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Comunicazione & Psicologia

Arte di ascoltare e mondi possibili

Come si esce dalle cornici di cui siamo parte

di Marianella Sclavi

Editore
Bruno Mondadori
Lettura
6 minuti
Scheda
n° 265

Un buon osservatore, sostiene Bateson, deve saper riconoscere la differenza fra cambiare punto di vista entro un contesto dato per scontato, e cambiare quel contesto.

Foto: Thuy su Unsplash

Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili – Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Bruno Mondadori

01Appunti di lettura

Avevo due intuizioni, la prima più chiara e netta, la seconda più implicita: 1. che l’intelligenza e la capacità di osservare fenomeni complessi avevano a che fare con le dinamiche dell’umorismo, 2. che tali dinamiche e l’input cognitivo delle emozioni erano collegati fra loro.

Tutti i principali concetti elaborati da Bateson (deuteroapprendimento, cornici, doppio vincolo) si riferiscono agli archi di possibilità che diamo per scontati e dei quali non siamo consapevoli entro i quali i nostri comportamenti si inscrivono. Da un punto di vista fenomenologico il cambiamento di questi archi di possibilità corrisponde a uscire dalle cornici di cui siamo parte e che sono parte di noi, sono parte del nostro modo di vedere e di agire. Deuteroapprendimento (o apprendere ad apprendere) è il savoir-faire che mettiamo in atto quando riusciamo ad affrontare con successo questi cambiamenti sistemici e autoriflessivi.

Un buon osservatore, sostiene Bateson, deve saper riconoscere la differenza fra cambiare punto di vista entro un contesto dato per scontato, e cambiare quel contesto.

Come si esce dalle cornici di cui siamo parte. Esempio dei 9 punti e soluzione per unirli è uscire da fuori.

Se e quando volete adottare un modo di ascoltare e osservare fenomenologico, eliminate il verbo essere dal vostro vocabolario. Al limite non dovete pensare “questa è una sedia, questo è un tavolo”, ma “vedo questa come una sedia, vedo questo come un tavolo”. Aiuta ad usare fin dall’inizio un linguaggio che non escluda che potremmo vedere le cose anche secondo delle Gestalt diverse. Il predicato “è” esclude, irrigidisce. Invece “Adesso lo vedo così…” ci induce a essere leggeri, flessibili, disponibili all’esplorazione di altri mondi possibili.

Quando diciamo “il senso è attribuito dall’osservatore” dobbiamo essere consapevoli che non esistono degli osservatori isolati, che ognuno di noi è parte di una cultura in senso antropologico e che questa cultura è parte di noi.

Afferma E. Husserl: «l’atto dinamico del conoscere implica un’operazione di riempimento che è attribuzione di senso all’oggetto della percezione».

Le sette regole dell’arte di ascoltare: 1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca. 2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista. 3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva. 4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi ma su come guardi. Il loro codice è relazionale e analogico. 5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze. 6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti. 7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé.

Quando delle cornici vengono messe in discussione, gli interlocutori in questione come gestiscono questa crisi? Mettono in atto un ascolto passivo o un ascolto attivo?

Quando un bambino impara la propria lingua materna, gioca, e gli adulti giocano con lui. Questo rapporto giocoso non è qualcosa di superfluo, di aggiuntivo, è un tratto vitale delle dinamiche emozionali e cognitive di quello che Gregory Bateson ha chiamato “deuteroapprendimento”. Se il bambino indica gli occhiali e dice “mela”, la madre non gli dirà “sbagli”, più facilmente si comporterà come se pensasse che il bambino è intelligente perché associato alla forma rotonda della mela a quella delle lenti degli occhiali e trasformerà questo errore in un gioco di apprendimento.

Nel loro libro “La realtà come costruzione sociale”, che è un po’ il testo base di una sociologia con basi fenomenologiche, Peter Berger e Thomas Luckmann parlano della “massiccia testimonianza della soggettività dell’altro” che nell’incontro diretto, faccia a faccia, ci costringe a modificare gli schemi e le tipizzazioni ai quali ci affidiamo nelle routine della vita quotidiana.

Racconta l’esperienza di Mary Care Streams quando assistito a uno scambio fra due donne in un quartiere periferico di Manila e una delle due aveva perso il figlio. Le due donne intavolano una conversazione ricca su dettagli della perdita della persona cara è una delle e quella che subisce il lutto piange e si sfoga secondo la cultura di Mary base questo sarebbe in una causa di insensibilità mentre per le due donne è una cura e attenzione all’altro. Mary base non chiama questo il senso della differenza che è il risultato di un processo di osservazione guidato dall’ascolto attivo. Mesi più tardi sempre a Manila sono l’antropologa e suo marito a subire lite il lutto di un bambino prematuro e Mary consapevole del fatto che le usanze nelle Filippine erano quelle di parlarne fino a sviscerare il dolore lascia fare perché capisce che è una modalità con la quale i vicini di casa vogliono mostrarsi attenti e premurosi.

Racconta le esperienze in Giappone di Edward Hall di quando gli hanno cambiato la camera senza avvisarlo e poi ancora e poi ancora alla fine scopre che il fatto che gli avessero cambiato la camera era un segno di appartenenza alla famiglia perché quando entro in un albergo è come se fai parte della famiglia degli albergatori e quindi se si prendono la libertà di cambiarti la stanza per altri invitati occidentali con una mentalità da occidentale è perché ti considerano parte della loro famiglia. Quindi per Hall questo non è più un insulto ma è un onore.

È stata la psicoterapeuta Virginia Satir a sottolineare per prima che i modi in cui tendiamo a reagire in condizioni di imbarazzo sono uno degli indicatori principali del nostro carattere e che una personalità matura si distingue per il ventaglio di scelte che ha a disposizione in tali occasioni e per la sensibilità per le loro conseguenze.

Parla della PNL che si pone non come una terapia ma come lo studio dei modi di operare di ogni terapia di successo, indipendentemente dai riferimenti teorici e dalle varie scuole.

Parla del libro “La struttura della magia” di Bandler e Grinder in cui sia la Satir che Bateson fanno una introduzione e Bateson scrive che Grinder e Bandler hanno fatto qualcosa di simile a ciò che lui e i suoi colleghi avevano cercato di fare 15 anni prima e “Il compito era facile: dare origine a una base teorica appropriata per la descrizione dell’interazione umana. La difficoltà stava nella parola “appropriata” e nel fatto che quanto si doveva descrivere comprendeva non solo le sequenze di eventi della comunicazione riuscita ma anche gli schemi dell’incomprensione del patogeno”. Più avanti Bateson scrive che “non ci era venuto in mente di chiederci quali fossero gli effetti delle modalità sui rapporti interpersonali e invece Grinder e Bandler sono riusciti a rendere esplicita la sintassi del modo in cui la gente evita il cambiamento e quindi del modo di aiutarla a cambiare”.

Vedo nella PNL il pericolo, nello sforzo di mettere i pazienti in grado di avere più scelte nel loro comportamento, di mettere in ombra la questione di avere più scelte anche e principalmente a livello di cornici, dove l’umorismo, il paradosso, la flessibilità e la saggezza “del giudice saggio” diventano assolutamente essenziali. (Io: e invece no).

Movimento della fine degli anni 80 chiamato “autodifesa conversazionale”.

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