi piace quest’altro aspetto…” Poi, dopo una breve pausa, possiamo continuare così “Mi piacerebbe se riuscissimo anche a trovare il modo per…”. Una variante al “mi piacerebbe” potrebbe essere la domanda formulata con “e se?”. Anche se l’autore confessa di preferire ancora la variante originale. In gruppi da sei-otto persone, l’autore propone un esercizio per conoscersi, facendo completare loro a turno la stessa frase che lui propone. Ad esempio: “L’ultima volta che ho riso è stata…” e tutti ripetono la frase completandola. Poi, ad ogni giro, inizia una persona diversa. Alcuni esempi di frase sono “L’ultima volta che ho pianto è stata…/ che ho avuto problemi a dormire è stata…/ che mi sono arrabbiato / che ho fatto qualcosa di brillante… / qualcosa di stupido… / che ho avuto un’esperienza mistica… / che ho rubato qualcosa… / che ho mentito… / che mi sono innamorato…” Generalmente più si rivela qualcosa di sé più si piace agli altri.
04Citazioni
«Quando fai stai usando il potere, quando cerchi di fare stai usando la forza.»
«La nostra società ama le giustificazioni. Forse ci dà conforto avere l’illusione che conosciamo il motivo di ogni cosa che facciamo.»
«Quando si tratta di ottenere quello che si vuole, nella vita, è raro che si possa fare tutto da soli.»
«Quando il rinforzo è basato solamente sul successo, non viene creata alcuna resilienza da utilizzare per superare le delusioni della vita.»
«I progetti servono a introdurre l’abitudine al successo.»
«Nessuno vuole fallire, eppure lo facciamo tutti.»
«Il successo apre la porta a un’autostima crescente.»
«L’uso di ma chiude lo spazio alla conversazione, mentre e lo apre.»
05Perché leggere questo libro
Perché è ricco di esercizi da proporre in aula. Perché fa leva sulla creatività. Perché ci ricorda l’importanza di certe formulazioni linguistiche che diamo per scontate. Perché l’autore si racconta e si fa conoscere.
Questa scheda è stata realizzata da Barbara C.. Acquista il libro nella tua libreria preferita.