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Comunicazione & Psicologia

L’illusione della memoria

di Julia Shaw

Editore
Ponte alle Grazie
Traduzione
M. Bottini
Lettura
12 minuti
Scheda
n° 252

Perché dimostra, con molti esperimenti e spiegazioni quanto la nostra memoria sia ingannevole.

Foto: Julia Maior su Unsplash

Julia Shaw, L’illusione della memoria, Ponte alle Grazie, trad. M. Bottini

01Chi è l’autore?

Julia Shaw è professoressa associata alla London South Bank University dove insegna criminologia e psicologia. Tiene conferenze ed è esperta criminologa coinvolta nei casi di testimonianze cruciali, aiuta la Polizia a conoscere certi meccanismi della memoria.

02Qual è l’intento dell’autore?

L’intento di questo libro è molto chiaro: l’autrice vuole provarci, e ci riesce con successo, che la nostra memoria non è sinonimo di verità ed esperienza, bensì di molte stratificazioni dovute a tempo, emozioni, pensieri, esperienze, distorsioni… Racconta che ha anche convinto persone nei suoi esperimenti ad aver commesso atti in passato che erano però totalmente falsi, adducendo a finte testimonianze e ricordi. Oltre all’anatomia del cervello e la biologia nei ricordi, esiste l’ambiente sociale a contraffare la nostra memoria.

03Questo libro insegna

I ricordi della nascita. Ci sono persone che giurano di ricordarsi la sala parto di quando sono nati o altri elementi dei primi giorni di vita, gli psicologi chiamano questi ricordi “ricordi impossibili”. Il cervello dei neonati non è fisiologicamente in grado di formare o trattenere ricordi, molto probabilmente si tratta di immagini provenienti da fonti esterne come fotografie o racconti. Uno dei primi esperimenti che ha dimostrato la facilità di “creare” ricordi è stato condotto nel 1995 da Ira Hyman e Joel Pentland su 65 persone alle quali era stato detto di venir testate per la precisione di ricordi lontani. In realtà, oltre a testare ricordi prima dei sei anni, i ricercatori inserivano un falso ricordo tra quelli raccontati dai parenti dei soggetti e lo ri-raccontavano come se fosse veramente accaduto. Esempio: a 5 anni il soggetto, allora bambino, avrebbe rovesciato una zuppiera sui genitori della sposa a un matrimonio di amici di famiglia. Tra altri veri ricordi questo si confondeva. Aggiunsero la richiesta di immaginare vividamente il ricordo così da rievocarlo nella mente, chiudendo gli occhi ed evocando dettagli che sorgevano alla mente. Il 25% delle persone non solo ci credette ma fornì ricordi falsi dell’evento, il 12,5% dei partecipanti diceva di non ricordare i dettagli ma prendeva per vero l’evento.

La memoria a breve termine. È un sistema del cervello che può trattenere piccole quantità di informazioni per periodi di tempo limitati, per esempio come i loop fonologici per ricordare un numero di telefono. Nel 1956 George Miller individua con il numero sette, più o meno due, la capacità di memoria a breve termine. Nel 2001 Nelson Cowan dell’Università del Missouri afferma che il numero magico potrebbe essere quattro soltanto e non sette. La maturazione della rete fronto-parietale del cervello è responsabile dello sviluppo della memoria a breve termine. L’utilizzo di questa è strettamente legato al pensiero superiore gestito dal lobo frontale in sinergia con i sensi e il linguaggio nel lobo parietale. Più esistono schemi di memoria esistenti per capire cosa stiamo vedendo e ricordando, più la memoria a breve termine saprà dove collocare gli elementi; inoltre più raggruppiamo le informazioni durante l’esecuzione di un compito, che George Miller chiamò chunking, più il nostro processo cognitivo sarà di livello superiore. La memoria a lungo termine si riferisce per gli studiosi a tutto ciò che supera i 30 secondi, tuttavia questa memoria include anche i ricordi che conserviamo fino alla morte e che durano quindi per giorni o anni o tutta la vita. Questo dimostra che prima dei tre anni circa le strutture cerebrali necessarie alla memoria a breve termine sono inesistenti perché tutto è nuovo emozionante e sconosciuto. Non sappiamo giudicare cosa sia importante né disponiamo le conoscenze linguistiche per dare un senso al mondo, l’autrice ci dice che i bambini piccoli hanno ricordi ma che sono diversi e che non durano e saranno memorizzate forme semplici di colore o forma ma per il massimo di un giorno o poco più, infatti i bambini di due anni possono già ricordare alcuni eventi per un anno. L’ippocampo e la parte del lobo frontale responsabile della memoria a lungo termine iniziano a svilupparsi dopo gli otto nove mesi. E le strutture principali coinvolte nella memoria come l’ippocampo continuano a maturare anche nei primi anni dell’età adulta, infatti oggi si parla di adolescenza estesa fino ai 25 anni.

Potatura. Il volume del cervello infantile aumenta del 101% il primo anno e poi un ulteriore 15% nel secondo eppure gli adulti trattengono un 41% di neuroni in meno rispetto ai neonati in aree importanti del cervello che svolgono ruoli di memoria e di pensiero, questo avviene perché la potatura di neuroni extra rende il cervello più efficiente e ottimizza l’utilizzo dei percorsi lasciando spazio alle informazioni più importanti e durature. Se il cervello perde i neuroni guadagna in sinapsi mentre a metà dell’adolescenza avviene lo sfoltimento di queste ultime così da restare solamente sulle connessioni più necessarie e liberarsi di quelle superflue. Secondo la scienza siamo sottoposti a una sorta di pulizie di primavera, ecco perché a 5 anni i bambini elencano i nomi di tutti i dinosauri mentre se ne sono scordati in prima superiore.

Bugs Bunny a Disneyland. La meta memoria è la consapevolezza e la conoscenza della propria memoria. Nel 2002 Kathryn Braun ha condotto uno studio per cui ha associato a un’esperienza molto comune a molti bambini statunitensi, cioè una gita a Disneyland, a un evento impossibile cioè quello di stringere la mano a Bugs Bunny personaggio della Warner Bros e non di Disneyland. Fu sufficiente aver abbinato all’esposizione i ricordi reali per far sì che molti soggetti dell’esperimento credettero di avere effettivamente stretto la mano a Bugs Bunny.

Ricordare è percepire. I bias di percezione influiscono sulle decisioni anche nei procedimenti legali: si pensi a quando si considera una persona degna di fiducia. L’affidabilità è un concetto che si basa sulla prima impressione e sulle informazioni pregresse. Uno studio del 2013 dimostra come giurati siano stati influenzati da fotografie di potenziali sospettati e storielle su crimini commessi, più o meno vere, e dal coinvolgimento automatico della loro memoria nella formulazione di ipotesi. In due secondi, massimo 5 minuti, ci costruiamo un giudizio intuitivo (thin-slicing) sull’interlocutore che abbiamo di fronte e i nostri ricordi di esperienze passate influenzano il nostro giudizio.

La fusione dei ricordi è la norma per tutte le creature. Nel 2015 fu pubblicata una ricerca sulla memoria dei bombi, specie di apidi studiata per avere già una straordinaria capacità di apprendimento. I bombi furono esposti a tre tipi di fiori e si testava la loro capacità di ricordare quelli su cui posarsi: il primo fiore era di anelli bianchi e neri e il secondo di colore giallo. Se ai bombi veniva poi richiesto di posarsi su un terzo fiore, giallo e nero, in prossimità dell’esperimento sceglievano invece quello giallo perché era fresco nella memoria a breve termine. Invece, con un intervallo di qualche giorno i bombi sceglievano sempre e costantemente il terzo fiore, quello giallo e nero. Ciò significa che il ricordo nel cervello dei bombi era stato cambiato e avevano fuso il ricordo del primo fiore con il secondo.

Rinforzo a lungo termine. Nel suo De memoria et reminiscentia Aristotele spiega che esistono quattro leggi di associazione 1- la legge di somiglianza per cui un’esperienza, un ricordo di un oggetto rievoca ciò che è simile a quell’oggetto, 2- la legge di contrarietà che è l’opposto della prima 3- la legge di contiguità per cui un’esperienza, un ricordo di un oggetto rievoca ciò di cui si è fatto esperienza insieme a quell’oggetto e 4- la legge di frequenza per cui maggiore è la frequenza con cui abbiamo fatto esperienza di due cose, maggiore è la probabilità che l’esperienza e un ricordo dell’una rievochi l’altra. Michael Baudly nel 2015 ha pubblicato i risultati di vent’anni di studi arrivando alla conclusione che quando una connessione tra neuroni è fortemente o ripetutamente attivata e l’influenza di enzimi chiamati calpaine attivate dalla ripetuta connessione tra neuroni, questa stessa connessione diventa più forte e si trasforma in un ricordo duraturo. Il premio Nobel Eric Kandel, pioniere nello studio della memoria, ha osservato le lumache di mare e la formazione di sinapsi con il coinvolgimento di una proteina responsabile della memoria a lungo termine il Prione. Riconosciuto dalle persone come un agente patogeno collegato all’Alzheimer e al morbo della mucca pazza in realtà è stato provato da Kandel stesso che aiuta a stabilizzare le sinapsi che consentono la formazione dei ricordi a lungo termine. In qualche modo, se le calpaine sono gli architetti nelle sinapsi, i prioni ne sono gli operai che rendono stabili i cambiamenti.

L’attenzione è un prerequisito per la formazione della memoria. È infatti il collante tra la realtà e la memoria. Se non prestiamo attenzione a uno stimolo presente nel nostro ambiente, non possiamo ricordarlo. Noi abbiamo bisogno di percepire le cose attraverso i sensi. Per poterle codificare abbiamo quindi bisogno di vederle, udirle, sentirle, annusarle e assaggiarle per ricordarle. Infatti un bambino impara di più dal vivo che da qualsiasi altro stimolo, compresi gli stimoli visivi. Noi attiviamo una costante cecità selettiva quando filtriamo la realtà. In un esperimento di Harvard nel 1999 veniva chiesto ai partecipanti di guardare un breve filmato in cui un gruppo di persone si passava la palla e di contare il numero dei passaggi. Alla fine del video veniva chiesto loro quanti passaggi erano stati effettuati e se avessero visto o no un gorilla attraversare lo schermo. Chiaramente le persone si chiedevano perché mai avrebbero dovuto vedere un gorilla, eppure una figurante in costume da gorilla aveva effettivamente attraversato il gruppo di persone che si passava la palla camminando lentamente. Il 46% dei partecipanti all’esperimento non aveva notato la donna travestita da gorilla, perché era troppo intento a contare i passaggi. E se l’attenzione influenza la memoria, anche la memoria influenza l’attenzione indicando quali sono le informazioni importanti da osservare sulla base delle proprie esperienze passate. Pertanto memoria e attenzione si influenzano costantemente a vicenda per aggiornare la nuova rappresentazione interiore del mondo.

Testimonianze imperfette. Grazie al test del DNA un progetto americano, The Innocence Project, è riuscito a rimediare ad errori giudiziari che ricorrevano solamente alle testimonianze, liberando 337 persone incarcerate per reati mai commessi. In questi casi i difetti di memoria hanno avuto un ruolo importante per il 75%. La nostra memoria è influenzata dai bias psicologici su cui interpretiamo i fatti. L’autrice ci parla di due bias che condizionano la nostra interpretazione dei fatti: 1. Uno è l’over confidence per cui siamo più sicuri di noi stessi e delle nostre abilità rispetto agli altri; 2. L’altro è l’illusione dell’interpretazione asimmetrica “illusion of asymmetric insight” per cui noi pensiamo che la controparte non potrà mai capire il nostro punto di vista, mentre noi capiamo perfettamente il loro. Un altro bias di cui ci parla l’autrice è l’effetto “altra razza”. Non importa a quale razza apparteniamo, noi ricordiamo meglio i volti della nostra etnia e confondiamo, procurando gravi problemi al sistema giudiziario, persone di altre etnie diverse dalla nostra. Simili all’effetto razza esistono altri bias cognitivi come quello dell’età diversa o del genere, pertanto l’alterità costituisce di fatto una seccatura per la nostra memoria.

Dove ti trovavi l’11 settembre? Le cosiddette flashbulb memories o “ricordi lampo” sono quei ricordi fotografici molto vividi e precisi di un contesto in cui abbiamo appreso un’importante notizia storica oramai legati indissolubilmente all’apprendimento della notizia. Per restare nella memoria l’evento deve 1) generare un alto livello di sorpresa, 2) deve avere un alto livello di consequenzialità e 3) deve produrre una forte attivazione emotiva. L’autrice ci riferisce che lei riesce a far credere alle persone cose che non sono mai accadute. Deliberatamente, crea le condizioni ideali per lo sviluppo dell’illusione di una memoria: 1. recluta partecipanti; 2. indaga il loro passato con parenti e amici dei soggetti; 3. sceglie quelli che non hanno vissuto gli eventi che lei “impianterà” nella loro memoria; 4. I partecipanti vengono convocati convinti che si tratti di uno studio sulla memoria emotiva. Vengono intervistati su un ricordo di un vero evento emozionale vissuto per dare credibilità all’intervista, 5. A questo punto l’autrice introduce un evento falso, nel caso specifico un piccolo reato che il soggetto avrebbe commesso e per cui ha avuto a che fare con la polizia, riferendo che è un episodio raccontato dai parenti e che il soggetto ha vissuto ad un’età giovanile; 6. In tale sede i partecipanti affermano di non ricordare nulla, così l’autrice si presta a ricordare l’evento fornendo dettagli. Li invita perfino a chiudere gli occhi e a immaginare come sarebbe stato l’evento. Li rimanda a casa; 7. Quando tornano, l’autrice comincia a fare domande su altri eventi veramente accaduti e poi l’intruso. A questo punto, c’è chi “ricorda” dettagli; 8. Tre giorni dopo tornano ancora e riferiscono un numero enorme di dettagli. Quante persone hanno effettivamente generato falsi ricordi? Il 70% dei partecipanti ha creato vividi ricordi falsi dopo questo procedimento di installazione.

Internet tra distrazione e memoria esterna. Il neuroscienziato Earl Miller del MIT ci ricorda che non è possibile svolgere bene più attività nello stesso momento, e chi afferma di poterlo fare si sta illudendo. Secondo Miller non si tratta di “multitasking” ma di “task-switching” ossia cambio di compito volontario. Quando le persone credono di svolgere più attività insieme in realtà stanno velocemente passando da un compito all’altro e questo ha un costo cognitivo. L’impatto del Task switching è stato testato sulla memoria e il richiamo di informazioni. Nel 2012 uno studio su 1834 studenti universitari intervistati sul loro uso dei social ha riferito che molti di loro dedicavano ogni giorno molto tempo all’utilizzo delle tecnologie di informazione e comunicazione. Risultò che gli studenti trascorrevano in media oltre due ore al giorno eseguendo attività diverse mentre stavano sui libri. I ricercatori hanno riscontrato una correlazione negativa con il rendimento scolastico maggiore era l’uso di queste tecnologie nelle ore di studio peggiori erano i voti. Un altro effetto provocato dall’utilizzo di Internet è l’amnesia digitale per cui Google è diventato una forma primaria di memoria esterna in cui i dati vengono archiviati fuori da noi e in modo collettivo. Betsy Sparrow dell’università di Columbia ci fa notare che stiamo diventando simbiotici con i nostri strumenti informatici in modo interconnesso così da ricordare meno le informazioni piuttosto che il posto in cui possono essere recuperate.

04Citazioni

«Se non prestiamo attenzione a uno stimolo presente nel nostro ambiente, non possiamo ricordarlo.»

«Ricordo che durante la prima lezione del primo corso sulla memoria che ho frequentato all’università, il professore prese un foglio di carta. Dopo aver atteso che 150 studenti entusiasti si sistemassero nell’aula, lo sollevò annunciando: “Questo è ciò che accade nel mondo intorno a noi!” Poi piegò il foglio a metà. “Questo è quello che percepite.” Lo piegò ancora a metà. “Questo è quello a cui prestate attenzione.” Lo piegò di nuovo. “Questo è ciò che vi interessa.” Un’altra piega. “Questo è quello che il cervello trasforma in engrammi. E questo…” (Piegò il foglio un’ultima volta: a quel punto era solo una piccola parte della dimensione originale) “è quello a cui potete avere accesso e che in seguito potrete recuperare.”»

«I falsi ricordi sembrano reali a chi li richiama alla mente e quindi anche alle altre persone: possono diventare parte del passato personale del soggetto che ricorda indipendentemente dal fatto che siano accaduti o meno.»

«Se un albero cade nella foresta, ma non c’è nessuno a sentirlo, fa rumore? Se date una festa, ma nessuno la commenta su Facebook, c’è stata davvero? Se avete un’opinione, ma non la scrivete su Twitter è veramente importante?»

05Perché leggere questo libro

Perché è ricco di informazioni aggiornate sulla memoria. Perché dimostra, con molti esperimenti e spiegazioni quanto la nostra memoria sia ingannevole. Perché ci spiega come la memoria sia correlata alle emozioni, all’attenzione e alla società.

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