Wayne W. Dyer, Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito. BUR Rizzoli, trad. D. Tippett Andalò
01Chi è l’autore?
Wayne W. Dyer (1940-2015) psicologo, docente e scrittore statunitense. Dopo il dottorato in counseling educativo alla Wayne State University, diviene uno dei professori della Saint John’s University (New York City). L’insegnamento e la professione di psicoterapista lo portano a creare dei personali ed innovativi principi riguardo lo sviluppo personale. Tali principi sono esposti nei suoi libri (più di 40) e sono stati divulgati nelle innumerevoli conferenze che Dyer ha tenuto in giro per il mondo.
02Qual è l’intento dell’autore?
L’intento è quello di aiutare il lettore ad eliminare i “paraocchi” che ostacolano le nuove esperienze in modo da scoprire nuove direzioni. L’autore definisce questo libro come uno strumento che «[…] delinea un modo gradevole di raggiungere la felicità, il quale conta sul tuo senso di responsabilità verso te stesso e sul tuo impegno con te stesso, oltre che una certa qual avidità di vivere il desiderio di essere tutto ciò che decidi di essere in un dato momento».
03Conosci meglio il libro
L’autore spiega che nel libro due sono i temi fondamentali. Il primo riguarda la capacità di compiere delle scelte intorno alle proprie emozioni. A tal proposito, l’autore invita il lettore ad esaminare la propria vita in base alle scelte che ha fatto o che non è stato in grado di fare perché «TU SEI LA SOMMA DELLE TUE SCELTE». Il secondo riguarda il vivere il presente. L’autore afferma che nel corso del libro il focus sul presente è ribadito più e più volte perché «la trasformazione del presente in una realizzazione totale è la pietra di paragone dell’efficienza nella vita, e tutti i comportamenti autodistruttivi non sono virtualmente altro che tentativi di vivere in un momento diverso da quello presente».
Rispondere di sé stessi. L’autore spiega come il concetto d’intelligenza fino ad oggi sia stato riferito ad una capacità che emerge nell’ambito dell’istruzione formale o della realizzazione personale. Secondo l’autore, le persone intelligenti sono quelle che «scelgono la felicità a scapito della depressione perché sanno come affrontare i problemi della loro vita». Queste persone misurano la propria felicità indipendentemente dalla risoluzione o meno del problema, più che altro sono concentrate sul “come” affrontarlo. Per essere felici, quindi, è molto importante lo stato d’animo che si sceglie di avere in una situazione. Quando s’impara a sentirsi come si vuole, allora si sta sulla strada di quella che l’autore definisce “intelligenza”.
Ognuno di noi ha la capacità di pensare qualsiasi cosa decida di lasciare entrare nella mente, così come ha la capacità di cacciare via ciò che è entrato. In altre parole, ognuno ha il controllo della propria mente. Per essere felici, quindi, dobbiamo imparare un modo diverso di pensare: una volta cambiati i pensieri, questi genereranno nuovi stati d’animo. Non è facile pensare in modo diverso. La difficoltà principale sta in tutti quei “devo” e “avrei dovuto” che sono rivolti al passato. Secondo l’autore, quindi, siamo noi gli artefici della nostra felicità ed infelicità in base a quello che pensiamo. Gli stati d’animo negativi possono generare quella che l’autore definisce paralisi o immobilizzazione. Nel momento in cui viviamo uno stato d’animo negativo, come l’ira o la gelosia, entriamo in uno stato di paralisi che ci fa perdere l’occasione di vivere la nostra vita e di fare esperienze. Un modo per uscire da questa immobilizzazione è quello di imparare a vivere nel presente.
Il passato è legato a qualcosa che è già avvenuto, il futuro a un qualcosa che deve ancora venire: quindi sono fuori dal nostro controllo. Non vale la pena perdere il proprio tempo e le proprie energie a pensare a queste due dimensioni. È molto più proficuo concentrarsi sul presente e non rimandare la felicità a domani. L’autore fa l’esempio di una donna che decide di andare nel bosco per immergersi nella natura e stare in contatto col presente, ma mentre è lì nel bosco la sua mente va a pensare a tutto quello che avrebbe dovuto fare se fosse rimasta a casa: i bambini, la spesa, le bollette. L’autore riporta anche l’esempio di un’altra donna, la quale, invece, va in vacanza al mare e passa il suo tempo ad abbronzarsi pensando a quello che le sue amiche diranno della sua abbronzatura, per poi ripensare alla vacanza una volta tornata a casa. Entrambe le donne non sono concentrate sul presente e questo non consente loro di vivere l’esperienza fino in fondo e di trarne il relativo beneficio. L’autore riporta una frase di Henry James presa dal libro Gli ambasciatori: «Vivi tutto quel che puoi; è un errore non viverlo. Non interessa tanto ciò che fai in particolare, purché tu viva la tua vita. Se non hai vissuto quella, che cosa hai vissuto? […] Quel che si perde, è perduto: non ti illudere. Il momento giusto è qualsiasi momento uno sia ancora tanto fortunato da avere […] Vivi!».
Il primo amore. L’autore parla di come, per poter amare gli altri, è necessario imparare ad amare sé stessi. L’educazione, la religione e la scuola ci hanno portato a mettere gli altri davanti a noi. L’autore, invece, invita il lettore a trovare la capacità di amarsi nonostante i sentimenti che può provare verso se stesso e nonostante possa aver agito in modi che detesta. Ma il disprezzo per sé stessi non è mai la soluzione. Esso porta solo alla paralisi distruttiva. L’autore, inoltre, spiega che non bisogna mai confondere il concetto di sé con il proprio comportamento. Fin da bambini, ogni qual volta ci si comportava male, siamo stati abituati a sentirci dire “Sei cattivo”, anziché “Ti sei comportato male”. È fondamentale, invece, scindere il comportamento dall’identità evitando di confonderli. Possiamo commettere degli errori pur mantenendo un’alta considerazione di noi stessi. L’autore, poi, fa notare come il concetto di sé sia qualcosa di dinamico che non può essere sempre positivo o negativo: la nostra immagine è fatta di numerose varianti che si alternano in base alla situazione.
Provare disgusto di sé può avere dei vantaggi: porta ad avere sempre una ragione per spiegare come mai nella vita non ci sia amore evitando i rischi che comporta lo stabilire rapporti d’amore con altri; a rimanere così, come si è; a farsi compatire; a trovare molti capri espiatori ecc. Tutti questi comportamenti, però, limitano la crescita personale, e la crescita personale per l’autore è vita: solo chi non è vivo, non cresce. L’autore fa l’esempio del corallo, che, a differenza della pietra, cambia e questo suo divenire è indice di vita. Amare sé stessi, quindi, porta ad una crescita, porta ad altre energie, a modi nuovi di relazionarsi: per esempio, può far sì che si riesca a dire a una persona “Ti voglio bene” sentendosi soddisfatti per il semplice fatto di averglielo detto; può portare a prendersi del tempo per sé; può aiutare a gestire la gelosia verso il proprio partner; può portare a volersi bene, ecc. L’amore verso sé stessi, la consapevolezza di avere un valore intrinseco è un sentimento che man mano che si diventa adulti si rischia di perdere. L’autore, allora, propone delle domande al lettore: «Sai accettarti così come sei, senza lamentarti? Riesci sempre ad amare te stesso? Sai dare e ricevere amore?» E sulla base di queste domande, invita il lettore a lavorare su se stesso: «prefiggiti degli scopi che riguardano la tua persona, innamorati della persona più bella, eccitante e stimabile che sia mai esistita. Tu».
Non aver bisogno dell’approvazione altrui. Secondo l’autore, non è possibile vivere senza incorrere nell’approvazione degli altri. Questa, tra l’altro, è rinforzata dalla famiglia e dalla scuola. L’autore invita il lettore a fare una riflessione: non è possibile accontentare tutti. Tenendo conto di questo, il lettore può cominciare a vedere la disapprovazione con occhi diversi. Il sapere che nella vita si incontra sempre una certa misura di disapprovazione è uno dei modi per uscire dal bisogno di compiacere gli altri. Quindi, se da una parte, è impossibile eliminare la disapprovazione della propria vita, dall’altra è possibile contenerla e guardarla in maniera diversa. L’autore fa un elenco di comportamenti tipici di coloro che cercano approvazione: cambiano posizione, addolciscono le proprie affermazioni per non farle rifiutare, adulano le persone per essere ben accettati, si sentono depressi o ansiosi quando gli altri dissentono, si sentono insultati o mortificati se gli altri hanno un’opinione diversa dalla loro, ecc. C’è sicuramente una serie di vantaggi che la disapprovazione porta con sé: consente di addossare agli altri la responsabilità dei propri stati d’animo, rafforza l’immagine di se stessi come mediocre, rafforza le convenzioni che siano gli altri a dover prendersi cura di noi, consente di incolpare gli altri di ciò che proviamo creando così un capro espiatorio, ecc. L’autore dà dei consigli su come eliminare il bisogno di approvazione: consiglia di reagire in maniera nuova alla disapprovazione utilizzando frasi che iniziano con “Tu…”. Quando per esempio ci si accorge che qualcuno non è d’accordo, si può reagire con la frase «Tu ti stai arrabbiando e credi che non dovrei pensarla così». In questo modo, si rimanda la disapprovazione all’altro. Un altro consiglio consiste nell’allenarsi ad ignorare le disapprovazioni cercando di non far caso a coloro che tentano di manipolarci esternandole.
Liberarsi del passato. L’autore fornisce un elenco di auto-connotazioni tipiche: per esempio, “sono timido, sono pigro, sono timoroso, ho paura, sono una pessima cuoca, perdo subito le staffe” ecc. Il punto non è soffermarsi su quali etichette si sceglie per sé stessi, bensì il fatto che le persone per prime decidano di etichettarsi. L’autore invita il lettore a capire le ragioni di questa auto-connotazione. Le etichette si dividono in due categorie: le etichette che ci sono state affibbiate dagli altri e le etichette che ogni persona sceglie di darsi per evitare attività sgradevoli. 1. Per eliminare le auto-connotazioni della prima categoria, l’autore suggerisce di parlare con le persone responsabili di queste etichette e di indagare la nascita dell’etichetta attribuita. L’esercizio prosegue con l’annuncio a queste persone di aver deciso di cambiare e vedere come reagiscono. 2. Per quanto riguarda le etichette della seconda categoria, invece, tra gli esempi che fa l’autore c’è il gruppo «sono poco attraente, brutta, ossuta, piatta, troppo alta eccetera». Queste sono delle auto-connotazioni inerenti al fisico che, a detta dell’autore, ci servono per «non correre rischi con l’altro sesso, e a giustificare l’immagine mediocre» che abbiamo di noi stessi, «nonché la mancanza di amore» nella nostra vita. Altro esempio, è il gruppo «sono disorganizzato, meticoloso, sciatto, ecc.» che comprende delle etichette inerenti al comportamento e «servono per manipolare gli altri e per giustificare il modo di fare certe cose».
Secondo l’autore, quindi, il nostro comportamento segue un circolo vizioso. Egli riporta l’esempio di uno studente convinto di non essere bravo in matematica mentre affronta un compito di algebra: la prima connotazione è “vado male in matematica e sono sempre andato così”, la successiva è “stasera devo fare questi problemi di algebra” a cui segue “penso di risolverli”; dopo 10 minuti che il ragazzo prova a farli ecco che arriva la quarta auto-connotazione “non ci riesco”, a queste segue la domanda “Perché no?” e la risposta che si ricollega al punto di partenza “Perché vado male in matematica”. Per spezzare questo circolo vizioso e le relative etichette, l’autore suggerisce di sostituire “Io sono fatto così” con “Fino ad oggi, ho scelto di essere così”. Oppure di stabilire dei traguardi comportamentali per agire in maniera diversa da quella solita, di chiedere anche aiuto ad un amico fidato o di badare alle quattro frasi nevrotiche e cambiarle. Ecco le 4 frasi nevrotiche da correggere ogni volta e ad alta voce: 1) “Questo sono io” va cambiato in “Questo ero io”; 2) “Non posso farci nulla” va cambiato in “Io posso cambiare se mi ci metto”; 3) “Sono sempre stato così” va cambiato in “Ho intenzione di essere diverso”; 4) “È nella mia natura” va cambiato in “È quella che credevo fosse la mia natura”.
Le emozioni inutili: il senso di colpa e l’inquietudine. Secondo l’autore, queste due emozioni sono inutili in quanto il senso di colpa è legato al passato, mentre l’inquietudine al futuro. Tergiversare su di loro è uno spreco di tempo: il passato non può essere cambiato e il futuro deve ancora avvenire. Per l’autore, queste sono le due “zone erronee” per eccellenza: «il senso di colpa è la più inutile di tutte le “zone” comportamentali» perché porta alla paralisi nel presente per qualcosa che ha avuto luogo nel passato. «Ciò che è stato, è stato, e nessun senso di colpa può mutarlo». Esistono due tipi di sensi di colpa che si differenziano in base alla loro origine: c’è il senso di colpa residuo e poi c’è quello autoimposto. Il primo «è la reazione emotiva scatenata da ricordi dell’infanzia»; il secondo, invece, che comprende reazioni di colpa molto più intense rispetto al primo, fa sì che l’individuo si senta paralizzato per qualcosa che ha fatto di recente e non necessariamente collegata alla sua infanzia. È quel tipo di senso di colpa che nasce dalla violazione di una norma o di un codice morale da adulti e lo si prova, per esempio, quando «si è messo qualcuno alla porta, e ci si detesta per averlo fatto, oppure quando ci si sente emozionalmente esauriti per aver rubato in un negozio, non essere andati in chiesa, aver detto una frase infelice».
Da queste due categorie ne derivano altre: per esempio, il senso di colpa inculcato dai genitori sui figli di ogni età, il senso di colpa collegato all’amante o al coniuge, il senso di colpa ispirato dai figli, il senso di colpa ispirato dalla scuola, il senso di colpa generato dalla religione ecc. Il senso di colpa come scelta ha dei vantaggi psicologici: passando il tempo a sentirsi in colpa non lo si ha per sfruttarlo in maniera più utile; spostando indietro nel tempo la responsabilità si evitano tutti i rischi che presenta un cambiamento; la tendenza a credere di essere profondamente colpevoli crea l’illusione che alla fine si finisca per essere perdonati; è un sistema per trasferire la responsabilità da sé stessi agli altri. L’autore consiglia alcune strategie per eliminare il senso di colpa, come quella di cominciare a guardare al passato come a qualcosa di immutabile; cominciare ad accettare certe cose di sé stessi; riconsiderare il proprio sistema di valori, ecc.
L’inquietudine, invece, è qualcosa di rivolto al futuro. Si può provare inquietudine per i figli, per la propria salute, per la morte, per il lavoro, per gli incidenti in cui muoiono i genitori, ecc. Anche l’inquietudine, come il senso di colpa, ha dei vantaggi: per esempio fa sì che si eviti di correre rischi; grazie alle inquietudini ci si può sempre mettere l’etichetta di persona che si prende le situazioni a cuore; l’ansia è un’ottima giustificazione per certi comportamenti autodistruttivi, ecc. Per abbassare il livello di inquietudine, l’autore invita il lettore a cominciare a vedere «il presente come fatto dei momenti da vivere» e a non rintanarsi nel futuro; «a concedere tempi sempre più brevi all’inquietudine»; a domandarsi “cambierà mai una cosa grazie alle mie preoccupazioni?” ecc. Quindi, «il presente è la chiave che permette di comprendere i tuoi modi di sentirti in colpa o di essere in ansia».
04Citazioni
«[…] leggerai e percepirai esattamente quello che vuoi sentir dire e che si basa su molti valori e pregiudizi che sono anche i tuoi, su convinzioni e vicende personali che sono anche le tue. Scrivere un libro sul comportamento che procura sconfitte e fallimenti, e sui modi di superarlo, significa portare delle suscettibilità. Se ti guardi a fondo con l’occhio di chi è propenso a cambiare, può anche darsi che tu ti dica che ti sta a cuore cambiare ma che il tuo modo di fare spesso ti smentisce. Cambiare costa. Se sei come la maggior parte della gente, ogni fibra del suo essere opporrà resistenze all’arduo impegno di eliminare i pensieri che corroborano quei sentimenti e stati d’animo e comportamenti che si procurano la tua perdita».
«Solo gli insicuri vogliono la sicurezza».
«Aver bisogno di essere approvati è come dire: “Vale più il tuo concetto su di me dell’opinione che ho di me stesso”».
«L’essenza della grandezza consiste nella capacità di scegliere la propria personale realizzazione in circostanze nelle quali altri scelgono la follia».
«L’unico antidoto all’ira è l’eliminazione della frase interiore “Se solo tu fossi più simile a me”».
05Perché leggere questo libro
Perché dà degli strumenti per imparare ad essere felici. Perché aiuta a smettere di rimandare a domani. Perché aiuta a gestire sentimenti come ira, sensi di colpa, insicurezza e disapprovazione. Perché parla di concetti come la giustizia e l’ignoto. Perché è un libro che tutti coloro che vogliono avere una crescita spirituale dovrebbero leggere.
Questa scheda è stata realizzata da Tatiana Zucconi. Acquista il libro nella tua libreria preferita.