Dalai Lama, Howard Cutler, L’arte della felicità, Mondadori, trad. L. Serra
01Chi è l’autore?
Howard Cutler è uno psichiatra americano che dal 1982 si è interessato al buddismo tibetano, per anni e per diversi libri ha collaborato con il Dalai Lama. Il 14° Dalai Lama è Tenzin Gyatso, Sua Santità, carica spirituale e politica del popolo tibetano, nel 1989 è stato insignito del premio Nobel per la pace. Dal 1959 vive in India in esilio.
02Qual è l’intento dell’autore?
Nel libro, Howard Cutler intervista il Dalai Lama per più incontri tra India e Stati Uniti dove il Dalai Lama si era recato per tenere diverse conferenze in Arizona. Cutler e il Dalai Lama esplorano emozioni e situazioni di conflitti a cui tutti siamo esposti e confrontano l’approccio occidentale a quello buddista per trovare, spesso, molti punti di incontro.
03Questo libro insegna
Il diritto alla felicità. Il Dalai Lama crede che se alleniamo la mente (che per lui – da radice tibetana sem – è anche spirito e psiche) e adottiamo una buona disciplina interiore possiamo mutare il nostro atteggiamento, la nostra visione del mondo e il nostro approccio alla vita. Il suo suggerimento è molto pratico: individuare cosa provoca sofferenza e iniziare a eliminare i fattori scatenanti, nel frattempo coltivare ciò che contribuisce alla felicità. Che capiti un colpo di fortuna, come vincere a una lotteria, o una disgrazia, come ritrovarsi malati di AIDS come capitò a un amico dello psichiatra che scrive il libro, si è arrivati alla conclusione che la felicità è più uno stato mentale e dopo un iniziale periodo di euforia nel primo caso e di disorientamento nel secondo, poi la mente ritrova il proprio stato originario e il “solito” umore. Ricercatori dell’Illinois hanno analizzato persone che avevano vinto la lotteria e chi si era ammalato di cancro e, in entrambi gli estremi, l’umore non veniva compromesso da eventi esterni. E allora cosa influisce sulla felicità?
Le fonti della felicità. A prescindere dal corredo genetico e dal “livello di contentezza di cui ci ha forniti la natura”, la felicità quotidiana è non poco influenzata da come percepiamo le cose. 1. Ciò che non giova alla felicità è sicuramente il confronto con gli altri, perfino giocatori professionisti con alti stipendi, arrivano a lamentarsi perché i colleghi della squadra guadagnano più di loro. 2. Altra fonte di infelicità è un apparente desiderio appagato che però a lungo termine porta a conseguenze negative per la persona. Gli autori invitano a chiedersi in questo caso: “ma ho davvero bisogno di tali oggetti?” L’avidità è ironica: per quanto sia rivolta alla soddisfazione, anche dopo l’acquisizione dell’oggetto del desiderio non procura contentezza. 3. «Il vero antidoto all’avidità è l’appagamento.» Quest’ultimo si ottiene non tanto nell’ottenere ciò che vogliamo, quanto nel volere e apprezzare ciò che abbiamo. Christopher Reeve ne è l’esempio estremo: nel 1994 cadde da cavallo per poi restare paralizzato. Intervistato in seguito, riconobbe la disperazione iniziale, fino a poter affermare di sentirsi profondamente fortunato per avere la sua famiglia accanto, aver beneficiato dei progressi della scienza e che – anche grazie alla sua situazione – progressi potevano essere fatti. Per Reeve guardare con valore a ciò che si ha divenne vitale, e fu grato di non aver riportato lesioni al cervello e di poter usare ancora la propria mente. 4. Trovare punti in comune tra le persone ci fa sentire più vicini e diminuisce le diversità. Il Dalai Lama ci ricorda sempre che siamo tutti parte della stessa comunità umana e questo gli basta per generare un senso di comunanza. 5. La felicità poi non è il piacere. Il piacere è sensoriale e instabile, intenso ma passeggero. La vera felicità per il Dalai Lama è associata alla liberazione, dove non vi è più sofferenza: è questa secondo lui la gioia autentica. La domanda da porsi è: “questa cosa mi darebbe più piacere o più felicità?” Spesso la scelta “giusta” è quella più faticosa, anche se portatrice di felicità. Anche Epicuro che nel III sec a.C. diceva «Il piacere sia l’inizio e la fine della vita felice» parlava di senso comune e moderazione. E poi, esiste piacere e piacere: quello dato da un bel bagno caldo e quello da una striscia di cocaina. Per prevenire l’autodistruzione, partiamo dall’inizio, dalla ricerca della felicità e non solo del piacere.
Addestramento alla felicità. Non abbiamo bisogno di un corpo perfetto, fama, soldi, partner perfetti, lo strumento per il conseguimento della felicità è la mente. Nel buddhismo il principio di causalità è considerato una legge naturale e, anche se lo consideriamo nel quotidiano, possiamo pensare tutti al fatto che se non vogliamo che qualcosa ci arrivi dobbiamo assicurarci che certe condizioni non si verifichino e viceversa. «Il discorso vale anche per gli stati e le esperienze mentali.» ci ricorda il Dalai Lama intervistato a riguardo da Cutler. Per il Dalai Lama compassione e gentilezza ci aiutano a vivere meglio insieme agli altri e anche a coltivare una migliore salute psicologica e maggior felicità. I cambiamenti sono graduali e costanti secondo il Dalai Lama, la sera possiamo chiederci se abbiamo vissuto la giornata che volevamo e semmai correggere l’operato, rafforzando a poco a poco gli aspetti positivi. Tutto si raggiunge con un graduale processo di familiarizzazione e con la pratica. Il cervello è dotato di duttilità, cioè la capacità di cambiare e riconfigurare le connessioni in base a nuovi pensieri ed esperienze. Un esperimento dei National Institutes of Mental Health propose l’apprendimento di un semplice compito motorio a sei soggetti che, dopo 4 settimane di ripetizione riscontrarono un’espansione dell’area del cervello utilizzata attraverso la risonanza magnetica di controllo. La ripetizione e la pratica «avevano indotto il “reclutamento” di nuovi neuroni e modificato le connessioni neuronali originarie.» L’autodisciplina promossa dal Dalai Lama può, a prima vista, cozzare con un senso di spontanea ricerca della felicità, il Dalai Lama allora ci ricorda che l’apprendimento non è solo cerebrale e che l’innocenza non è sinonimo di felicità. La conoscenza può aiutarci a utilizzare l’intelletto al servizio dell’impegno nelle azioni morali e nel coltivare la bontà d’animo. Cutler ci ricorda che la felicità è innata e la violenza non lo è condividendo con i lettori le conclusioni della Dichiarazione sulla Violenza di Siviglia (1986). Venti scienziati da tutto il mondo riuniti affermarono che “è scientificamente scorretto parlare di una tendenza innata a fare la guerra o agire in maniera violenta”.
La solitudine e la connessione. La solitudine si annulla, per il Dalai Lama, se consideriamo gli altri come noi, in maniera positiva e se cerchiamo in loro i lati migliori. Tale atteggiamento produce empatia e solidarietà. Cutler propone una domanda diretta: “come si fa a non subire la paura o l’ansia di essere mal considerati o mal giudicati dagli altri?” A tale domanda il Dalai Lama risponde che se ci avviciniamo agli altri con sentimento di apertura e compassione ridurremo automaticamente la paura. L’apertura ci permette di instaurare un dialogo significativo con il prossimo. Se invece siamo chiusi, irritati o indifferenti «quand’anche si avvicinasse il nostro migliore amico ci sentiremmo a disagio.» Cutler in un passaggio mentre ascoltava il Dalai Lama, iniziò a pensare alla sua camicia, a chi l’avesse confezionata e trasportata e venduta. A chi avesse coltivato il cotone, raccolto, tessuto il cotone. Alle centinaia di persone coinvolte nella sua vita inconsapevolmente e questo gli fece pensare che il Dalai Lama avesse pienamente ragione, essere soli è una chimera.
Compassione nelle relazioni. Anche coltivare un senso di intimità giova alla salute e oggi pare molti ne risentano. Per avvicinarsi agli altri in maniera proficua e ridurre i conflitti, il Dalai Lama consiglia di allenare l’essere compassionevoli e coltivare “amore dentro”. Per sviluppare la compassione allora – facendo un passo indietro – il Dalai Lama propone di coltivare la gentilezza e l’empatia. Mettersi nei panni altrui non è certo un’operazione facile e il Dalai Lama suggerisce di tenere conto anche del suo retroterra culturale, oltre che punti di vista ed esperienze. Cutler racconta di un tassista che in India aveva cercato di raggirarlo e della sua amica che è riuscita a mettersi nei panni del tassista: entrambi vogliono mangiare, dormire, fornire sostentamento alla famiglia, vogliono sentirsi bene. Il tassista passa tutto il giorno seduto in un’auto soffocante e senza aria condizionata e probabilmente invidia i ricchi occidentali che trasporta. L’unico modo che il tassista sente per giustificare il suo dovere è forse quello di trovare espedienti per arrotondare qualche soldo in più sulla corsa. Cutler racconta l’aneddoto non per giustificare il tassista ma per dimostrare come la rabbia possa svanire sfruttando l’empatia. Rapportarsi all’altro su un livello profondo sfruttando l’empatia è la via per le relazioni coniugali durature secondo il Dalai Lama. Lo psicologo di Harvard David McClelland mostrò a degli studenti delle immagini di Madre Teresa mentre prestava soccorso a dei bisognosi. I soggetti riferirono di aver provato sentimenti di compassione. In seguito lo psicologo analizzò la saliva dei volontari e rilevò un aumento di immunoglobulina A, un anticorpo che aiuta a combattere le infezioni respiratorie. Non solo, James House dell’università del Michigan ha riscontrato una diretta correlazione tra livello di compassione e miglioramento delle aspettative di vita.
Elaborare la sofferenza. Nella vita quotidiana la sofferenza non può essere ignorata, è inevitabile come la vecchiaia, le malattie e la morte. Il suggerimento del Dalai Lama è quello di affrontarla in maniera diretta. Se preventivamente dedichiamo tempo alla riflessione sulla vecchiaia o sulla malattia e la morte quando diventeranno tangibili la nostra mente sarà più stabile e preparata perché avremo già acquisito familiarità con il problema. Ciò non toglie il carico di difficoltà concrete da affrontare allevia solo l’impatto mentale. Se ci liberiamo dalle cause del dolore possiamo conseguire uno stato di liberazione, secondo il pensiero buddista le principali cause del dolore sono l’ignoranza, la brama e l’odio, definiti i “tre veleni della mente”. Cutler commenta il pensiero buddista riflettendo sul fatto che capire il dolore ci permette di accettarne le inevitabili sofferenze e di assegnare ai problemi quotidiani il giusto valore: proprio come il signore di mezza età elegante distinto che si presentò in studio tempo addietro dallo psichiatra per parlare della ex moglie con appellativi rabbiosi per poi scoprire parlando che il divorzio era avvenuto 17 anni prima. «Spesso – fa notare il Dalai Lama – accresciamo la pena e la sofferenza con l’ipersensibilità, reagendo troppo a fatti di lieve entità o prendendo tutto in maniera troppo personale.»
Karma e impermanenza. Il concetto di karma è un processo molto attivo, si intende azione compiuta da un agente cioè noi stessi. Non si deve cedere alla passività ed evitare di prendere iniziative personali con la scusa del karma, perché il tipo di futuro che ci attende dipenderà da quanto facciamo nel presente. Il karma è quindi una forza attiva: riduciamo la sensazione che i nostri cuori siano giusti e agiamo. Il concetto di impermanenza è presente nel pensiero buddista ed è importante per la via verso l’illuminazione. Sul piano quotidiano è importante contemplare la propria impermanenza, cioè il fatto che la vita sia effimera, per permetterci di sfruttare il nostro tempo nel modo più vantaggioso. Il carattere impermanente dei fenomeni ci aiuta a comprendere la vera natura della realtà, in Occidente l’impermanenza la definiremmo come il continuo mutamento perché è indubbio che «la vita è cambiamento».
Cambiare ottica. Quando subentrano difficoltà nella vita la nostra visione dei fatti sembra restringersi, tendiamo a concentrare l’attenzione solo sul problema di avere l’impressione addirittura di essere gli unici a dover affrontare qualsiasi difficoltà. Cambiare ottica e ampliarla ci aiuta a considerare il problema da una prospettiva differente e a sapere di non essere gli unici e di poter contare attorno a noi. Il Dalai Lama fa l’esempio dell’occupazione cinese in Tibet e ci parla di “nemico”, in questo caso fisico e reale, che ci permette di praticare la pazienza. Per noi i nostri nemici e ostacoli possono essere delle opportunità per allenare pazienza e tolleranza. La capacità di mutare prospettiva e di considerare i problemi da differenti angolazioni è dovuta alla duttilità della mente. Cutler si stupisce come il Dalai Lama possa passare dall’attenzione rivolta al panorama verso il bocciolo di una piantina davanti a sé. Per affrontare veramente i problemi è importante porsi su differenti livelli: dell’individuo, della comunità e del mondo. La vita di oggi è caratterizzata da cambiamenti improvvisi e una mente duttile è fondamentale sia per comprendere le trasformazioni esterne sia per integrare le nostre ambivalenze, incongruenze e i nostri conflitti interni. Alla domanda se sente mai di essere troppo rigido nel suo atteggiamento, il Dalai Lama risponde in modo spiritoso ammettendo certe volte di essere l’opposto, cioè troppo duttile. Così duttile che se arriva una persona e spiega il suo punto di vista e lui lo trova ragionevole, gli darà ragione; se poi arriva un’altra persona ed espone il punto di vista opposto in modo altrettanto valido, il Dalai Lama sarà tentato di dare ragione anche a questa persona. Si può quindi essere coerenti con se stessi su valori fondamentali e rimanere al contempo flessibili? Il Dalai Lama per esserci riuscito seguendo tre semplici principi basilari: 1) sono un essere umano, 2) voglio essere felice non soffrire, 3) come me anche gli altri esseri umani vogliono essere felici e non soffrire.
Il dolore e l’empatia. L’empatia è la capacità di metterci in relazione con i sentimenti e le sofferenze altrui. Nel suo libro Pain: the gift nobody wants, Paul Brand analizza lo scopo del dolore fisico. Chirurgo di fama mondiale specializzato nella cura della lebbra, passò l’infanzia in India. Figlio di missionari, era circondato da gente con grandi sofferenze. La lebbra provocava la perdita della sensazione del dolore negli arti e quindi i malati per la strada non si rendevano conto di avere ossa sporgenti o ratti che mangiavano, che rosicchiavano le dita delle mani e dei piedi mentre loro dormivano per strada… Il dolore ha uno scopo molto importante che è quello di proteggerci dai danni al corpo, pertanto la sgradevolezza del dolore ci costringe ad affrontare i problemi. Inoltre, la risposta emotiva al dolore è più dovuta all’apprendimento che all’istinto. La mente pare che stabilisca in quale modo dobbiamo percepire il male fisico per preoccuparcene. Il nostro atteggiamento quindi influenza il grado di sofferenza da percepire in base all’intervento che riteniamo adeguato. Per il buddhismo il dolore non è solo un’allerta, è anche un elemento di unificazione, del nostro corpo e con gli altri.
Produrre il cambiamento. Il solo apprendimento non basta per voler cambiare, bisogna far crescere a tal punto la consapevolezza e il forte desiderio al cambiamento per generare in noi stessi un grande entusiasmo e un senso di urgenza. Per alimentare il senso di urgenza il buddhismo suggerisce di ricordare l’impermanenza della nostra esistenza e di usare quindi ogni momento della vita. Per contrastare la pigrizia e la debolezza mentale di fronte al cambiamento è importante continuamente ricordare a se stessi gli effetti distruttivi del comportamento negativo che si vuole cambiare. «Tutto è dovuto alla forza dell’abitudine» dice il Dalai Lama e continua «Credo quindi che, con uno sforzo costante, possiamo vincere qualsiasi tipo di condizionamento negativo e cambiare in maniera positiva la nostra vita. Bisogna però capire che il cambiamento autentico non avviene dal giorno alla notte.» Il Dalai Lama suggerisce anche di sviluppare la capacità di dialogare con se stessi tra le varie parti, tra i vari atteggiamenti in una sorta di rapporto dialettico.
Vincere la collera e l’odio. Per il Dalai Lama non si può pensare di eliminare delle emozioni negative, è più utile coltivare con cura i loro antidoti. Nel caso della collera e dell’odio, gli antidoti sono la pazienza e la tolleranza. La collera e l’odio sono passioni che, se prive di controllo, rischiano di aumentare progressivamente. Se ci si abitua sempre di più a sfogarle in modo non produttivo non si ridurranno ma cresceranno. La teoria freudiana del modello idraulico per cui, per liberarsi di una emozione, è necessario sfogarla e farla uscire, non regge. Più collera si prova, più collera si manifesta, più lo stato confusionale è presente in noi. Se però sfogare la rabbia non è utile non lo è neanche ignorarla e far finta che non ci sia. Evitare i problemi non li fa certo scomparire, e quindi qual è l’approccio migliore? Il Dalai Lama suggerisce un primo passo preventivo quello di coltivare la letizia e una maggior calma mentale. E poi l’invito a coltivare la pazienza e la tolleranza permette di controllare in modo attivo le cose esterne e non di subirlo educando una mente forte e autodisciplinata.
Affrontare l’ansia e costruire l’autostima. Se la preoccupazione ha un aspetto utile adattivo, cioè quello di prevenire il pericolo e di adottare misure adeguate, Cutler suggerisce un approccio multidimensionale per considerare l’ansia non come una patologia, ma piuttosto come una conseguenza e coltivare una miglior salute della mente: attraverso la compassione e l’empatia, l’igiene mentale e la pazienza, per poi far diminuire gli stati ansiosi di conseguenza. Come si fa a non avere paura del giudizio altrui? Chiede Cutler al Dalai Lama. Pensando all’utilità di ciò che si fa, risponde questi. Ogni volta che va su un palco, il Dalai Lama non pensa a fare sfoggio delle sue conoscenze, pensa al bene che può apportare alle persone. Per coltivare la stima di sé non c’è necessità di una motivazione al successo, il Dalai Lama si propone come obiettivo quello di ricreare le motivazioni di base per orientarle verso sentimenti quali la compassione e la gentilezza. Più saremo orientati all’altruismo meno paura si avrà in situazioni esposte. Più in profondità il Dalai Lama distingue il senso del sé per parlare della fiducia in sé. Ne esistono di due tipi: un “io” che si cura solo dei propri interessi e desideri egoistici, e un altro “io” con una genuina sollecitudine per gli altri e desiderio di sentirsi utile. È questa la vera sicurezza in sé.
04Citazioni
«Abbiamo la stessa struttura fisica e la stessa struttura mentale ed emozionale. Ogniqualvolta vedo una persona, penso sempre che è un essere umano come me. Trovo assai più facile comunicare con gli altri quando tengo presente questo fatto.»
«Sì. Credo che la felicità si possa ottenere addestrando la mente.»
«Lo scopo della nostra esistenza è cercare la felicità.»
«A qualunque attività pratica ci dedichiamo, tutto viene facilitato dal costante processo di familiarizzazione e addestramento.»
«La calma si ottiene attraverso una pratica graduale: non la si raggiunge da un giorno all’altro.»
«Anche se non abbiamo esperienze in comune con l’altro o se il nostro stile di vita è molto diverso dal suo, possiamo immedesimarci usando l’immaginazione. Tale tecnica ci impone di abbandonare temporaneamente il nostro consueto punto di vista e di guardare le cose con gli occhi dell’altro.»
«Credo che se si vuole avere una relazione davvero soddisfacente, si debba cercare di capire la natura profonda dell’altro e che ci si debba rapportare a lui su quel livello, anziché sulla fragile base di caratteristiche superficiali.»
«Una profonda sensibilità verso i sentimenti altrui è indispensabile all’amore e alla compassione.»
«La capacità di considerare gli eventi con occhi diversi può essere assai utile.»
«Oggi la vita è caratterizzata da cambiamenti improvvisi, inaspettati e a volte violenti. Una mente elastica può aiutarci da un lato a comprendere le trasformazioni esterne che si verificano intorno a noi, dall’altro a integrare le nostre incoerenze, le nostre ambivalenze e i nostri conflitti interni. Se non coltiveremo la flessibilità mentale, la nostra visione diventerà fragile e il nostro rapporto con il mondo sarà caratterizzato dalla paura.»
«Una visione duttile della vita non solo ci consente di risolvere meglio le difficoltà quotidiane, ma è anche essenziale al conseguimento di un elemento chiave della felicità: l’equilibrio.»
«Nella pratica buddhista, la capacità di vedere le cose da prospettive differenti è utilizzata in un certo numero di meditazioni, nel corso delle quali isoliamo a livello mentale diversi aspetti di noi stessi e conduciamo poi un dialogo tra essi. Per esempio, in una pratica volta a rafforzare l’altruismo ci impegniamo in un dialogo tra il nostro “atteggiamento egocentrico”, un sé che è l’incarnazione dell’egocentrismo, e il nostro sé spirituale. È una sorta di rapporto dialettico. Tornando al nostro discorso, benché caratteristiche negative come l’odio e la rabbia facciano parte della nostra mente, possiamo, analogamente, sforzarci di considerarle come un oggetto e di combatterle in quanto oggetto.»
«Non possiamo pensare di vincere la collera e l’ostilità semplicemente eliminandole. Dobbiamo coltivare con cura i loro antidoti: la pazienza e la tolleranza.»
«Odiare se stessi? Ma è evidente che ci amiamo!»
«Credo che la preghiera ci rammenti ogni giorno le nostre convinzioni e i nostri principi più profondi. Io, per esempio, recito tutte le mattine certi versi buddisti che possono apparire come preghiere, ma che sono in realtà un memento, perché mi ricordano come parlare e trattare gli altri, come affrontare i problemi quotidiani e via dicendo.»
05Perché leggere questo libro
Perché è un libro che tratta di argomenti molto pratici. Perché la guida alla rilettura del buddhismo attraverso le parole dello psichiatra ce lo rende molto più concreto. Perché i pensieri del Dalai Lama sono molto più vicini all’Occidente di quanto non si possa credere. Perché anziché correggere propone sentimenti nobili da coltivare. Perché è scritto in modo scorrevole raccontando gli interventi del Dalai Lama in conferenze e le interviste tenute con lo psichiatra.
Questa scheda è stata realizzata da Paolo M.. Acquista il libro nella tua libreria preferita.