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Comunicazione & Psicologia

Le regole delle buone maniere / Come usare le parole giuste

di Samuele Briatore

Editore
Newton Compton
Lettura
4 minuti
Scheda
n° 259

Gli interlocutori vogliono vedere la persona prima dell’ente, capire le emozioni e sentire il calore di chi hanno di fronte.

Foto: Guillaume de Germain su Unsplash

Samuele Briatore, Le regole delle buone maniere / Come usare le parole giuste, Newton Compton

01Chi è l’autore?

Presidente dell’Accademia Italiana Galateo.

Le regole delle buone maniere

02Questo libro insegna

«Le buone maniere sono un linguaggio, un modo diverso di comunicare e ascoltare il prossimo: non conoscerle può portare a non comprendere alcuni comportamenti e alcuni codici.»

Galateo è il titolo di un libro di buone maniere scritto da monsignor Della Casa, XVI sec. (1558). All’epoca romana risale l’Institutio Oratoria di Quintiliano e il De Liberis Educandis di Pseudo-Plutarco. Nel 1530 Erasmo da Rotterdam scrisse il libricino De civilitate morum puerilium. Erasmo centra il punto che la cultura è una condizione indispensabile per le buone maniere e la saccenteria e l’esibizione di comportamenti sofisticati è volgare, al contrario della modestia. Per Erasmo le buone maniere sono espressione dell’interiorità della persona, un modo civilizzato e attento al prossimo per far uscire un’anima cortese e rispettosa. Galateo si riferisce alla persona cortese, capace di comunicare con grande arte e di creare legami empatici con la conversazione e i modi amabili.

Il galateo si rivolge alla relazione con il singolo, il cerimoniale ai vari ruoli istituzionali. Nell’antichità la xenia era l’ospitalità con aspetto religioso nella spiritualità greca. Il fulcro di tutto è l’accoglienza e il benessere degli invitati. Non importa dire o no “buon appetito” o la giusta forchetta. Massimo Montanari difende l’uso di “buon appetito” che non significa, secondo lui, mangiare troppo ma mangiare bene, legato al concetto di qualità e salute.

Parole vuote: “piacere” è una parola vuota, sorridi. L’espressione cin cin deriva dal cantonese ch’ing ch’ing che era “prego prego”, usato dai marinai. In Italia ha preso il suo aspetto onomatopeico. Usa una dedica piuttosto. Allo starnuto non dire “salute”, nel Medioevo era usato per dire “Dio ti conservi la salute”. Il termine “bon ton” è un po’ snob, legato all’estetica. A inventare il tovagliolo fu Leonardo da Vinci che non amava i comportamenti grezzi di usare il bordo della tovaglia ai banchetti di Ludovico Sforza detto “il Moro”. Inventò le tovaglie in miniatura.

Come usare le parole giuste

In “Aspettando Godot” di Beckett si mette in scena il nonsenso della vita umana e l’incredibile attesa di qualcosa che non arriverà mai. I discorsi sono insensati e le parole usate per intrattenersi e non per comunicare.

Lo “small talk” è la comunicazione vincente ed efficace… non vuota. Contro «Una bulimia nella conversazione che porta a un’anoressia dell’ascolto, una realtà nella quale tutti diventiamo degli emittenti di un messaggio, ma dove nessuno vuole esserne il destinatario.»

Dame italiane come Caterina De Medici, Eleonora Gonzaga e Adelaide di Savoia erano le ambasciatrici del gusto italiano e dell’arte della conversazione “gentile”.

Alla frase giustificativa “io sono così” possiamo chiedere “quando”. (io, similitudine con Bandler).

Per la comunicazione gentile dobbiamo sempre avere in mente i termini di rispetto e controllo. Ma il controllo mina all’istintività? Sì ed è un bene secondo Briatore perché non è il contrario di falso o artefatto ma spesso è un sinonimo di maleducazione e mancanza di rispetto. Altre due caratteristiche sono la bontà e umiltà. Le maniere sono “buone” e non “belle”. Gli interlocutori vogliono vedere la persona prima dell’ente, capire le emozioni e sentire il calore di chi hanno di fronte.

«La conversazione è uno scambio, così come il parlare in pubblico, se rimaniamo concentrati su noi stessi non saremo in un luogo con degli interlocutori, ma saremo solamente degli emittenti che disperdono in un ambiente un contenuto comunicativo.»

La conversazione deve tenere conto di 4 cardini: dono, curiosità, cambiamento, coralità.

Vincente o gentile? Solista o orchestra? Nella conversazione gentile dovremmo guardare insieme al gruppo verso il nostro obiettivo come in un’azione collettiva.

Parla di te in modo funzionale e umile.

Brunella Gasperini, nel suo libro del 1968 sul “controgalateo” lotta contro la guida all’apparire con la guida all’essere. Lei afferma che non importa di che cosa si parli, ma di come se ne parli. Sono ammessi argomenti delicati ma con tolleranza.

Quando falliamo in una conversazione? Quando i nostri interlocutori non capiscono di cosa parliamo.

Volume – ampiezza dell’onda; Tono – altezza dell’onda; ritmo – musicalità.

«Il mondo è una mia rappresentazione: ecco una verità valida per ogni essere vivente e pensante.» Arthur Schopenhauer

«Saper ascoltare è essenziale per dominare l’arte della conversazione, la quale presuppone una comprensione approfondita del pensiero del nostro interlocutore.» Siamo a una cena e il nostro vicino racconta del suo viaggio in Giappone e dei giapponesi gentili e formali. Come reagiranno gli altri? C’è chi controbatterà alla affermazione, chi racconterà il proprio viaggio in Giappone, altri prenderanno il viaggio riconducendolo al proprio viaggio in Brasile. Solo pochi cercheranno di capire veramente cosa intende il primo quando si riferisce alla gentilezza e formalità dei giapponesi.

«Le categorie diventano stereotipi quando dai requisiti base facciamo derivare delle qualità legate alla personalità o alla moralità.»

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